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Con il primo libro di poesie di Alessandra Bava, assistiamo alla nascita di un importante poeta rivoluzionario.

Questo è un evento rilevante e sono lieto di annunciare il suo apparire all’orizzonte.

Che possano essercene molti altri.

Termina con queste parole la prefazione di Jack Hirschman – quarto Poeta Laureato emerito di San Francisco e amico di alcuni tra i più importanti esponenti di quella Beat generation forse mai realmente esistita, in una sua vera e propria omogeneità storica (dalla quale lo stesso Hirschman si è poi allontanato, per intraprendere un percorso di “poeta di strada”) – a Guerrilla blues, libro d’esordio di Alessandra Bava; Edizioni Ensemble 2012.

Quelli di Alessandra sono infatti versi guerrieri dalle ritmiche musicali molto ripetitive, che cercano nell’espressione poetica una fisicità originaria e irriducibile. Un’arma linguistica contro ogni retorica che permetta a sua volta di non scadere in ideologismi, né in strumenti di lotta codificati o sloganistici

I nostri canti

son scritti col

fosforo

sulle pareti

dei nostri cuori.

Libri di carne

a brandelli come

schegge di bombe

sanguinanti verità.

Poiché la lingua è

ciò che conta di più e

non è veramente

importante se la imbracciate

come fareste con un

bazooka – o se la impugnate

come una penna consunta […]

Le parole feriscono

più persone delle bombe a mano,

ma non abbiate paura di usarle

per un giusto scopo.

Sono molti i riferimenti e gli omaggi più o meno espliciti che si rincorrono lungo il libro. Da Thoreau a Pasolini passando per Simone Weil, Maiakovskij, Whitman e Rimbaud. Un Tinissimo omaggio a Tina Modotti, fino ad approdare a odi dedicate a personaggi più strettamente riconducibili alle vicende politiche e rivoluzionarie, come Ernesto “Che” Guevara.

Senza trascurare Allen Ginsberg, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti ed i protagonisti della parabola beat, che influenzano senz’altro l’autrice anche da un punto di vista stilistico.

Peculiare a mio avviso nell’approccio di Bava, è la tensione a fare della parola una vera e propria “forza lavoro”. Con la quale scardinare – verso dopo verso – i marchingegni della realtà costituita. Come a volerne continuamente sabotare gli ingranaggi formali, per dare ad ogni poesia il proprio “peso specifico”. Un “plus-valore” che ne qualifichi sia materialmente che esistenzialmente il il senso

parole, nuda

carne fremente,

ossa, grondanti versi,

denti affondati in

viscere di senso

e di dissenso.

[…]

pronti a generare

molteplici fogli, pronti

a generare molteplici figli

della DISOBBEDIENZA.

questa improvvisa remora

che la forma sia importante,

ma ancora di più le parole

l’ho passata al setaccio

con rabbia soffocante.

Dunque la poesia di Alessandra non va affatto confusa con una riverenza nei confronti di quelli/e che indubbiamente, sono stati/e i suoi punti di riferimento formativi. Perché Guerrilla blues è prima di tutto il libro di esordio di quella che punta ad affermarsi come una voce indipendente, matura e originale, nel panorama della poesia “di strada” attuale. Come dimostra ad esempio il preziosissimo “decalogo per aspiranti poeti/e” (Regole della poesia) a pagina 57-58.

Sullo sfondo, resta l’esempio di quel Jack Hirschman cui è dedicato persino un particolare “poemetto rosso” in occasione del suo 77° compleanno

Molte e

grandi

verità,

affilate

come falci,

in forma

di bandiere

sfilano &

marciano

nelle

pagine

dei tuoi

libri, ognuna

un’ ardente

Piazza Rossa

del mondo.

E che più di ogni altro/a probabilmente ha cambiato la vita di Alessandra (almeno per quanto riguarda la produzione poetica). Dopo l’incontro al Caffè Trieste di San Francisco a partire dal quale, fra le altre cose, si sono venuti a conoscere i membri che hanno dato vita alla colonna romana del progetto delle Revolutionary Poets Brigade. Progetto internazionale di cui Hirschman è uno dei fondatori.

Dunque se era un evento rilevante solo pochi anni fa, annunciare l’ingresso sulla scena nazionale ed internazionale di questa “poetessa guerrigliera”, lo è forse ancor di più oggi, offrire un punto di vista interno alla sua parabola artistica da parte di chi – come me – ha la fortuna e il piacere di collaborarci. Nel progetto della Rome’s Revolutionary Poets Brigade, da lei co-fondato.

Già, perché il buon vecchio Hirschman, nel messaggio augurale a chiusura della sua prefazione, è stato in qualche modo profetico nell’intuire che qualcosa stava iniziando. E che questo libro poteva essere il presupposto di un percorso più ampio che si delineava all’orizzonte generazionale.

Pullulano infatti negli ultimi anni gruppi, movimenti e collettivi, che fanno del linguaggio e dell’azione poetica il proprio canale preferenziale di lotta e di conflittualità sociale, oltre che di affermazione esistenziale.

Quasi a voler dimostrare ulteriormente il fallimento delle avanguardie socio-politiche, ed in particolare di quelle provenienti dalla scorsa generazione, coi loro rispettivi riferimenti teorici più “significativi”. Dalle quali ci si sarebbe aspettato invece il maggior contributo in termini di ricerca di possibili canali di scambio fra generazioni.

Durante le riunioni della Rome’s Revolutionary Poets Brigade discutiamo spesso anche di questi aspetti, cercando di dare un’interpretazione di questa renaissance poetica generazionale. E di capire come e in che misura possa farsi espressione di un cambiamento a 360° della vita e della società. In una fase storica cruciale e di transizione come quella che abbiamo attraversato, e stiamo attraversando.

Guerrilla blues e più in generale l’opera di Alessandra Bava, sono dei nostri punti di riferimento e stimoli costanti di questa riflessione. Delle azioni poetiche che ne scaturiscono per le strade di Roma, e nei suoi spazi culturali e sociali più sensibili ad un approccio come quello delle Brigade di tutto il mondo.

Quasi un’inesauribile esortazione, a riportarci al senso più profondo e autentico del nostro essere-poetico

Mandate al rogo la scrittura

ed immolatevi in forma di

Poesia. Come Fenici, risorgete

poi in forma di Azione.

Gennaio 2016

https://www.amazon.it/Guerrilla-blues-Alessandra-Bava/dp/8897639283

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In uno dei più celebri passi di “Minima Moralia”, T. W. Adorno si scagliava in maniera perentoria contro il cinema hollywoodiano, affermando di non aver mai visto un film senza sentirsi, alla sua fine, più stupido di prima. Stupido nel senso di essere incapace di trattenere le immagini e farle invadere da un flusso di pensiero e dunque di analisi.

Ma si sa, si va al cinema per svagarsi, non per concentrarsi, ed in questo il cinema adempie assolutamente al suo scopo e forse alla sua funzione sociale.

Esisterebbe poi lo spazio “insensato” e a-narrativo dei titoli di coda, ma nessuno si prende la briga di fermarsi, farsi invadere dal silenzio e de-costruire selvaggiamente quello che ha appena visto.

Allora, forse è bene dirlo subito, per coloro che intendono svagarsi leggendo un libro di poesie, R: exist-stance di Edoardo Olmi rappresenterà certamente  il libro meno adatto e forse il più brutalmente molesto per i desideri agiografici di coloro che intendono leggere dei versi sotto un albero, mano con la mano con l’amato/amata.

A costoro suggerisco caldamente di andare al cinema.

La lingua poetica di Olmi non è cosa che si afferra come un oggetto al supermercato, è una lingua che ha la pretesa immane di auto-prodursi e di auto-demolirsi senza lasciare, nel mezzo del famoso cammino, nessun facile approdo al povero viandante.

Non v’è svago nei versi di Olmi, proprio perché di svago ce n’è anche troppo, ma è utilizzato per estendere i limiti del linguaggio poetico laddove sens et non sens arrivano quasi a fondersi.

I fruitori di svaghi contemporaneo si fanno penetrare dalla narrazione svagante e con essa interiorizzano alla perfezione i meccanismi di potere auto-riproducentesi. Più che individui, diveniamo dei dispositivi pronti a far funzionare i meccanismi coatti di e della produzione sociale.

La lingua di Olmi ce lo rammenta mirabilmente, sbattendocelo in faccia con i suoi versi. Una specie di specchio deformato artificiale, nel quale lo “svago” è scorto nel suo svagarsi e non nel suo narrarsi.

Poesia altamente anti-narrativa la sua e forse, anche per questo, doppiamente meritoria.

Bisogna prendere tempo leggendo questi versi, desiderare quasi che la vita sia fatta di quei titoli di coda di cui, solitamente, nemmeno ci accorgiamo. Senza questo tempo, tempo che è profondità di respiro e di meditazione, come ci ha insegnato Rumi, il libro di Olmi si sgretola di un sol colpo facendosi crollare il terreno sotto i piedi.

R: exist-stance è un libro terribilmente serio e dalla poetica stringente. Per capirne appieno gli squarci, bisognerebbe cominciare a leggerlo presi da quell’ebbrezza dionisiaca, che il poeta ci rammenta Danzando/ruzzolando sinceri/ sopra un grasso tappeto di vodka- / era Dioniso_/ alla goccia.

Ma forse nemmeno quello basterebbe, perché, su questo punto, il poeta è il primo a non farsi illusioni. Ce lo rammenta , infatti, e lo rammenta anche al padre dell’ ubermensch, Friedrich Nietzsche, il senso dello scrivere/ dico/ lo si scopre sempre e solo/ lavando  i piatti.

Farsi sedurre dalla portata ironica della evidente boutade, sarebbe alquanto comodo, ma ci porterebbe fuori strada. E non occorre scomodare Martin Heidegger per cogliere quanto l’oblio dell’essere, o chiamatelo come vi pare, si accompagni sistematicamente a quella storia metafisica che schiude le porte alla tecnica e all’uomo nella diade homo faber/homo consumericus.

Davanti alla metafisica brutalizzazione del mondo, in cui l’oggetto della parola poetica, diviene anch’esso oggetto di consumo, per buona pace dei nuovi, troppi, bardi contemporanei, Olmi non concede approdi, semplicemente perché non si dà approdi, anche a costo di portarsi al limite di estinzione del senso nel linguaggio poetico.

Nella poesia di Olmi si coglie prepotentemente tra le righe, sinuoso e, per certi versi perfido (nel senso etimologico latino e non nel senso cristiano) il battere impavido di un’ambizione quasi titanica.

In questo la poesia di R: exist-stance è una poesia di lotta e di resistenza appunto. Questo perché Olmi è poeta dalle profonde connessioni e sensibilità sociali.

Nella nuova raccolta pubblicata dalla meritoria casa Editrice Ensemble di Roma il senso di questa ambizione emerge con tutta la sua potenza.

Come il Sisifo un tempo ri-evocato da Albert Camus, Olmi conduce una guerra disperata contro il mondo che lo circonda e che fa del linguaggio una gabbia di potere/poteri inscalfibili proprio e soprattutto grazie alla capacità di fare di noi dei complici compiacenti piuttosto che delle vittime.

Olmi si ostina e lotta per restituire alla poesia un ruolo che ha perduto da troppo tempo e per ridarle uno spazio sociale ad una società che di poesia non sa più che farsene. Egli lo fa con versi che sembrano essere fedeli ai propositi di Wittgenstein, che diceva che il pensiero deve spingersi sempre e comunque verso il suo limite, anche a costo di sbattere la testa e farsi male. In questo caso è la lingua poetica a spingersi fino al suo limite, sanguinando del dramma sociale dell’alienazione e dell’annichilimento di cui siamo tutti vittime  colpevoli.

Magistralmente Maurice Blanchot ce lo aveva rammentato e Olmi ora ce lo palesa con questa mirabile raccolta: rendere il linguaggio poetico infrequentabile, inservibile alla strumentalità della lingua quotidiana. Poesia dunque “infrequentabile” quella di Olmi e proprio per questo, ancor più rivoluzionaria e dérangeante.

Il poeta sa di muoversi in un terreno spinoso, quello che un tempo era stato occupato dalle una, cento, mille avanguardie poetiche in ritirata, ma si rifiuta di farsi imprigionare dal concetto stesso di avanguardia, e si ritira accorato un attimo prima, o forse, meglio sarebbe dire, un attimo dopo.

Sabotando magistralmente la lingua, Olmi sottrae terreno all’avversario, portando a galla le inconciliabili aporie, mi si permetta la ridondanza, del narrare “svagato”.

In quanto non spendibile, la poesia di Olmi torna ad essere poesia, poetare nel suo farsi e nel suo disfarsi se necessario. Per questo e per molte altre ragioni, ritengo che l’approccio filosofico sia quello più congeniale per provare a trattenere un istante una poesia nata per essere inafferrabile e quindi insondabile.

Talvolta non si capisce appieno, in questo il messaggio di Nietzsche è totalmente caduto nel vuoto, che una poesia permette di capire la filosofia esattamente come il contrario. Non esistono vie preferenziali di sguardo o posizioni di forza, almeno fino a quando poesia e filosofia proveranno ad essere quello che promettono ai quattro venti di essere.

Un poeta dunque, come ce ne sono troppi, ma come in realtà ce ne sono pochissimi. Perché se Dio è morto, la poesia non se la passa certo benissimo.

R: exist-stance è poi, e questo l’ultimo punto che mi preme sottolineare in questa occasione, un libro per me sorprendente, perché rivela la straordinaria maturazione di stile e di poetica del poeta Edoardo Olmi negli ultimi anni.

Si potrebbe anche definire una cesura o una Kehre .

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Per tutto il viaggio di resistenza/re-esistenza Olmi ci obbliga a dimenarci con uno stile poetico ambiziosissimo, che rivela una complessità e una ricercatezza mai raggiunte prima dal poeta. Senza voler ricorrere a iperboli dialettiche, oserei parlare di una vera e propria gigantomachia di serrato dialogo tra il poeta e la tradizione, ovviamente della tradizione con la quale intende misurarsi.

Si capisce in questo che Olmi ha ormai, e verrebbe da dire definitivamente, alzato il tiro della sua poetica, cominciando una dialettica intima quanto evidente con una tradizione poetica a tratti schiacciante e dalla quale, per troppi, vale solo la pena farsi meri riproduttori materiali piuttosto che consapevoli sfidanti.

Invece il libro di Olmi si nutre di sfide con un misto di ironia e insolenza a tratti sconcertanti, ma sempre stimolanti.

Pound, Zanzotto, Sanguineti, Pagliarani, Ballestrini, un certo Celan, e molti altri, tutti però di una medesima corrente poetica ben rintracciabile, sembrano essere i silenziosi giganti che sostengono il cammino poetico di questo, a tratti sorprendente e irripetibile Olmi di R: exist-stance.

Scrisse Leopardi: “Anche l’amore della meraviglia par che si debba ridurre all’amore dello straordinario e all’odio della noia ch’è prodotta dall’uniformità.”

Mai come in questo suo libro Olmi sembra essere fedele al precetto leopardiano.

 

Marco Incardona

 

 

https://iltempodidioniso.wordpress.com/2017/04/20/r-exist-stance-esiste-e-lo-assorbiremo-senza-ritegno/

 

Colpiscono fin da subito di Nulla caduco, opera di poesia prima di Marco Incardona, l’ampiezza e lo spessore della ricerca poetica, esistenziale e storica confluite in queste pagine da anni di lavoro e sedimentazioni. In quello che sembrerebbe essere quasi un “Canzoniere” del proprio percorso e della propria formazione artistica, letteraria, filosofica.

Nulla caduco è uno di quei libri che si potrebbero tenere sullo scaffale per mesi – anni – e riaprire ogni volta in un punto diverso per scoprire ogni volta un nuovo inizio, un gioco di senso nascosto, una bellezza non accarezzata. Una sfida diversa ai meccanismi di assoggettamento e codificazione linguistica che “violentano” il mondo e l’essere, producendo il “reale”.

Ovvero lo spazio del pensabile, quindi dell’agibile, secondo i dettami del “senso comune”, socialmente costruito.

Quello di Marco è un costante tentativo di ribaltare la dialettica del vivere quotidiano, trovando nella poesia uno strumento di resistenza concreto. Un ariete per abbattere le mura dei castelli di menzogne e superficialità dietro ai quali si è barricato l’uomo moderno, andando alla ricerca di parole adeguate ad esprimere ciò che la concettualizzazione classica è incapace di significare

 

Sollecito l’infinito

In cerca di quiete.

Fabbrico ad arte

Denti avvelenati

Che semino

Nei campi ben arati

Dell’ingiustizia.

Guardami come l’ombra

Che spalanca le fauci

Per inghiottire, intero,

L’incubo del mondo.

 

Incardona sa bene che il nostro linguaggio, quindi “i limiti del nostro mondo” parafrasando Wittgenstein, è inevitabilmente definito da meccanismi di potere che mirano a tracciarne i confini e governarne le dinamiche. E ciò che detta legge oggi nel reame del pensiero non è di certo qualcosa di affine ad una piena ed incondizionata emancipazione dell’essere umano.

E tuttavia quella di Marco sembra essere un’instancabile poetica da Ulisse di Omero e di Dante. Eterna fuga dai canti delle sirene del consumismo mediatico, indomita ricerca di quel “legno” e di quella “compagna picciola” dai quali non sentirsi abbandonati nel “folle volo” oltre le Colonne d’Ercole. Che solo lo spirito poetico può trasformare in “ardore ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto, e de li vizi umani e del valore;”

 

Oggi sono di moda

Potentissime sirene

Devote adescatrici 

Dell’oceano dei consumi.

[…]

Pare difficile

Non rispondere al richiamo

Che promette tutto

Senza lasciare traccia,

Quando invece si è devoti

Ad un amore

Che non si lascia usare,

Che non si fa consumare,

 

[…] […]

 

A picco,

Come un veliero

Sconfitto dalla bufera

E destinato a futuri

Raid subacquei.

Enumero,

Negli eterni istanti

Della caduta,

I giorni sussiegosi

Del tempo mal speso.

 

Una dialettica solo apparentemente nichilista, quella di un “nulla” che azzera le retoriche posticce e metafisiche. Colpite al cuore dei loro meccanismi di dominio grazie al sabotaggio poetico costante dei presupposti ontologici su cui si basano. Di cui questa “nullificazione originaria” – in una sorta di poetica della “dialettica negativa” di Adorno – è passaggio (de)costitutivo fondamentale a squarciare il “Velo di Maya” del mondo. E a svelare le quinte di un “teatro dell’assurdo” esistenziale, di cui solo lo spazio scenico della poesia sembra poter provare a ricucire la trama

 

Nella miseria più nera della mente,

Scaglio asce di guerra in rima sparsa,

In attesa di un vento macabro

Di zolfo

Che forzi il piano mellifluo

Dello sguardo.

[…]

Non ci sono porte di seta

Né troni nell’alto dei cieli.

Solo questa terra,

Terribile compagna

Che spezza le mie vertebre.

 

Ma il nulla caduco necessario ad aprire questo spazio di indagine critica – e potenzialmente catartica – della realtà, diviene allo stesso tempo consapevolezza che nulla è caduco. Nulla è destinato a perire o perdersi inesorabilmente, quando il nulla non è più orizzonte del divenire della vita e dell’essere. Bensì termine di confronto costante sul quale si costruisce la capacità poetica, di dare un nome ed un senso a quegli aspetti della vita che sembrano rimanere eterni (un omaggio questo, alla filosofia di Emanuele Severino).

Pur nell’eterno ritorno del diverso di cui questo libro sembra regalare traccia, nel suo non avere una struttura lineare o concettuale vera e propria.

Tornando su stagioni spazio-temporali che aprono e chiudono continuamente le “matrioske” esistenziali dell’autore.

Ed infatti la poesia di Marco sa raggiungere degli spessori e delle levature squisite, di cui il lettore potrà godere in vari punti e passaggi del libro. Che sembrano trovare anche una via di riqualificazione post-moderna di quella cultura classica della quale Marco Incardona è probabilmente debitore, oltre che estimatore

 

Come lacrime di angeli iranici,

Che zampillano da antichi scrigni

In alabastro,

Le scintille scaturite dal tuo sguardo,

Si riverberano sul mio passo,

Sino a farlo arenare.

Basterebbero sirene zelanti

A far svanire l’incantesimo

Con il potere del loro canto.

Basterebbe soltanto il sibilo

Della tua voce in lontananza.

 

Il poeta originario di Vittoria in Sicilia – già curatore per Ensemble dell’antologia di “affluenti – nuova poesia fiorentina” – ha traversato lungo varie rotte la vicenda sociale, politica e culturale dell’Italia e dell’Europa (non solo, vista la sua laurea in Storia contemporanea con una tesi sulla politica messicana post-rivoluzionaria). Forse la sua aspirazione affinché “nulla sia caduco” di quell’orizzonte di senso che rimane dopo la disintegrazione linguistica fatta dalla poesia, è anche consapevolezza dei limiti e delle responsabilità avute dalle controculture e dalle sinistre, circa la possibilità di offrire una via d’uscita dai meccanismi di dominio e decadenza dove come specie umana siamo rimasti intrappolati

 

Che la scienza e la tecnica

Con cui l’uomo si è impossessato

Impunemente del mondo,

[…]

M’illudano, anche solo per un istante,

Che un semiconscio e radicale rifiuto

Etico e sociale stia alla base

Del mio fallimento.

 

Ed anzi l’importanza attribuita al linguaggio poetico nell’essere heideggeriano, sembra diventare in Incardona una possibile leva di Archimede per ribaltare il campo concettuale. Invertendo il rapporto fra soggetto e predicato che la sovversione cartesiana ha stravolto nell’Occidente.

Un nuovo “essere soggetto” che oltre a soffiare come scirocco nelle vele di quel “folle volo” oltre le Colonne d’Ercole del mondo istituito, non disegna ed anzi trova la bussola anche di un rinnovato piacere e gusto estetico, per niente retorico né speculativo. Bensì emancipatorio dal culto del selfie e dai nichilismi più o meno latenti alle dialettiche antagoniste

 

Il poeta avanza ogni volta,

Anche in un’epoca colma

Di desideri strozzati sul nascere

Come questa.

[…]

Tra le mani, come sempre,

Ha un cesto gonfio di betulle,

[…]

Quando il sogno antico

Che di nuovo si rinnova,

Sarà ucciso ancora una volta,

[…]

Non può fare del male il poeta,

La sua lingua lo conduce

Ove tutto e niente si danno la mano.

Scia di luce improvvisa,

Fragore che spesso uccide.

 

Tutti elementi che contribuiscono a fare di Nulla caduco un libro importante. E a dare a Marco Incardona uno spazio di rilievo nello scenario della letteratura italiana attuale, come nel dibattito poetico che si apre in questo inizio di terzo millennio.

Fra i fiumi carsici di Marco, sotto l’apparente nonsense dell’erosione del paesaggio linguistico e concettuale di superficie, scorre in realtà una sorgente ben più profonda e autentica, destinata a emergere dalle risorgive di un essere umano liberato. Capace di scavare, solcandoli, i mondi da abitare in comune

 

La parola deve essere affilata

In questi tempi di crisi amara,

[…]

Prepararsi alla guerra anche quando

Non viene dichiarata da nessuno,

E’ più importante di una vittoria di Pirro.

Perché la poesia muore

Se non uccide

L’ipocrisia.

 

 

 

 

 

http://www.edizioniensemble.it/prodotto/nulla-caduco/

 

 

 

“Il marinaio migliore” di Catia Manna è un libro che possiede almeno due caratteristiche piuttosto rare per il panorama poetico italiano anche contemporaneo.

La prima è quella di trovare una sintesi fra la ricerca di una poesia di qualità – né accademica né pop – e la capacità di parlare al vivere quotidiano della gran parte della gente comune.

La seconda è quella di far scaturire questa ricerca non da ciò che all’interno di essa si vuole affermare, bensì da ciò che si vuole negare.

Quello di Catia è un linguaggio diretto, privo di retorica o giri di parole, fatto di molteplici giochi e ribaltamenti di senso che sembrano quasi “afferrare per la maglia” il lettore strattonandolo oltre il confine del senso comune che gli è stato recintato attorno. Per trascinarlo nel vortice della decostruzione sociale che la poesia fa, alla ricerca di un orizzonte di senso tanto radicalmente opposto, quanto forse ancora difficile da decifrare

 

Non convincerai

i miei pensieri da strada

Condoglianze

per aver sacrificato

i tempi morti

[…]

Vesti solo parole

che rinvengano frammenti

di dignità

Immagina quando vuoi

una felicità fuori catalogo

[pag. 50]

 

Colpisce della poesia di Manna la forte intensità della versificazione, data tanto dal gioco o dal ribaltamento di senso quanto dalla luminosità e dal “peso specifico” che ogni singolo verso sembra trasudare. Cucendo così intelaiature poetiche che fanno restare aggrappati al foglio togliendo il respiro, oppure accelerandolo nel tentativo di contenere il rapido mescolarsi dei battiti cardiaci

 

Anticipiamo?

Non vedi il rosso

Le mie mani stringono

i tuoi sussulti di freddo

Abusiva

a voler provare subito

come si sta nel tuo infinito

[pag. 33]

 

Chi vive nelle periferie?

Il cielo si squarcia di respiri

Sono in debito di distruzione

Quanti versi mi apparterranno

dopo il saldo con il passato?

[pag. 41]

 

Ma questo “viaggio al termine del linguaggio costituito”, Catia Manna non lo fa appunto né in una logica di eroismo né di avanguardismo più o meno intellettuale. Bensì a partire dal vissuto quotidiano e dalle necessità di dare risposte concrete a quelle che sono le esigenze sue come di molta gente.

La poesia di Catia sa prenderci per mano quando necessario, tenendoci stretti durante il volo sulle montagne russe della mente teso a scardinare i meccanismi di inibizione che costruiscono la nostra realtà

 

Anche questa volta offro io

Mi prendo tutto il sole

[…]

Tra le voci di ogni paese

la tua li ha visitati tutti

Io, invece, parto sempre

prima dei viaggi

[…]

La gente ci cammina tra le rovine

Sono il punto di ritrovo

Lascio come mancia la ragione

L’ho assaporato davvero

il caffè al Pantheon

[pag. 29]

 

E lo fa in un costante ed impietoso smascheramento delle convenzioni sociali che associano sensi e significati imposti. A tratti un vero e proprio antagonismo poetico pronto a disinnescare gli ordigni celati dietro ad ogni rivolo o cristallo di potere

 

Il mio cuore radicale

manifesta

Le tue forze dell’ordine

sono schierate

[…]

Come uno stato

che illude e dimentica

Ha bisogno dell’uomo

per celebrarsi

al suo funerale

[pag. 12 e 13]

 

Inserendosi dunque all’interno di una tensione generazionale che sembra puntare ad una possibile riqualificazione del soggetto poetico, come vettore di liberazione dal linguaggio istituito e dalle dinamiche sociali che esso traduce. Trasformando così il nonsense in radici di senso potenzialmente infinite.

E sviluppando immagini molto forti, frutto di associazioni estetiche per niente altezzose o fini a sé stesse, ma belle e penetranti nel loro infrangesi contro le scogliere dell’essere

 

Anche se il vento ha voltato la pagina

del libro senza titolo fra le mie mani

[…]

Le case sono rosse d’artificio

Il colore primario cade in gocce

d’acqua nelle cucine vuote

Al blu dei cortili il giallo della luna

diventa la speranza di esaudire la sua voce

Se fossimo i nostri colori primari

saremmo diversi quanto le loro combinazioni

[pag. 25]

 

Ci sono anche dei punti deboli? Forse sì. Forse “Il marinaio migliore” è per Catia Manna un’opera di maturazione poetica importante, che in alcuni passaggi non ha però ancora il livello di un’opera pienamente matura.

Soprattutto in alcuni punti la versificazione resta un po’ troppo discorsiva, oppure il ribaltamento di senso si fa eccessivamente “dichiarato”, quasi pagando pegno alla forza di quella stessa codificazione linguistica che si vorrebbe scardinare. Il ritmo del respiro rallenta un po’, e il risultato è che alcuni testi sono leggermente macchinosi, là dove invece la forza centrifuga della poesia di Catia è solitamente molto potente.

Originale ed azzeccata anche la scelta di eliminare la punteggiatura, affidando alla sola versificazione, ed eventualmente alle maiuscole di inizio verso, il compito di trovare le pause e le licenze poetiche di tipo grammaticale. Tuttavia il tentativo – legittimo in sé per sé – di evitare inutili tecnicismi, nell’assolutizzazione della scelta stilistica produce a mio avviso a volte l’effetto opposto, là dove lo scorrimento di alcuni testi ne risulta un po’ ampolloso.

Ma queste ovviamente sono solo suggestioni e punti di vista del tutto personali, che nulla tolgono al valore complessivo de “Il marinaio migliore”. Né tanto meno a quello di un’autrice che rispetto al suo primo libro “Tra le cinque e le sei”, LietoColle 2012, ha già compiuto un miglioramento molto sensibile.

Il merito va dunque anche ad Edizioni Ensemble, per aver dato voce ancora una volta ad autrici di rilievo che il mainstream culturale italiano avrebbero rischiato altrimenti di mandare nel dimenticatoio.

E ad una poetessa che se continuerà a lavorare sulla strada intrapresa, ha il potenziale secondo me per affermarsi come una delle voci più particolari e originali del nostro panorama poetico attuale.

Dal mio punto di vista Catia Manna sembra aver colto un aspetto importante della possibile liberazione dell’essere umano che la poesia può portare oggi in un mondo fatto di mercificazione, nichilismo, egoismo e selfie come momento più alto di empatia e socializzazione artistica.

E cioè che non è proponendosi di “cercare diversamente” un qualsiasi aspetto o paradigma valoriale, che si può portarlo al di fuori della spettacolarizzazione del linguaggio inscritta fin nelle stanze più profonde da parte di un potere coestensivo al corpo sociale.

Bensì solo negando radicalmente ed ontologicamente quel paradigma valoriale, si possono aprire orizzonti di senso infiniti dove scavare col martello pneumatico della poesia, le gallerie che ci portino oltre il macigno della Storia verso oceani di possibile riqualificazione di quel valore, del suo profumo portato dal vento, della sua bellezza sensuale e misteriosa

 

Naufraghiamo purché le ceneri

non siano disperse in mare

[…]

Sottocoperta ad ogni vento

i barili del nostro sale

[…]

Fanno impallidire secoli di colpe

e verde è la pena

Non esiste il marinaio migliore

[pag. 68]

 

 

 

 

http://www.edizioniensemble.it/prodotto/il-marinaio-migliore/

 

 

Catia Manna

 

Sabato 11 novembre a Lucca la premiazione della quindicesima edizione del Contropremio letterario Carver. L’evento è aperto a tutti!

 

Il Contropremio letterario Carver nato a Roma nel 2003 e giunto alla quindicesima edizione, ha deciso di scegliere Lucca come luogo per la cerimonia di premiazione dell’edizione 2017. L’evento si terrà sabato 11 novembre a partire dalle ore 15 presso l’auditorium del centro culturale Agorà in pieno centro storico (Piazza dei Servi – via delle trombe 6).

Considerato il premio letterario indipendente migliore d’Italia con i quasi 7000 libri letti ed esaminati, il Carver porterà nella città Toscana i finalisti delle sezioni narrativa, poesia e saggistica. E come accade ormai da 15 anni Andrea Giannasi presenterà con gli autori i libri ricordando sono questi ad essere premiati e non i nomi sulle copertine o i marchi editoriali. In primo piano la lettura e la ricerca di nuove storie, forme, stili.

Sono diciotto titoli in finale con autori provenienti da tutta la penisola. Le scrittrici e gli scrittori arrivano da tutta Italia: Roma, La Spezia, Vercelli, Pistoia, Ravenna, Napoli, Crotone, Bergamo, Chieti, Firenze, Catania, Trento e molte altre città ancora. Ad organizzare l’evento è Prospektiva, piattaforma letteraria (www.prospektiva.it), in collaborazione con Prospettiva, Tralerighe libri e l’associazione Historica Lucense.

Nella narrativa i finalisti dell’edizione 2017 sono i libri: “La quarta estate” di Paolo Casadio (Piemme); “Amori regalati” di Olimpio Talarico (Aliberti); “La disertora” di Barbara Beneforti (Iacobelli); “La dodicesima nota” di Lev Matvej Loewenthal (Carteggi Letterari); “E pensare che c’entravamo tutti” di Giancarlo Marino (Homo Scrivens); “Il giorno dell’assoluzione” di Annalisa Venditti (dei Merangoli).

Per la saggistica in finale sono arrivati: “Il confine umano vite in cerca di pace” di Patrizia Angelozzi in collaborazione con  Consorzio Matrix (Ianieri); “Rose de Freycìnet. Una viaggiatrice clandestina a bordo dell’Uranìe negli anni 1817-1820” a cura di Federico Motta (Il Frangente); “La committenza Medicea nel Rinascimento. Opere, architetti, orientamenti linguistici” di Maria Vitiello (Gangemi); “Italiano urgente. 500 anglicismi tradotti in italiano sul modello dello spagnolo” di Gabriele Valle (Reverdito); “Meglio di niente. Le fondamenta della civiltà europea” di Danilo Breschi (Pagliai); “Regressione suicida dell’abbandono disperato di Emil Cioran e Manlio Sgalambro” di Salvatore Massimo Fazio (Bonfirraro).

Infine per la poesia in finale: “Poesie del taschino” di Giovanni Cavazzuti (Pellegrini); “Il cielo di scorta e altre offerte della settimana” di Anna Martinenghi (Linee infinite); “Modalità silenziosa” di Emma Pretti (Genesi); “Fiori di luce” di Walter Viaggi (La ruota); “R:existance” di Edoardo Olmi (Ensemble); “Pietre e amarene” di Chiara Nobilia (Giovane Holden).

I finalisti del Carver: contropremio letterario edizione 2017

 

Non è facile leggere oggi in questo paese, dove tutti scrivono, prendono posizione, dibattono e mettono “like” o complimenti a denti stretti. Non è facile leggere e attendere il silenzio dei passi, il battere e il levare, il fruscio di una tentazione.

Non è facile leggere, dicevamo, e oltremodo appare ancora più difficile porre un giudizio, dare un voto. Il Contropremio Carver dopo quindici anni di indipendentismo  sciagurato – avremmo potuto ben venderci a qualche mercante di perline colorate ai “tempi d’oro” – continua a porsi sempre la stessa domanda. Sulla fallibilità del giudizio di un lettore. Del resto ognuno ha la propria esperienza, il proprio bagaglio e il proprio zaino sulle spalle. E ogni libro letto rimane come un macigno ad arginare le paure e il vuoto. Ecco per noi del Carver i libri sono come mattoni di una diga che custodisce milioni di metri cubi di acqua. Non sono utili, ma essenziali per l’esistenza dei pesci gatto.

Ma questa è un’altra storia.

Dicevamo il Carver (due punti): contropremio letterario, è giunto alla sua quindicesima edizione e presenta i libri finalisti delle sezioni narrativa, saggistica e poesia. Con la poesia ultima perché siamo di quelli che considerano questa forma di arte letteraria, come un’arma molto pericolosa da armeggiare.

La giuria coordinata da Andrea Giannasi lunedì 25 settembre ha decretato quanto segue (per dare anche ufficialità alla nota).

Nella narrativa i finalisti sono i libri (perché al Carver sono i libri ad essere premiati e non i nomi degli autori o i nomi degli editori), i libri e solo quelli che sono testimoni e rimarranno come macigni agli atti.

“La quarta estate” di Paolo Casadio (Piemme); “Amori regalati” di Olimpio Talarico (Aliberti); “La disertora” di Barbara Beneforti (Iacobelli); “La dodicesima nota” di Lev Matvej Loewenthal (Carteggi Letterari); “E pensare che c’entravamo tutti” di Giancarlo Marino (Homo Scrivens); “Il giorno dell’assoluzione” di Annalisa Venditti (dei Merangoli).

Cosa dire. Abbiamo voluto premiare le storie e la storia. Sì perché tutti i libri sono intrecciati come tele ad un termitaio di vicende, intessuto con la tenacia di chi vuole prendere per mano, a momenti quasi strattonandolo, il lettore per portarlo non in un altro mondo, ma nell’impronta che ognuno di noi lascia sulla sabbia. Impronta fedelmente identica a quella di una sconosciuta che non è solamente metafora dei nostri percorsi onirici. La storia, questa sconosciuta, che torna ad essere prepotentemente presente tra le dita del caporale Gutiérrez, di Martha Sventlaska e la Roma degenerata, del brigadiere Lozzi Anchise replicato “macellaio messicano”, del medico pediatra Andrea Dalvina Zanardelli e della scheggia e delle ruote nei conventi, Tomaso Chiarello e Caccuri come Berlino o Buenos Aires, Nadim e lo spartito di Asche.

Sono 1219 le pagine della sezione narrativa della quindicesima edizione del Contropremio Carver.

La giuria per la saggistica ha utilizzato lo strumento della domanda. Cercando di trovare le coordinate per comprendere chi siamo e dove vogliamo andare. Ma per farlo dobbiamo tornare a capire quale lingua usare; quali strumenti e quali linguaggi utilizzare per “costruire” bellezza; quali travestimenti indossare per intraprendere il “viaggio clandestino” alla scoperta dell’ignoto; quali fondamenta scavare e indagare per svelare le radici della civiltà europea; quali mettere a nudo per liberare la nostra stupidità regredendo nel concetto di suicidio come assenza e nulla intraducibile; e infine quali esempi dalle vite oltre gli odori del limes.

In finale sono arrivati: “Il confine umano vite in cerca di pace” di Patrizia Angelozzi in collaborazione con  Consorzio Matrix (Ianieri); “Rose de Freycìnet. Una viaggiatrice clandestina a bordo dell’Uranìe negli anni 1817-1820” a cura di Federico Motta (Il Frangente); “La committenza Medicea nel Rinascimento. Opere, architetti, orientamenti linguistici” di Maria Vitiello (Gangemi); “Italiano urgente. 500 anglicismi tradotti in italiano sul modello dello spagnolo” di Gabriele Valle (Reverdito); “Meglio di niente. Le fondamenta della civiltà europea” di Danilo Breschi (Pagliai); “Regressione suicida dell’abbandono disperato di Emil Cioran e Manlio Sgalambro” di Salvatore Massimo (Bonfirrano).

Dicevamo che la poesia la vogliamo presentare per ultima. Una cinquina di libri, in questo momento storico, talmente inutile da risultare vitali per le nostre esistenze. Ci riferiamo, ovviamente, al paradosso dell’inutilità dell’aria che non vediamo e non tocchiamo, non sentiamo e non possiamo acquistare o vendere.

La poesia è morta quando una società non riesce a difenderla; la società è morta quando è la poesia a non avere più diritto di cittadinanza.

Da leggere – ma non solo questi – i libri giunti in finale alla quindicesima edizione del Carver: contropremio letterario 2017.

“Poesie del taschino” di Giovanni Cavazzuti (Pellegrini); “Il cielo di scorta e altre offerte della settimana” di Anna Martinenghi (Linee infinite); “Modalità silenziosa” di Emma Pretti (Genesi); “Fiori di luce” di Walter Viaggi (La ruota); “R:existance” di Edoardo Olmi (Ensemble); “Pietre e amarene” di Chiara Nobilia (Giovane Holden).

Riassumendo in finale sono arrivati 18 libri (6 per ciascuna sezione). Gli autori maschi sono 9, mentre le autrici donne sono 8. Un libro è ibrido perché è curato da un uomo ma in realtà è un lavoro sul reportage di una donna. Le autrici e gli autori arrivano da tutta Italia: Firenze, Roma. La Spezia, Vercelli, Pistoia, Ravenna, Napoli, Crotone, Bergamo, Chieti, Catania, Trento. La narrativa offre romanzi ma anche racconti; la poesia ha stili che vanno dal classico all’Haiku.

La premiazione si terrà a ottobre (se tutto va bene) a Lucca.

Buona lettura a tutti.

amore epilessi

l’Elba assediata in un calice di birra

è la danza di una lingua attorno a un pene,

si scontano i peccati sotto al sole

e radono capelli come pesi alla coscienza –

orgoglio è quello che non si dice

oltre il punto dove un’isola comincia,

che in estate si sopporta proprio tutto

tranne il carnevale e le domande.

 

la lotta non va mai in vacanza – ahimè

né la letteratura per soggetti asessuati

avete i culi fatti tutti uguali.

ombre a scrocco – fra le darsene del ricordo

e una calata punk

abbronzeranno il tuo dolore;

di sale intessuto nel legno, l’orgasmo

mancato ad ogni pianto di bambino –

passando in poche curve

da una poesia all’altra.

 

 

Portoferraio resta a galla aggrappandosi alla rada

che sembra essere stata stesa lì per lei

come un diamante in maglia erosa dal vento –

qui i gatti sanno anche attraversare la strada.

 

entri a casa col pescato dei suoi versi

ubriacandoti dei campi e dei vigneti di Lacona,

lasci maturare i grappoli del sogno – alla deriva dei pensieri

però torni sui tuoi passi per un po’ di gelsomino

ed un vicolo rappreso del Buchino.

 

 

il Volterraio è fatto apposta

per erigersi agli assalti della nebbia

il suo corpo si arenava nella sabbia –

facendosi nudo

vestita in respiro di agave e colori autunnali

preziosa è la memoria del poeta

in pace con i suoi orari.

 

 

prende ferie dal rimorso, l’artigiano mattiniero

dove adesso abbaia il cane

ed il freno più non regge la discesa –

scolorita l’acqua razionato il pane.

 

le murene di Ortano sulla piastra

– ho imparato l’uomo qui fra questi monti –

mezzelune arancio stravaccate a sera

sopra i tetti di Piombino.

Rio Marina fuoco d’artificio

contro il cielo che si strizza nel canale;

lo scirocco saprà fare il suo mestiere

e lo zenit scorderà che cosa dire

 

 

dopo un paio di settimane qua

passa inosservata anche l’Italia,

quando la libertà rimase esule in Via Solferino

sotto la pioggia non c’era niente da scrivere a nessuno.

 

 

vorrei essere come questa terra

un verbo che non ha soggetto –

addormentarmi al vespro alla finestra degli abissi

fra le rive del sonno – risvegliarmi sul ciglio di una scogliera

fra colline rosse d’imbarazzo.

 

se la ascolti è come un quadro di van Gogh

stessi pochi, poveri pastelli:

mai una volta in cui due tele siano uguali

mai due sguardi della stessa confusione.

 

 

R:EXISTSTANCE sbarca a Roma!

Venerdì 9 giugno ore 21:30, all’HulaHoop di Via L. F. de Magistris 91/93 al Pigneto.

Presentazione del libro con Ensemble ed Alessandra Bava.

Letture assieme ai poeti e le poetesse di Bibbia d’Asfalto – poesia urbana e autostradale e della Rome’s Revolutionary Poets Brigade.

Musiche di Riccardo Manzi.

A seguire open mic.

 

 

 

 

 

 

Prima presentazione fiorentina per R:EXISTSTANCE
Edizioni Ensemble 2017.

Alla libreria-café La Cité di Borgo San Frediano 20/r
Lunedì 8 maggio ore 21:30.

Introduce Vanni Santoni.

affluenti-18-dicembre

 

 

Domenica prossima 18 dicembre presso La Cité di Borgo San Frediano 20 a Firenze, ultima grande presentazione del 2016 per “affluenti”, l’antologia di poesia fiorentina di nuova generazione, da poco uscita con Edizioni Ensemble http://www.edizioniensemble.it/prodotto/affluenti/.

La serata inizierà alle 18:00 con l’introduzione da parte dei curatori Edoardo Olmi e Marco Incardona, che ci racconteranno come è nato il progetto di “affluenti”, e cosa esso si proponga di esprimere e di realizzare all’interno del mondo culturale e letterario della Firenze di oggi e di domani.

Le letture dei testi saranno poi interpretate dalle attrici e dagli attori teatrali Margherita Loconsolo, Davide Gemmani, Angiolina Pisana e Vittoria Rinaldi.

Nel corso della serata, dipinti ed arte visiva ispirati ai testi dell’antologia, saranno realizzati, esposti e resi disponibili da parte di Martina Masotti e Pierluigi Doro.