Archive for maggio, 2014


A4 (2010)

..lei\

ha lasciato un braccialetto
disperso –
sul bordo del letto
colto al mattino s’è
perso –
caduto
tra il legno ed il muro.

 

qualcuno alla Tinaia
suonava Creep dei Radiohead;
nella danza ci scambiammo
2-3 volte, 2-3 passi
mantenendo però sempre
l’ordine dei sessi.

 

il profeta iracheno
esiliato
traduceva i propri versi
in vino, contro il Corano
noi estasiati
ubriache.

 

poi ci dissero <<andiamo>>
sussurrammo loro <<andiamo>>.

 

girò la chiave nella toppa
del portone a pochi passi
dalla luna ormai
tradita
che contandoci
piangeva,
di lì a poco
la vidi impallidita.

 

..nella danza
2-3 volte…

 

(non credo se lo fosse
tolto).

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PpA me il Santoni dei “Personaggi precari” piace, forse addirittura più di quello di “In territorio nemico” e della SIC; e non ho ancora avuto modo di leggere il suo esordio nell’impervio mondo dei Fantasy.
Suonerà azzardata come considerazione, paragonare un libriccino di 150 pagine, fatto di estratti di blog – per quanto selezionati – e frammenti psichici, a romanzi epici e sperimentazioni     di scrittura collettiva senza precedenti veri e propri di questo tipo (anche se almeno in Italia, già da prima di Wu Ming, tentativi e produzioni similari ne abbiamo avuti/e); ma tant’è.
Sulla scia di “Se fossi fuoco, arderei Firenze”, e col beneficio di inventario – come detto – del Fantasy, per me il Santoni che pone l’attenzione o – per così dire – valorizza di più (e gioca con) le soggettività diffuse, resta quello maggiormente significativo da un punto di vista strettamente letterario e soprattutto quello più – come si dice in gergo spiccatamente tecnico – piacevole.

Vanni Santoni è uno scrittore eclettico, lo sta dimostrando proprio la significativa varietà delle sue produzioni e dei suoi approcci. Uno scrittore ancora giovane per il mestiere, eppure già molto prolifico, che sembra voler concedere ancora molto alla “beata incoscienza” della sperimentazione.
Sebbene egli stesso, nella testata del blog che nel 2004 iniziava ad ospitare i Pp, sottolineava che “I personaggi offerti da Personaggi precari sono disposti ad accettare ruoli sia primari che marginali, a tempo determinato o indeterminato, e autorizzano il datore di lavoro a disporre delle proprie prestazioni in modo assolutamente arbitrario”, credo che Raoul Bruni sia nel vero quando nella sua postfazione sostiene che “Per Vanni Santoni la precarietà è innanzitutto una categoria esistenziale e psicologica, che non può essere in alcun modo ridotta a dato angustamente economico-giuridico.”

Queste pagine ci regalano infatti un mosaico di tipi e momenti psicologici, irriconducibili al “discorso del potere” in senso classico, ma che coi cristalli di potere diffusi “giocano giocoforza” a scontrarsi e relazionarsi.
Una post-moderna e post-strutturalista “disintegrazione di soggettività”, dove però la precarietà – ben masticata dal lessico quotidiano di una generazione – sembra tornare a rivestire il ruolo che già fu della città di Firenze, nel romanzo storico-documentario edito da Laterza nel 2011. Ovvero quello di “para-protagonista”, in una (de)strutturazione letteraria totalmente priva di uno o più personaggi principali che dominano la scena; in chiave di un’orizzontalità dell’intreccio narrativo che si potrebbe appunto definire a poteri (o contropoteri) diffusi.
Un tema, questo della morte o disintegrazione del soggetto psicologico tout-court o dominante/di riferimento, che sembra essere molto caro allo srittore valdarnese, avendo caratterizzato sia l’Io narrato in “Se fossi fuoco, arderei Firenze” e appunto “Personaggi precari”, sia principalmente l’Io narrante di “In territorio nemico”. E avendo addirittura caratterizzato in qualche modo entrambi, nel libro a quattro mani con Matteo Salimbeni “L’ascensione di Roberto Baggio”. Dove però l'”agnosticismo scenico” che si potrebbe dire, accompagna – diversamente – i primi due, si converte qui a vera e propria te(le)ologia monoteista, per dare voce alle magie del Divin Codino, sulle bocche e nei ricordi dei suoi fedelissimi (sono queste già delle tracce di attitudini poetiche?).

Ma come la bella e maledetta Firenze del 2011, anche in questo libriccino targato Voland, il “para-protagonista” precarietà, cuce tacitamente e inconsciamente le fila di uno scenario apparentemente schizofrenico (predisposizione che si era manifestata già nel romanzo di esordio con Feltrinelli, “Gli interessi in comune”. Dove il compito toccava stavolta – forse in chiave un po’ più esplicita – alle sostanze psicotrope). E l’intreccio casuale e coattivo dei personaggi, semba voler proprio misconoscere e quasi rimuovere, quel minimo comun denominatore che loro malgrado (e contro ogni loro stessa insopprimibile e onirica volontà di fuga e di potenza) li caratterizza.
E il Santoni dei “Personaggi precari” – come già a suo modo quello di “Se fossi fuoco, arderei Firenze” – è un penetratore psicologico assolutamente spietato, arrogandosi quasi una dantesaca facoltà di “dividerci e spedirci tutti/e, fra Paradiso, Purgatorio e Inferno”. Oltre ad essere un eccellente nomenclatore, data la straordinaria varietà di nomi propri (non poteva essere altrimenti) che battezzano ognuno di questi squarci psicologici di contemporaneità.

Cosa manca? Forse un po’ meno di italianità, e una maggiore presenza di elementi “stranieri” o acquisiti. Per dare più pienamente voce ad un corpo e ad un tessuto sociale dove il “leitmotiv” della precarietà, si è amalgamato negli ultimi decenni a quello della multiformità etnica e culturale, con l’arrivo anche in Italia di milioni di persone originarie di altri paesi e continenti.

“Personaggi precari” è un libro tascabile, uno di quei libri che ti viene voglia di tenere in borsa o nella giacca e portare a zonzo durante le mille peripezie quotidiane, e giocare a farti domande del tipo “oggi che Personaggio precario sono” o “con quale Personaggio precario mi trovo ad avere a che fare”.
Una precarietà che, come restituito attentamente anche dall’editore nella quarta di copertina, è passata dalla semplice cronaca alla stessa struttura del testo; da parte di un autore che, come già ossrvato dallo stesso Bruni in postfazione, sta portando marche stilistiche fresche, e forse a loro modo inusitate, al patrimonio della letteratura italiana contemporanea.

Un’avventura nata – secondo le dichiarazioni di Santoni – come stimolo originario a tenersi attivo quotidianamente in chiave di produzione letteraria. E che oltre a rischiare di diventare un tormentone più o meno generazionale (oltre 7.000 personaggi prodotti dal 2004 ad oggi – se non ho mal capito – e non credo l’autore abbia intenzione di chiudere i conti dopo questa antologia), può offrirci una bussola proprio per imparare ad orientarci e districarci nella tanto tormentata epoca della precarietà (materiale quanto esistenziale, savansadì):

Giocare a farsi raccontare come Personaggio precario, ed imparare a farlo a nostra volta con le persone stesse che ci stanno attorno.

Per scoprire magari che i nostri sogni e le nostre paure; le nostre rivincite e le nostre sconfitte; i nostri orgogli e le nostre miserie, ci accomunano più di quanto saremmo disposti/e ad ammettere fino in fondo a noi stessi/e.

 

Santoni