Archive for novembre, 2012


 

Giovedì prossimo alle 20 all’Asino che Vola, durante la serata Labirinti Urbani Live, presenteremo la seconda edizione di Subversions, la prima antologia internazionale di racconti anarchici, curata dall’Anarchist Writers Bloc http://awb.daemonflower.com/.
Oltre alle sezioni in inglese e in francese, da questa edizione l’antologia contiene anche una sezione in italiano, curata dal Collettivomensa. Dentro insieme a me ci trovate scritti di Benedetta Torchia, Carmen Zinno, Fabiagio Salerno, Fabrizio Gabrielli, Gianluca Garrapa, Gio’ Notte e Sacha Biazzo.
A spalleggiarmi durante la presentazione ci sarà Simone Ghelli di Scrittori Precari, mentre la serata come ogni anno è organizzata da Les Flaneurs Labirintiurbaniliquidi. Si comincia alle 19 con aperitivo e inaugurazione della mostra di Luis Alberto Alvarez Solis, poi dopo di noi teatro e musica dal vivo. Ingresso rigorosamente gratuito!
ECCO IL PROGRAMMA COMPLETO DELLA SERATA:
Giovedì 29 novembre l’appuntamento è a L’Asino che Vola (Via Antonio Coppi 12/d, zona Piazza Zama, metro Furio Camillo) con Labirinti Urbani Live 2012, la serata evento organizzata da lesflaneurs.it, il portale che ricerca e propone alcune delle più interessanti realtà artistiche della capitale attraverso news, recensioni, interviste ed eventi live.Con l’edizione 2012 di Labirinti Urbani Live, Les Flaneurs vuole festeggiare il terzo anno di attività del sito con reading, esposizioni, performance teatrali e musica.

La serata avrà inizio alle 19 con l’aperitivo a cura de L’Asino Che Vola, durante il quale si potranno ammirare le opere del pittore messicano Luis Alberto Alvarez Solis. Si proseguirà poi con Sovversiamo, la prima presentazione italiana di “Subversions II”, antologia di racconti a sfondo anarchico pubblicata dall’Anarchist Writers Bloc. A presentare il libro Edoardo Olmi insieme a Simone Ghelli. Spazio poi al teatro con il Collettivo Charrolastra che proporrà al pubblico il suo “Sintassi cardiaca”.
A chiudere la serata la musica di Babalot e degli Odiens.
ED ECCO QUALCHE INFO SULL’ANTOLOGIA:

Subversions è un progetto letterario che nasce nella città di Montreal e che coinvolge autrici e autori sparsi tra Europa e Nord America. Si tratta di un antologia dove sono raccolte novelle a sfondo anarchico scritte o ispirate da azioni o pratiche anarchiche che legano direttamente o indirettamente l’autore o l’autrice delle stesse. Quest’anno siamo al suo secondo volume all’interno del quale vi sono raccolti i testi di 28 scrittrici e scrittori. La particolarità di questo volume risiede nel fatto che all’interno si possono leggere novelle scritte in francese, inglese e italiano. Un dato di fatto di per se già sovversivo, se si considera che nella ‘democratica’ land canadese scrivere e pubblicare in lingua straniera, cioè che non sia il francese o l’inglese (le due lingue di Stato), è ufficialmente intollerabile. Ma Subversions non figura come un prodotto di commercio da tollerare, un prodotto che rivendica la sua legittimità perché legittimi sono coloro che lo dichiarano, forti di un consenso a senso unico, no.

Subversions è il frutto di un Collettivo che considera possibile una contro-cultura come alternativa alla cultura atomizzante e soporifera dei nostri giorni, che considera possibile tramite un azione diretta e solidale di realizzare ciò che altri per puro conformismo e obbediente devozione non osano, che considera possibile che un giorno la cosiddetta contro-cultura diventi finalmente la cultura, che considera possibile che tutti-e devono averne accesso e quindi che considera urgente la sua diffusione. Un impegno. L’impegno che da più di due anni il Blocco degl’autori-ci anarchici, l’AWB (l’anarchist writers Bloc) originario della metropoli quebecchese si è prefissato : allargare l’orizzonte culturale in un contesto sociale anarchico.

Da qualche anno c’è il FITAM (il Festival Internazionale di Teatro Anarchico a Montréal), l’unico esistente ad oggi, che ha aperto le porte per ricevere compagnie e teatranti da ogni parte del globo e programmare gruppi sconosciuti cosiccome ricevere icone che hanno fatto la storia del teatro impegnato degl’ultimi 40 anni, vedi il Leaving Theatre di NY. Alcuni membri del collettivo sono direttamente coinvolti.

Il collettivo prende forma all’occasione dell’undicesima edizione del salone del libro anarchico, che si svolge ogni anno durante il mese di Maggio a Montréal. Una manciata di autori-ici militanti fanno cerchio e discutono a viva voce dell’emergente necessità di promuovere le teorie e le azioni legate all’anarchismo – già diffuse ampiamente da un movimento letterario legato ad azioni militanti e sociali – con un movimento letterario invece a supporto di una contro-cultura artistica.

Un anno più tardi tra le pagine di presentazione della prima raccolta di novelle anarchiche Subversions, di cui otto scritte in francese e otto scritte in inglese, ecco la risposta che le annuncia come : « … ancora e sempre una forma di resistenza perché ispirate da una libertà creatrice che non è una formula vuota da abbandonare ai gourous della pubblicità o agl’artisti designati da un potere alla ricerca permanente di legittimità », mentre nella prefazione una grande dama di teatro e letteratura Monique Surel-Tupin, fa riferimento a ciò che Caroline Granier scrisse nel suo libro Les Briseurs de formule : « L’ambizione di questi scrittori non è di servire la letteratura, ma al contrario impegnarla per ridargli i suoi pieni poteri ».

Con Subversions 2 si conferma una coerenza e una realtà che piano piano prende forma, quell’utopia di poter crescere senza dover essere per forza accompagnati da padri e padroni. Per due anni un attività densa si è sviluppata intorno al Blocco per l’autofinanziamento dei due volumi. Un vero movimento culturale attraverso molti cabaret, presentazioni teatrali e atelier di letteratura che hanno creato il presupposto di quell’unione libera tra i tanti artisti e scrittori spesso isolati e soli nella loro lotta e che si sono uniti come nuovi membri diretti o indiretti del collettivo. Raoul Vaneigem nella sua prefazione di Sub vol.2 attesta quell’ambizione che due anni fà venne sperata da quella manciata di militanti di cui facevo parte : « La creatività su tutte le sue forme è oggi la garanzia più sicura per l’emancipazione individuale e collettiva…» E l’antologia cresce con un apertura internazionale che coinvolge direttamente anche diversi scrittori e scrittrici italiani, otto testi vengono selezionati. La rete si allarga e la sua diffusione s’intensifica, oggi siamo a Roma. Intanto il bando di diffusione per partecipare al terzo volume è già in corso.

Continuare a sovvertire il mondo a colpi di penna è la nostra versione Sub-alternativa, sino al giorno in cui non ci sarà più niente da subalternare…

Oggi primo novembre Reti Dedalus, la rivista on line del Sindacato Nazionale Scrittori, ha pubblicato questo mio pezzo.

Esso prende spunto da una recensione de “Il porcospino in pegaso”, apparsa sulla medesima pagina on line lo scorso 2 giugno.

Ho scelto di rispondere prendendone spunto per affrontare un discorso di tipo più ampio, sui punti di riferimento che hanno influenzato negli ultimi anni (più o meno consapevolmente) certa nostra critica e letteratura.

Ciò che non mi tornava nella recensione, è stata la messa in risalto dei punti più deboli del libro, per trarre conclusioni generali da quelle che mi sembrano più eccezioni che “marche stilistiche irrinunciabili”.

Oppure che la contestazione (più che la critica) sociale e la poetica intimistica (più che il discorso intimistico), non sono gli unici aspetti del libro, ma che in diversi testi sono importanti l’aspetto immaginativo o quello emotivo, quello descrittivo o quello ritmico/musicale.

Inoltre, alcuni paradigmi critici espressi nella recensione non sono condivisibili.

In questo senso, per me non può esistere una coscienza scissa dalla dimensione percettiva. Perciò “attraverso queste striscianti incertezze emerge pur sempre una voce sicura, capace di far suonare a tratti le corde più vibranti e inattese” non significa niente. Allo stesso modo, per me non c’è cosa più artificiale di ciò che chiamiamo natura umana, e in essa istintualità e soggettività sono intimamente collegate. Quindi “l’istinto più che l’abilità” o “volutamente farraginosa” essi stessi non significano niente, in quanto per me ogni istinto è proprio come istinto che si esprime a pieno in un abilità.

O ancora, nella prefazione Scarpellini non mi paragona ai vari Ginsberg, Morrison, Ferlinghetti, Waits, ecc. Bensì semplicemente dice che il tipo di poetica che sviluppo, in qualche modo glieli ricorda, oppure semplicemente li cita di suo per rafforzare alcuni passaggi.

Infine, la poetica intimistica non riguarda una, bensì diverse figure femminili (non identificate per rispetto). E la Chiesa Cattolica non è necessariamente bersaglio più privilegiato di altri nella contestazione sociale, per quanto il sottoscritto sia anticlericale fin dall’adolescenza.

La critica è un mostro strano; senz’altro qualcosa di almeno un po’ compromettente, se pensate che porta l’ambiguità già nel nome. Alzi la mano chi – nell’ingenua purezza della sua fanciullezza – non ha pensato neanche per un attimo di essere rimasto fregato da un qualche dio ballerino, quando ha scoperto che la critica non è soltanto quella che si fa al compagno di banco per fargli venire i complessi sul taglio di capelli, proprio il giorno in cui deve chiedere di uscire al nostro sogno erotico preferito.
Perché da fanciulli – si sa – si è poco inclini ai compromessi, e spesso ci si domanda quanto di quello a cui viene formata, quella che poi impareremo a chiamare “la nostra soggettività”, ci servirà davvero; e quanto invece sarà più un compromesso inevitabile alla sopravvivenza nel mondo degli adulti.

“Ci si lasci almeno liberi quando si tratta di scrivere” diceva Michel Foucault, lui che riteneva nessun soggetto essere formato come libero. E allora sì, in un paese la cui tradizione poetica è segnata da avanguardismi ed élitismi – tanto nella sua versione più classica, quanto a volte in quella critica – parte di un “occidente” dominato da tecnicismi, antropocentrismi e immaginari colonizzati (che in una sua vera omogeneità, forse esiste solo proprio in quel dominio), verrebbe voglia che anche la critica letteraria non scendesse mai a patti con quel dio ballerino.
Perché ciò che può caratterizzare quella formazione di soggettività, è il suo scollegamento da quello che c’è di più originario proprio nel fare poesia; e cioè il ritmo ontologico del vivere, e le sue potenzialmente libere e indipendenti produzioni di senso/nonsenso.
E conseguentemente penso, la capacità di appropriarsi delle parole e ribaltare i termini dei discorsi, in quelli che Foucault definiva “giochi di verità”.

Il sapere del resto, sostiene ancora Foucault, è in ogni epoca in intimo rapporto col potere.

E tuttavia quell’anti-umanesimo che oggi va per la maggiore, pone sempre più dei problemi riguardo lo stesso soggetto umano, e conseguentemente circa le produzioni di verità di un possibile approccio critico.
Li pone forse perché non dà risposte adeguate sull’origine del soggetto stesso.
Penso infatti che quello stesso anti-umanesimo – per l’interpretazione che ne viene data in certi ambienti o per suoi stessi limiti di fondo – mantenga più o meno involontariamente la propria prospettiva internamente e non esternamente, a quella “religione cartesiana” tanto osteggiata; passaggio costitutivo della soggettivazione e dell’assoggettamento da parte del potere (o meglio si dovrebbe dire, dei poteri diffusi).
E d’altra parte sarebbe già l’interpretazione foucaultiana, a non permettere di fatto un punto di vista potenzialmente esterno rispetto a quella religione cartesiana.
Dove anche la libera autocostruzione del soggetto, sembra sempre avvenire a posteriori rispetto all’accettazione di norme e paradigmi propri dell’assoggettamento, conservando un punto di vista interno anche quando egli ricerca un’analisi dal basso, di quella che chiama la microfisica del potere; limitando perciò la comprensione strutturata di quei meccanismi di dominio.
Similmente alla contraddizione nella quale sembra cadere la soggettualità di Deleuze, nel contrapporsi alla soggettività cartesiana piuttosto che ricercarne una diversa più originaria; e finendo magari così col riprodurla a parti invertite, quando non ad averne bisogno per sussistere.
Essi partono da una giusta critica a un soggettivismo – come riconosceva ad esempio anche lo stesso Foucault – di origine teologica, senza riuscire però ad andare potenzialmente pienamente oltre.

Non è infatti la storicità in sé del soggetto ad essere messa in discussione, quanto appunto la sua genealogia; che pone a mio parere le proprie basi nella liberazione dell’istintualità, del subconscio e dell’irrazionale, e ad essi fa continuamente ritorno nel rinnovarsi ed evolversi, in quel ritmo ontologico del vivere.
Se accettiamo questo punto di vista, ne consegue che la soggettività è prima di tutto percettiva, e che l’approccio anti-umanista non è esso stesso in grado di coglierne a pieno la storicità; se non da un punto di vista e in una prospettiva essi stessi dominanti/dominati, per quanto “criticamente dominanti/dominati”.
L’esclusione di inconscio e irrazionale dal campo della soggettività, può finire col deresponsabilizzarli e limitarli, accettando essa stessa l’idea di una frattura fra questi e la coscienza.
Non permettendone fino in fondo una presa potenzialmente libera, e relegando di fatto la percezione (individuale e sociale), e quindi le possibilità di manifestazione della vita.

Queste contraddizioni si manifestano a mio avviso, sia in certi settori della “controcultura” e dell’underground sia, come rovescio della stessa medaglia, in certa critica di matrice accademica, che ha acquisito i vari Foucault, Deleuze, Bene, Heiddegger, come linee guida fondamentali.
E così accade che – volenti o nolenti – aspetti come il livello tecnico o l’elaborazione formale, possano essere ancora oggi discriminanti fondamentali per l’apprezzamento, o anche solo la reale attenzione non mistificata, di certa nostra critica nei confronti di un’opera poetica; fosse essa anche un’opera caratterizzata da un approccio – appunto – “critico”.
E può accadere che consapevoli volontà di evitare qualsivoglia tecnicismo, anche partendo da libere scelte tecniche essenziali, che evolvano progressivamente verso forme più complesse (come vorrebbe ogni metodo induttivo), vengano considerate ingenue o banali.
Come se nel bel mezzo del tecnicismo occidentale, fare “tabula rasa” dei saperi tecnici non sia un primo passo fondamentale verso la ricerca di una possibile originalità stilistica.
Come se quel metodo induttivo, non fosse l’unico coerentemente compatibile con una poetica sociale dal basso, che punti a interpretare e dare voce ai soggetti più emarginati ed oppressi.
E come se qualsivoglia centralità dell’aspetto tecnico – per quanto autocostruita e critica – non sarebbe costretta a venire a compromessi con i paradigmi dominanti, e non corresse il rischio continuo di “auto-istituzionalizzarsi”.
Senza per questo fare alcun facile nichilismo spicciolo, sottovalutando l’importanza che la tecnica o il lavoro di elaborazione formale hanno, nella riuscita complessiva di un’opera di poesia.

Ma anche paradigmi come l’immaginario e l’uomo, il mito, nonché un certo bisogno di nuova spiritualità/religiosità, stanno riemergendo in direzione per certi versi anche positiva, ma per altri problematica; rischiando di riprodurre – come detto – capovolgendoli, quando non addirittura di riacquisire, diversi dei paradigmi contro i quali si rivolge quell’approccio critico.
E questo, credo proprio per l’eccessiva ondivaghità e ineffabilità con le quali l’anti-umanesimo degli ultimi decenni, ha affrontato il tema dell’irrazionale e dell’inconscio, al di fuori del campo della soggettività.
Importante perciò in tal senso, potrebbe essere dare una rispolverata critica a lavori come quelli di Jung sul subconscio, di Feuerbach sull’essere e di Chomsky sulla linguistica.

Penso dunque che abbiamo bisogno di nuove e diverse soggettività possibili.
La poesia può giocarvi un ruolo importante, a partire appunto da una liberazione istintuale/percettiva, che evolva verso una nuova e più consapevole presa di (auto)coscienza, individuale e sociale; e che in quel ritmo ontologico del vivere, continuamente torni e si rinnovi.
E può giocare un ruolo importante, perché da sempre ciò che è una valida “unità di misura” di un’opera poetica, è la sua capacità di rompere con i linguaggi dominanti del proprio presente.

Abbiamo bisogno di nuove voci; perché in quest’ottica, solo voci autentiche possono smascherare sensi e significati dominanti, dando prova di punti di vista e giochi di verità (quindi di vissuti) concretamente al di fuori dell’assoggettamento, fosse anche necessario svilupparli a posteriori rispetto alle sedimentazioni.
Posto che i processi di astrazione avvengono sempre in qualche modo a posteriori, perché se sono veramente tali, devono prima lasciare il tempo alle esperienze di sedimentarsi adeguatamente.
E posto che se c’è una cosa su cui Foucault aveva pienamente ragione, è che il potere è coestensivo al corpo sociale, e che questa fuoriuscita è dunque su un piano potenziale (il che può rendere quello stesso momento cartesiano, come un passaggio a suo modo necessario). Perciò inevitabilmente ogni opera letteraria risente, “nel bene e nel male”, del proprio tempo.
E in tempi di crisi del modernismo e del post-modernismo, forse abbiamo bisogno anche di evitare facili avanguardismi, e non dimenticare che non necessariamente tutto ciò che è “vecchio” per forza è da buttare, ma può essere per così dire recuperato, nell’ambito di ricerca di un’originalità.

In conclusione, vengono alla mante le parole le parole di Jack Hirschman, poeta vicino e al tempo stesso critico della beat generation; amico personale di Ferlinghetti e fondatore del progetto delle Revolutionary Poets Brigade:

Go singing whirling into the glory
of being ecstatically simple.
Write the poem.