PROMESSA DI SALA DELLA PRIMA DEL LAVORO TEATRALE “MARIO, CORNA DI PAVONE, GUERRE D’OCEANO AMORE”, REALIZZATA A FIRENZE IL 5 GIUGNO 2010 PRESSO L’EX CHIESA SCONSACRATA DEI BARNABITI IN VIA S. AGOSTINO 23.

MaRio

corna di pavone

guerre d’oceano amore

Da Il porcospino in pegaso, raccolta di poesie di Edoardo Olmi, e ScrittInVersi sparsi di Chiara Amplo Rella

Con Chiara Amplo Rella ed Edoardo Olmi

Musiche e suoni dal vivo di Filippo Benesperi e Benny Zaccone

Scenografia Gabriele Parente

Luci Ramzy Abu Assab

Drammaturgia e Regia di Chiara Amplo Rella

Un lavoro sul doppio. Il Poeta e la sua ispirazione febbrile. I suoi sogni, i suoi ricordi, i suoi incubi. Una penna. Voci.

Il Poeta è creatore? E’ padrone delle sue creature? O ne è schiavo? Comunque si è in pericolo; in bilico, costantemente, tra l’estasi e la perdizione. Il nostro vomito è sul punto di ingoiarci.

Il lavoro di due attori, che vivono, ricreandoli, i propri stessi versi. Non incarnano personaggi, nel senso tradizionalmente psicologico del termine, ma scorporano, attraverso le voci, se stessi e le proprie parole. Parola come formula alchemica che muta materia e spirito. Sulla scena due figure: il Poeta (soggetto? Oppure oggetto di un pensiero che lo attraversa e lo supera e che si fa atto nel suo non poter essere azione compiuta?) e la manifestazione concretamente astratta di questo suo indomito pensiero. Così lo scambio, così la fusione. E magari la sfida dell’essere insieme dentro e fuori scena: regista di te attore…

Il teatro è trasformazione. E’ la morte che si ripete, senza compiersi mai. Ed è quindi la vita nell’eterno ritorno (del diverso). Struttura spirale.

La lotta è estenuante, è lotta all’ultimo sangue. Ed è già persa da sempre. Eppure è irrinunciabile, proprio nel suo non essere decisiva. L’urgenza di rialzarsi, continuando a scivolare sul pavimento perennemente insaponato – come se fosse possibile –dapprima con sofferenza e poi con parossistico abbandono. Così l’affanno diventa danza. E a volte, per un istante, accade persino l’equilibrio! Mai però la stabilità. Il fallimento endemico dell’esistenza non vale da obiezione alla guerra cosmica.

Allora ci si mette in scena interamente, senza riserve, per strapparsi la pelle dal corpo e dall’anima la scrittura. Niente compiacimento, nessun omaggio, niente da venerare… Ma l’ossessiva tribolazione che fagocita l’istituzione significato, il discorso, la forma. L’irrequietezza dell’essere al mondo già morti. Un’irrequietezza spudorata e violenta che è Amore supremo. Amore che è anch’esso una condanna, terribile a tratti, a tratti gioiosissima.

La trama non è una trama. Visioni-ricordi-fantasie s’intrecciano a dar corpo a tematiche dai colori disparati e sempre doppie: essere e non essere, amore-odio, umano-divino, vita-teatro, prigionia e ribellione …tutto nell’ambigua tensione tra sogno e realtà.

La Scenografia è immediata e simbolica. Lo spazio è organizzato per sfidare il limite, e la simmetria permette il viaggio del tra. Mentre gioca con l’ombra ed il buio la luce.

La tessitura sonora si compone e si scompone (rumori); si va (s)facendosi, accanto alle parole. Talvolta asseconda le voci, spesso le contrasta. Cerca di prendere il sopravvento, afferra la scena interamente e ne è a sua volta afferrata. Anche qui si combatte.

La lotta è essenziale, non contenutistica. Non rappresentiamo la lotta. La viviamo. E vivere è dibattersi tra rigore e spontaneità, volontà (di chi?) e abbandono, finzione e verità. C’è che gli opposti non sono opposti, ma doppi! E non si dà finale quando il Teatro apre una breccia nel Tempo: fine ed origine semplicemente coincidono nell’istante supremo.

A te, Spettatore, offriamo la nostra voglia di vivere e ti chiediamo di accoglierla con i sensi. Ascolta le nostre parole che non sono più nostre; ascolta il movimento, lo spazio, il tempo e il silenzio. Sii aperto a far circolare l’energia.

Felici del tuo esserci

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