Archive for marzo, 2012


 

Sabato prossimo 31 marzo ci sta la presentazione dell’ultimo lavoro di Leonardo Bonetti, “A libro chiuso”.
Un libro che riflette sul libro.
O meglio, sul “nonlibro”, come spazio a partire dal quale si aprono pagine di possibilità potenzialmente infinite.
Una riflessione sul senso e i limiti dell’opera letteraria, che a partire da essa si apre a questioni esistenziali e sociali di piena attualità.
Ci sarà anche un mio intervento, o meglio, un nonintervento.

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A Palermo dal 3 febbraio al 15 maggio, si tiene un importante incontro internazionale di storia, letteratura, musica, arte, dal titolo “Islam in Sicilia: un giardino tra due civiltà”. Dove lo scorso 25 febbraio, alcuni poeti provenienti da diverse parti del mondo, hanno tenuto il reading “Multi/versi nel mare tra le terre”. Fra questi anche Hasan Atiya Al Nassar, poeta iracheno rifugiato politico in Italia dal 1981, perché renitente alla leva nella guerra contro l’Iran, e considerato uno dei massimi poeti d’esilio viventi.

Hasan è intervenuto con la bellissima poesia “L’ultimo pianto di Ur”, per la quale è in cerca di realtà interessate ad una pubblicazione (siti, blog, riviste, ecc.) e che allego:

 

L’ultimo pianto di Ur

Mi è sembrata la terra dei Sumeri spogliata dei suoi fiumi, nuda.

Mi ha avvicinato la terra d’Iraq, tradita, già vogliosa di fiori seminati dai propri cari.

Ho udito le tenebre che difendono i miei morti, nel mio sangue.

Danza e canti all’alba, per un addio eterno, per addormentare il mio sogno,

cresce e muore il fuoco.

Come è bello, meraviglioso il Mediterraneo,

non ha memoria dei defunti.

Fratello, non camminare oltre

perché il cimitero del mare ti aspetta.

Fango salato, marcio,

il grano spezzato lascia spighe mai più fertili.

Femminilità improduttiva.

Ho visto sudari, come camicie appese a un filo,

aprirsi sotto i raggi di una luna argentata

che spinge il tramonto

verso l’isola innocente che nessuno ha mai calpestato con lo stivale,

di quelli che indossano i militari che stanno arrivando.

Spuntano ombre di contadini meridionali,

reliquie di corpi che vagano nel fango dell’Iraq.

Così terminano le acque d’Iraq come termina la luce della luna d’argento.

Avrei voluto vedere le donne vergini quando  liberano dal loro ventre

bambini che stringono in mano coltelli di marmo.

Avrei voluto ascoltare il pianto del Sud, come fanciulli smarriti sul valico montuoso.

Ho ascoltato sorrisi bruciare lo scandalo del fuoco,

tra il sangue e il fango di Ur traditrice, come la donna che ci inganna sin dall’inizio

prima di abbandonarci sul crocevia della sentiero.

Chi non ha conosciuto Ur, Abramo, Gelgamesh, Hasan al Nassar, non può capire cosa sia la sofferenza.

Tu sei Adamo nella luce cieca e la vita che hai avuta non è uguale a quella di tutti.

Un’altra vita persa nella battaglia perduta.

Mi sono sembrate le stelle che tradiscono come vergini stuprate sotto

un tessuto della notte lunare.

Nessun volto assomiglia mai al profilo della luna.

Le vergini liberano fanciulli che tengono ancora in mano coltelli di marmo. 

Ho visto coltelli galleggiare sopra l’Iraq nudo d’acqua

spogliato

nudo di valli di fango, terra sabbia, maiolica,

si sono scontrati alberi con altri alberi

innamorati con altri innamorati

poeti con altri poeti

piante con altre piante

erbe con altre erbe:

non saranno più vivi

Ma ora è morto l’inno, il canto di una collina vicina,

perché i sogni terminano  con violenza.

Tristezza nei volti quando inizia il litigio.

Tristezza nei volti nella notte sumerica,

quando ci sarà il canto

trionfale, inno alla gioia.

Vi dico: i tamburini devono conservare il silenzio.

Avrei voluto non ascoltare un’onda triste.

Certo, i grembi gonfi andranno

e torneranno presto al fango di Babilonia.

Porteranno cadaveri di ghiaccio.

State tranquilli, io vi dico, fate calmare la vostra voce, che la torre di Babele inizia a prendere fuoco,

si stringe la sua cintura e risorgono i morti di Ur.

Figlia di Ur, dove vaghi?  ***

La vita che tu cerchi non la troverai.  Riempi il tuo ventre di bambini.

Ti dovrò dare vesti per il tuo corpo, pane e cibo,  per la tua verginità.

Tu sei un braciere che si estingue nel gelo, una porta che non sostiene il vento e la tempesta.

Per tutta la vita ti seguirò come straniero, passo a passo. Come un’ombra sconosciuta.

Non voglio sentirti come un serpente che scivola sul mio corpo.

Non ti devi avvicinare dove io sono, dove io vado non devi andare

Dove io entro non devi entrare.

Io ti seguo passo dopo passo, uomo di frontiera stanco di un’altra notte senza frutti.

L’amore è duro, rigido, nudo.

Ebbene, sono già cadute gocce d’acqua.

Pioggia acquazzone caduta sul grano spezzato,

su un Iraq quieto

di fango sepolcrale si è alzato nel buio silenzioso a coprire il mio corpo

a uccidermi lentamente.

Il fango sepolcrale sta camminando come un lupo.

Io vi stringo come un fiato o grido: perché l’amore era duro anche nel sogno.

La terra tra due fiumi è sembrata spogliata della sua acqua, caduta, sconfitta, crollata.

Ho detto addio all’Iraq, ho udito l’inno di Ur traditrice.

Per la battaglia, l’incendio si alzerà fra poco.

E’ caduta, è caduta Ur la grande,

il paese che è come vuole essere.

Tricolore-hc (2011)

aveva le mie stesse Converse nere
mica tanto –
my Step by Step
13 euro quanti
loro rispettive edizioni in 6 anni
erano vera imitazione di finte
sue                                                      (49 euro e 90).

 

i pantaloni sotto al ginocchio
ricalcavano
i nostri diciott’anni,
ma ne avrà avuti almeno
una decina tanti –
neri come l’ombra, all’assenza di maniche
della sua maglietta

nera, come

sotto la spalla destra tatuata

di una tartaruga ottagonale,

cerchiata

tricolore.

«la tartaruga»
rise giocondo una volta un fratello
«è l’animale più punk che ci sia, pensaci

è pacifica, quanto corazzata.»

noi pogavamo insieme al cospetto della luna
ascoltando un gruppo hc britannico ululare
dieci anni dopo «le Falkland sono inglesi!»
poi traghettando in tournée un ultimo disco che si apriva
con i rantoli e le grida
laceranti ogni membrana percettiva
del SignorNo malcapitato di turno sotto
tortura.

e tiravamo spesso a far mattino
finendoci a schiantare contro
l’ultima Ceres, di quello stesso baldacchino
dove al rettile frecciato adesso
solo una chiara A sul petto portavo in dono,
come amore alchimia anarchia aneurisma
attesa apocalittica (di un) ardore (in) anemia;

cercando di celarla sotto un guscio reiterato

alla bottiglia, nelle zampe del padrone.

lei sig. Bettino lo squadrismo
non se l’è mai potuto nemmeno immaginare;
neanche quando è uscito dalla porta davanti.
con tanto di liquidazione in titoli d’insonnia
e borse per andare in ferie
a novembre sotto gli occhi ho lavorato per due anni
dove il Vate
Gabriele d’Annunzio,
sotto la cupola
scoscesa
portava le sue troie. *

lì che si sale fino su su in vetta chinando il capo
come fu al cospetto dell’entrata
all’ufficio del suo genio;
quando anarcofiglidipapà post-punkabbarbie
perCoop conCoop e inCoopkkupavano le Facoltà
devastando macchinette, espropriando Twix e Bounty
mentre davano a me e a te dell’infiltrato.

* giuro, non baro
chiedete a chi
di dovere
pure pompini si mette a fare
pur di averne pertinenza,
o magari
– come il Vate(r) –
li sa fare anche da solo

Tricolore hc! Tricolore hc!

però che glielo dico a fare

che se me ne sono andato non è soltanto

per le manganellate dei poeti,

o bimbominchitudine di attori/attrici

ma il suo terrore orgonico

chi me lo ridà?

manco il pensiero della Monna Lisa

sepolta ed obliata sotto santa orsuta

no di certo!

ed il suo piscio etilico

le risse che zittivano le trame

lo sguardo esasperato ed assassino

del Kabayan Store?

come a dire che ne sai davvero tu

di ciò che chiami <<patata africana>>

se non quell’arroganza

di averla battezzata?

come a tacere cazzo cerchi – qui

in mezzo ai nostri silenzi?

no; né cento

né mille celle forse

potranno mai ridarmela

l’erbetta peruviana,

proibita più di amplessi consumati

in gran segreto al quarto piano

da alcolisti omonimi,

padri di famiglia troppo

padri – per esser stati figli

per esser genitori –

ben più dell’alchimia di case

d’artisti (!) spuntare come funghi

su giungle bohémien,

cellette – quelle sì – al miele

nell’alveare anemico della città.