Questo libro non è una silloge, una raccolta di poesie, è un’opera corale in versi. Inoltre il taglio filosofico la rende più pittorica e adatta ad un’ interpretazione teatrale.

L’autore dice che la poesia non la cerchiamo perché non sappiamo più dove trovarla, ma è lei che cerca noi. La poesia che abbiamo appreso nei libri di scuola e che spesso non abbiamo amato si ribella. In questo libro prende le sembianze di una musa inquietante che smania e non vuole morire. Vedo abbastanza calzante la citazione dell’opera di Dalì, in questo caso al singolare, (Le muse inquietanti) perché ogni verso è sfiorato dal surreale. Le sue cellule, se vogliamo, sono il nostro corpo creativo e il tempo le rigenera.

Quando questo avviene, ci rivela un segreto: lei esiste ancora.

Nell’interpretazione teatrale della lettura, durante la presentazione avvenuta al Caffè Letterario, ho avvertito un richiamo. Nelle voci degli interpreti un adattamento al canto, quello che attraversa il dolore manipolato dal colore nel voler essere materia. Il ritmo si apre e si chiude, nel volo dell’ascolto si sbattono forte le ali per andare verso l’ alto e si precipita verso il basso e poi tutto rallenta e ci si muove senza meta. Questa poesia attraversa il trascendente ritagliando la realtà, perché è dalla comprensione della realtà che può esistere l’oltre. Se lei esiste, la poesia, esistiamo anche noi, e il processo illusorio dell’ora diventa sempre. Per esistere dobbiamo rinforzare il sistema immunitario del nostro se, mentre l’io langue di sottofondo, noi resistiamo all’omologazione.

Resistiamo ai confini prestabiliti, ai suoni consueti, alle etichette, alla brutalità, alla banalità e al dolore, per farne materia pittorica. Questa poesia non appartiene alla nostalgia, alla sfumatura, ma al distacco. Così possiamo entrare con forza nella realtà, in quella dimensione quantica che ci appartiene, o nel macrocosmo della metropoli che ci accoglie e ci rigetta. Dobbiamo assaporare il dettaglio per tentare di carpire il senso dell’intero, il numero, dobbiamo fare omaggio alla parola che si fa segno. L’offerta a metà prezzo dell’ispirazione non interessa alla poesia. Si può ritrovare la nostra musa inquietante se c’è il coraggio di arare di nuovo una terra che ancora ci appartiene.

E’ da tempo che cerchiamo una nuova umanità nel linguaggio, che vogliamo scavare nei più profondi significati della parola, espressione di una galassia di interpretazioni, ma spesso ritorniamo all’ovile della narrazione, della consequenzialità temporale. In questi scritti, in questi canti, in questi affreschi c’è il desiderio, lo slancio propulsivo anarchico già intrapreso da Rimbaud e Verlaine, ma tutto è rigettato nel mondo dell’oggi. Ascoltando questi versi ne diventiamo i creatori stessi, perché trattano ciò che ci appartiene e poi l’ insieme arretra e ritorna all’autore. L’uniformità non è di questo mondo, e quindi lo spaziotempo si risolve in momenti di rivelazione di poesia. Il caso non esiste, è solo uno strappo, un’intuizione che non ricongiunge il passato al futuro ma lo richiama lo desidera. L’ autore sente l’ eredità provocatoria degli artisti della pop, diviene strappo il suo verso come nelle opere dell’artista Mimmo Rotella. Lo strappo è un atto violento ma liberatorio e libertario, lascia spazio all’immaginazione di agire e si fa interprete di un nuovo modo di essere. E’ da quel punto di rottura che possiamo amare il passato e ricreare il nuovo.

Gabriella Becherelli

Gabriella Becherelli

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