Archive for novembre, 2017


Con il primo libro di poesie di Alessandra Bava, assistiamo alla nascita di un importante poeta rivoluzionario.

Questo è un evento rilevante e sono lieto di annunciare il suo apparire all’orizzonte.

Che possano essercene molti altri.

Termina con queste parole la prefazione di Jack Hirschman – quarto Poeta Laureato emerito di San Francisco e amico di alcuni tra i più importanti esponenti di quella Beat generation forse mai realmente esistita, in una sua vera e propria omogeneità storica (dalla quale lo stesso Hirschman si è poi allontanato, per intraprendere un percorso di “poeta di strada”) – a Guerrilla blues, libro d’esordio di Alessandra Bava; Edizioni Ensemble 2012.

Quelli di Alessandra sono infatti versi guerrieri dalle ritmiche musicali molto ripetitive, che cercano nell’espressione poetica una fisicità originaria e irriducibile. Un’arma linguistica contro ogni retorica che permetta a sua volta di non scadere in ideologismi, né in strumenti di lotta codificati o sloganistici

I nostri canti

son scritti col

fosforo

sulle pareti

dei nostri cuori.

Libri di carne

a brandelli come

schegge di bombe

sanguinanti verità.

Poiché la lingua è

ciò che conta di più e

non è veramente

importante se la imbracciate

come fareste con un

bazooka – o se la impugnate

come una penna consunta […]

Le parole feriscono

più persone delle bombe a mano,

ma non abbiate paura di usarle

per un giusto scopo.

Sono molti i riferimenti e gli omaggi più o meno espliciti che si rincorrono lungo il libro. Da Thoreau a Pasolini passando per Simone Weil, Maiakovskij, Whitman e Rimbaud. Un Tinissimo omaggio a Tina Modotti, fino ad approdare a odi dedicate a personaggi più strettamente riconducibili alle vicende politiche e rivoluzionarie, come Ernesto “Che” Guevara.

Senza trascurare Allen Ginsberg, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti ed i protagonisti della parabola beat, che influenzano senz’altro l’autrice anche da un punto di vista stilistico.

Peculiare a mio avviso nell’approccio di Bava, è la tensione a fare della parola una vera e propria “forza lavoro”. Con la quale scardinare – verso dopo verso – i marchingegni della realtà costituita. Come a volerne continuamente sabotare gli ingranaggi formali, per dare ad ogni poesia il proprio “peso specifico”. Un “plus-valore” che ne qualifichi sia materialmente che esistenzialmente il il senso

parole, nuda

carne fremente,

ossa, grondanti versi,

denti affondati in

viscere di senso

e di dissenso.

[…]

pronti a generare

molteplici fogli, pronti

a generare molteplici figli

della DISOBBEDIENZA.

questa improvvisa remora

che la forma sia importante,

ma ancora di più le parole

l’ho passata al setaccio

con rabbia soffocante.

Dunque la poesia di Alessandra non va affatto confusa con una riverenza nei confronti di quelli/e che indubbiamente, sono stati/e i suoi punti di riferimento formativi. Perché Guerrilla blues è prima di tutto il libro di esordio di quella che punta ad affermarsi come una voce indipendente, matura e originale, nel panorama della poesia “di strada” attuale. Come dimostra ad esempio il preziosissimo “decalogo per aspiranti poeti/e” (Regole della poesia) a pagina 57-58.

Sullo sfondo, resta l’esempio di quel Jack Hirschman cui è dedicato persino un particolare “poemetto rosso” in occasione del suo 77° compleanno

Molte e

grandi

verità,

affilate

come falci,

in forma

di bandiere

sfilano &

marciano

nelle

pagine

dei tuoi

libri, ognuna

un’ ardente

Piazza Rossa

del mondo.

E che più di ogni altro/a probabilmente ha cambiato la vita di Alessandra (almeno per quanto riguarda la produzione poetica). Dopo l’incontro al Caffè Trieste di San Francisco a partire dal quale, fra le altre cose, si sono venuti a conoscere i membri che hanno dato vita alla colonna romana del progetto delle Revolutionary Poets Brigade. Progetto internazionale di cui Hirschman è uno dei fondatori.

Dunque se era un evento rilevante solo pochi anni fa, annunciare l’ingresso sulla scena nazionale ed internazionale di questa “poetessa guerrigliera”, lo è forse ancor di più oggi, offrire un punto di vista interno alla sua parabola artistica da parte di chi – come me – ha la fortuna e il piacere di collaborarci. Nel progetto della Rome’s Revolutionary Poets Brigade, da lei co-fondato.

Già, perché il buon vecchio Hirschman, nel messaggio augurale a chiusura della sua prefazione, è stato in qualche modo profetico nell’intuire che qualcosa stava iniziando. E che questo libro poteva essere il presupposto di un percorso più ampio che si delineava all’orizzonte generazionale.

Pullulano infatti negli ultimi anni gruppi, movimenti e collettivi, che fanno del linguaggio e dell’azione poetica il proprio canale preferenziale di lotta e di conflittualità sociale, oltre che di affermazione esistenziale.

Quasi a voler dimostrare ulteriormente il fallimento delle avanguardie socio-politiche, ed in particolare di quelle provenienti dalla scorsa generazione, coi loro rispettivi riferimenti teorici più “significativi”. Dalle quali ci si sarebbe aspettato invece il maggior contributo in termini di ricerca di possibili canali di scambio fra generazioni.

Durante le riunioni della Rome’s Revolutionary Poets Brigade discutiamo spesso anche di questi aspetti, cercando di dare un’interpretazione di questa renaissance poetica generazionale. E di capire come e in che misura possa farsi espressione di un cambiamento a 360° della vita e della società. In una fase storica cruciale e di transizione come quella che abbiamo attraversato, e stiamo attraversando.

Guerrilla blues e più in generale l’opera di Alessandra Bava, sono dei nostri punti di riferimento e stimoli costanti di questa riflessione. Delle azioni poetiche che ne scaturiscono per le strade di Roma, e nei suoi spazi culturali e sociali più sensibili ad un approccio come quello delle Brigade di tutto il mondo.

Quasi un’inesauribile esortazione, a riportarci al senso più profondo e autentico del nostro essere-poetico

Mandate al rogo la scrittura

ed immolatevi in forma di

Poesia. Come Fenici, risorgete

poi in forma di Azione.

Gennaio 2016

https://www.amazon.it/Guerrilla-blues-Alessandra-Bava/dp/8897639283

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In uno dei più celebri passi di “Minima Moralia”, T. W. Adorno si scagliava in maniera perentoria contro il cinema hollywoodiano, affermando di non aver mai visto un film senza sentirsi, alla sua fine, più stupido di prima. Stupido nel senso di essere incapace di trattenere le immagini e farle invadere da un flusso di pensiero e dunque di analisi.

Ma si sa, si va al cinema per svagarsi, non per concentrarsi, ed in questo il cinema adempie assolutamente al suo scopo e forse alla sua funzione sociale.

Esisterebbe poi lo spazio “insensato” e a-narrativo dei titoli di coda, ma nessuno si prende la briga di fermarsi, farsi invadere dal silenzio e de-costruire selvaggiamente quello che ha appena visto.

Allora, forse è bene dirlo subito, per coloro che intendono svagarsi leggendo un libro di poesie, R: exist-stance di Edoardo Olmi rappresenterà certamente  il libro meno adatto e forse il più brutalmente molesto per i desideri agiografici di coloro che intendono leggere dei versi sotto un albero, mano con la mano con l’amato/amata.

A costoro suggerisco caldamente di andare al cinema.

La lingua poetica di Olmi non è cosa che si afferra come un oggetto al supermercato, è una lingua che ha la pretesa immane di auto-prodursi e di auto-demolirsi senza lasciare, nel mezzo del famoso cammino, nessun facile approdo al povero viandante.

Non v’è svago nei versi di Olmi, proprio perché di svago ce n’è anche troppo, ma è utilizzato per estendere i limiti del linguaggio poetico laddove sens et non sens arrivano quasi a fondersi.

I fruitori di svaghi contemporaneo si fanno penetrare dalla narrazione svagante e con essa interiorizzano alla perfezione i meccanismi di potere auto-riproducentesi. Più che individui, diveniamo dei dispositivi pronti a far funzionare i meccanismi coatti di e della produzione sociale.

La lingua di Olmi ce lo rammenta mirabilmente, sbattendocelo in faccia con i suoi versi. Una specie di specchio deformato artificiale, nel quale lo “svago” è scorto nel suo svagarsi e non nel suo narrarsi.

Poesia altamente anti-narrativa la sua e forse, anche per questo, doppiamente meritoria.

Bisogna prendere tempo leggendo questi versi, desiderare quasi che la vita sia fatta di quei titoli di coda di cui, solitamente, nemmeno ci accorgiamo. Senza questo tempo, tempo che è profondità di respiro e di meditazione, come ci ha insegnato Rumi, il libro di Olmi si sgretola di un sol colpo facendosi crollare il terreno sotto i piedi.

R: exist-stance è un libro terribilmente serio e dalla poetica stringente. Per capirne appieno gli squarci, bisognerebbe cominciare a leggerlo presi da quell’ebbrezza dionisiaca, che il poeta ci rammenta Danzando/ruzzolando sinceri/ sopra un grasso tappeto di vodka- / era Dioniso_/ alla goccia.

Ma forse nemmeno quello basterebbe, perché, su questo punto, il poeta è il primo a non farsi illusioni. Ce lo rammenta , infatti, e lo rammenta anche al padre dell’ ubermensch, Friedrich Nietzsche, il senso dello scrivere/ dico/ lo si scopre sempre e solo/ lavando  i piatti.

Farsi sedurre dalla portata ironica della evidente boutade, sarebbe alquanto comodo, ma ci porterebbe fuori strada. E non occorre scomodare Martin Heidegger per cogliere quanto l’oblio dell’essere, o chiamatelo come vi pare, si accompagni sistematicamente a quella storia metafisica che schiude le porte alla tecnica e all’uomo nella diade homo faber/homo consumericus.

Davanti alla metafisica brutalizzazione del mondo, in cui l’oggetto della parola poetica, diviene anch’esso oggetto di consumo, per buona pace dei nuovi, troppi, bardi contemporanei, Olmi non concede approdi, semplicemente perché non si dà approdi, anche a costo di portarsi al limite di estinzione del senso nel linguaggio poetico.

Nella poesia di Olmi si coglie prepotentemente tra le righe, sinuoso e, per certi versi perfido (nel senso etimologico latino e non nel senso cristiano) il battere impavido di un’ambizione quasi titanica.

In questo la poesia di R: exist-stance è una poesia di lotta e di resistenza appunto. Questo perché Olmi è poeta dalle profonde connessioni e sensibilità sociali.

Nella nuova raccolta pubblicata dalla meritoria casa Editrice Ensemble di Roma il senso di questa ambizione emerge con tutta la sua potenza.

Come il Sisifo un tempo ri-evocato da Albert Camus, Olmi conduce una guerra disperata contro il mondo che lo circonda e che fa del linguaggio una gabbia di potere/poteri inscalfibili proprio e soprattutto grazie alla capacità di fare di noi dei complici compiacenti piuttosto che delle vittime.

Olmi si ostina e lotta per restituire alla poesia un ruolo che ha perduto da troppo tempo e per ridarle uno spazio sociale ad una società che di poesia non sa più che farsene. Egli lo fa con versi che sembrano essere fedeli ai propositi di Wittgenstein, che diceva che il pensiero deve spingersi sempre e comunque verso il suo limite, anche a costo di sbattere la testa e farsi male. In questo caso è la lingua poetica a spingersi fino al suo limite, sanguinando del dramma sociale dell’alienazione e dell’annichilimento di cui siamo tutti vittime  colpevoli.

Magistralmente Maurice Blanchot ce lo aveva rammentato e Olmi ora ce lo palesa con questa mirabile raccolta: rendere il linguaggio poetico infrequentabile, inservibile alla strumentalità della lingua quotidiana. Poesia dunque “infrequentabile” quella di Olmi e proprio per questo, ancor più rivoluzionaria e dérangeante.

Il poeta sa di muoversi in un terreno spinoso, quello che un tempo era stato occupato dalle una, cento, mille avanguardie poetiche in ritirata, ma si rifiuta di farsi imprigionare dal concetto stesso di avanguardia, e si ritira accorato un attimo prima, o forse, meglio sarebbe dire, un attimo dopo.

Sabotando magistralmente la lingua, Olmi sottrae terreno all’avversario, portando a galla le inconciliabili aporie, mi si permetta la ridondanza, del narrare “svagato”.

In quanto non spendibile, la poesia di Olmi torna ad essere poesia, poetare nel suo farsi e nel suo disfarsi se necessario. Per questo e per molte altre ragioni, ritengo che l’approccio filosofico sia quello più congeniale per provare a trattenere un istante una poesia nata per essere inafferrabile e quindi insondabile.

Talvolta non si capisce appieno, in questo il messaggio di Nietzsche è totalmente caduto nel vuoto, che una poesia permette di capire la filosofia esattamente come il contrario. Non esistono vie preferenziali di sguardo o posizioni di forza, almeno fino a quando poesia e filosofia proveranno ad essere quello che promettono ai quattro venti di essere.

Un poeta dunque, come ce ne sono troppi, ma come in realtà ce ne sono pochissimi. Perché se Dio è morto, la poesia non se la passa certo benissimo.

R: exist-stance è poi, e questo l’ultimo punto che mi preme sottolineare in questa occasione, un libro per me sorprendente, perché rivela la straordinaria maturazione di stile e di poetica del poeta Edoardo Olmi negli ultimi anni.

Si potrebbe anche definire una cesura o una Kehre .

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Per tutto il viaggio di resistenza/re-esistenza Olmi ci obbliga a dimenarci con uno stile poetico ambiziosissimo, che rivela una complessità e una ricercatezza mai raggiunte prima dal poeta. Senza voler ricorrere a iperboli dialettiche, oserei parlare di una vera e propria gigantomachia di serrato dialogo tra il poeta e la tradizione, ovviamente della tradizione con la quale intende misurarsi.

Si capisce in questo che Olmi ha ormai, e verrebbe da dire definitivamente, alzato il tiro della sua poetica, cominciando una dialettica intima quanto evidente con una tradizione poetica a tratti schiacciante e dalla quale, per troppi, vale solo la pena farsi meri riproduttori materiali piuttosto che consapevoli sfidanti.

Invece il libro di Olmi si nutre di sfide con un misto di ironia e insolenza a tratti sconcertanti, ma sempre stimolanti.

Pound, Zanzotto, Sanguineti, Pagliarani, Ballestrini, un certo Celan, e molti altri, tutti però di una medesima corrente poetica ben rintracciabile, sembrano essere i silenziosi giganti che sostengono il cammino poetico di questo, a tratti sorprendente e irripetibile Olmi di R: exist-stance.

Scrisse Leopardi: “Anche l’amore della meraviglia par che si debba ridurre all’amore dello straordinario e all’odio della noia ch’è prodotta dall’uniformità.”

Mai come in questo suo libro Olmi sembra essere fedele al precetto leopardiano.

 

Marco Incardona

 

 

https://iltempodidioniso.wordpress.com/2017/04/20/r-exist-stance-esiste-e-lo-assorbiremo-senza-ritegno/