Category: Recensioni ed interviste


Con il primo libro di poesie di Alessandra Bava, assistiamo alla nascita di un importante poeta rivoluzionario.

Questo è un evento rilevante e sono lieto di annunciare il suo apparire all’orizzonte.

Che possano essercene molti altri.

Termina con queste parole la prefazione di Jack Hirschman – quarto Poeta Laureato emerito di San Francisco e amico di alcuni tra i più importanti esponenti di quella Beat generation forse mai realmente esistita, in una sua vera e propria omogeneità storica (dalla quale lo stesso Hirschman si è poi allontanato, per intraprendere un percorso di “poeta di strada”) – a Guerrilla blues, libro d’esordio di Alessandra Bava; Edizioni Ensemble 2012.

Quelli di Alessandra sono infatti versi guerrieri dalle ritmiche musicali molto ripetitive, che cercano nell’espressione poetica una fisicità originaria e irriducibile. Un’arma linguistica contro ogni retorica che permetta a sua volta di non scadere in ideologismi, né in strumenti di lotta codificati o sloganistici

I nostri canti

son scritti col

fosforo

sulle pareti

dei nostri cuori.

Libri di carne

a brandelli come

schegge di bombe

sanguinanti verità.

Poiché la lingua è

ciò che conta di più e

non è veramente

importante se la imbracciate

come fareste con un

bazooka – o se la impugnate

come una penna consunta […]

Le parole feriscono

più persone delle bombe a mano,

ma non abbiate paura di usarle

per un giusto scopo.

Sono molti i riferimenti e gli omaggi più o meno espliciti che si rincorrono lungo il libro. Da Thoreau a Pasolini passando per Simone Weil, Maiakovskij, Whitman e Rimbaud. Un Tinissimo omaggio a Tina Modotti, fino ad approdare a odi dedicate a personaggi più strettamente riconducibili alle vicende politiche e rivoluzionarie, come Ernesto “Che” Guevara.

Senza trascurare Allen Ginsberg, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti ed i protagonisti della parabola beat, che influenzano senz’altro l’autrice anche da un punto di vista stilistico.

Peculiare a mio avviso nell’approccio di Bava, è la tensione a fare della parola una vera e propria “forza lavoro”. Con la quale scardinare – verso dopo verso – i marchingegni della realtà costituita. Come a volerne continuamente sabotare gli ingranaggi formali, per dare ad ogni poesia il proprio “peso specifico”. Un “plus-valore” che ne qualifichi sia materialmente che esistenzialmente il il senso

parole, nuda

carne fremente,

ossa, grondanti versi,

denti affondati in

viscere di senso

e di dissenso.

[…]

pronti a generare

molteplici fogli, pronti

a generare molteplici figli

della DISOBBEDIENZA.

questa improvvisa remora

che la forma sia importante,

ma ancora di più le parole

l’ho passata al setaccio

con rabbia soffocante.

Dunque la poesia di Alessandra non va affatto confusa con una riverenza nei confronti di quelli/e che indubbiamente, sono stati/e i suoi punti di riferimento formativi. Perché Guerrilla blues è prima di tutto il libro di esordio di quella che punta ad affermarsi come una voce indipendente, matura e originale, nel panorama della poesia “di strada” attuale. Come dimostra ad esempio il preziosissimo “decalogo per aspiranti poeti/e” (Regole della poesia) a pagina 57-58.

Sullo sfondo, resta l’esempio di quel Jack Hirschman cui è dedicato persino un particolare “poemetto rosso” in occasione del suo 77° compleanno

Molte e

grandi

verità,

affilate

come falci,

in forma

di bandiere

sfilano &

marciano

nelle

pagine

dei tuoi

libri, ognuna

un’ ardente

Piazza Rossa

del mondo.

E che più di ogni altro/a probabilmente ha cambiato la vita di Alessandra (almeno per quanto riguarda la produzione poetica). Dopo l’incontro al Caffè Trieste di San Francisco a partire dal quale, fra le altre cose, si sono venuti a conoscere i membri che hanno dato vita alla colonna romana del progetto delle Revolutionary Poets Brigade. Progetto internazionale di cui Hirschman è uno dei fondatori.

Dunque se era un evento rilevante solo pochi anni fa, annunciare l’ingresso sulla scena nazionale ed internazionale di questa “poetessa guerrigliera”, lo è forse ancor di più oggi, offrire un punto di vista interno alla sua parabola artistica da parte di chi – come me – ha la fortuna e il piacere di collaborarci. Nel progetto della Rome’s Revolutionary Poets Brigade, da lei co-fondato.

Già, perché il buon vecchio Hirschman, nel messaggio augurale a chiusura della sua prefazione, è stato in qualche modo profetico nell’intuire che qualcosa stava iniziando. E che questo libro poteva essere il presupposto di un percorso più ampio che si delineava all’orizzonte generazionale.

Pullulano infatti negli ultimi anni gruppi, movimenti e collettivi, che fanno del linguaggio e dell’azione poetica il proprio canale preferenziale di lotta e di conflittualità sociale, oltre che di affermazione esistenziale.

Quasi a voler dimostrare ulteriormente il fallimento delle avanguardie socio-politiche, ed in particolare di quelle provenienti dalla scorsa generazione, coi loro rispettivi riferimenti teorici più “significativi”. Dalle quali ci si sarebbe aspettato invece il maggior contributo in termini di ricerca di possibili canali di scambio fra generazioni.

Durante le riunioni della Rome’s Revolutionary Poets Brigade discutiamo spesso anche di questi aspetti, cercando di dare un’interpretazione di questa renaissance poetica generazionale. E di capire come e in che misura possa farsi espressione di un cambiamento a 360° della vita e della società. In una fase storica cruciale e di transizione come quella che abbiamo attraversato, e stiamo attraversando.

Guerrilla blues e più in generale l’opera di Alessandra Bava, sono dei nostri punti di riferimento e stimoli costanti di questa riflessione. Delle azioni poetiche che ne scaturiscono per le strade di Roma, e nei suoi spazi culturali e sociali più sensibili ad un approccio come quello delle Brigade di tutto il mondo.

Quasi un’inesauribile esortazione, a riportarci al senso più profondo e autentico del nostro essere-poetico

Mandate al rogo la scrittura

ed immolatevi in forma di

Poesia. Come Fenici, risorgete

poi in forma di Azione.

Gennaio 2016

https://www.amazon.it/Guerrilla-blues-Alessandra-Bava/dp/8897639283

Annunci

In uno dei più celebri passi di “Minima Moralia”, T. W. Adorno si scagliava in maniera perentoria contro il cinema hollywoodiano, affermando di non aver mai visto un film senza sentirsi, alla sua fine, più stupido di prima. Stupido nel senso di essere incapace di trattenere le immagini e farle invadere da un flusso di pensiero e dunque di analisi.

Ma si sa, si va al cinema per svagarsi, non per concentrarsi, ed in questo il cinema adempie assolutamente al suo scopo e forse alla sua funzione sociale.

Esisterebbe poi lo spazio “insensato” e a-narrativo dei titoli di coda, ma nessuno si prende la briga di fermarsi, farsi invadere dal silenzio e de-costruire selvaggiamente quello che ha appena visto.

Allora, forse è bene dirlo subito, per coloro che intendono svagarsi leggendo un libro di poesie, R: exist-stance di Edoardo Olmi rappresenterà certamente  il libro meno adatto e forse il più brutalmente molesto per i desideri agiografici di coloro che intendono leggere dei versi sotto un albero, mano con la mano con l’amato/amata.

A costoro suggerisco caldamente di andare al cinema.

La lingua poetica di Olmi non è cosa che si afferra come un oggetto al supermercato, è una lingua che ha la pretesa immane di auto-prodursi e di auto-demolirsi senza lasciare, nel mezzo del famoso cammino, nessun facile approdo al povero viandante.

Non v’è svago nei versi di Olmi, proprio perché di svago ce n’è anche troppo, ma è utilizzato per estendere i limiti del linguaggio poetico laddove sens et non sens arrivano quasi a fondersi.

I fruitori di svaghi contemporaneo si fanno penetrare dalla narrazione svagante e con essa interiorizzano alla perfezione i meccanismi di potere auto-riproducentesi. Più che individui, diveniamo dei dispositivi pronti a far funzionare i meccanismi coatti di e della produzione sociale.

La lingua di Olmi ce lo rammenta mirabilmente, sbattendocelo in faccia con i suoi versi. Una specie di specchio deformato artificiale, nel quale lo “svago” è scorto nel suo svagarsi e non nel suo narrarsi.

Poesia altamente anti-narrativa la sua e forse, anche per questo, doppiamente meritoria.

Bisogna prendere tempo leggendo questi versi, desiderare quasi che la vita sia fatta di quei titoli di coda di cui, solitamente, nemmeno ci accorgiamo. Senza questo tempo, tempo che è profondità di respiro e di meditazione, come ci ha insegnato Rumi, il libro di Olmi si sgretola di un sol colpo facendosi crollare il terreno sotto i piedi.

R: exist-stance è un libro terribilmente serio e dalla poetica stringente. Per capirne appieno gli squarci, bisognerebbe cominciare a leggerlo presi da quell’ebbrezza dionisiaca, che il poeta ci rammenta Danzando/ruzzolando sinceri/ sopra un grasso tappeto di vodka- / era Dioniso_/ alla goccia.

Ma forse nemmeno quello basterebbe, perché, su questo punto, il poeta è il primo a non farsi illusioni. Ce lo rammenta , infatti, e lo rammenta anche al padre dell’ ubermensch, Friedrich Nietzsche, il senso dello scrivere/ dico/ lo si scopre sempre e solo/ lavando  i piatti.

Farsi sedurre dalla portata ironica della evidente boutade, sarebbe alquanto comodo, ma ci porterebbe fuori strada. E non occorre scomodare Martin Heidegger per cogliere quanto l’oblio dell’essere, o chiamatelo come vi pare, si accompagni sistematicamente a quella storia metafisica che schiude le porte alla tecnica e all’uomo nella diade homo faber/homo consumericus.

Davanti alla metafisica brutalizzazione del mondo, in cui l’oggetto della parola poetica, diviene anch’esso oggetto di consumo, per buona pace dei nuovi, troppi, bardi contemporanei, Olmi non concede approdi, semplicemente perché non si dà approdi, anche a costo di portarsi al limite di estinzione del senso nel linguaggio poetico.

Nella poesia di Olmi si coglie prepotentemente tra le righe, sinuoso e, per certi versi perfido (nel senso etimologico latino e non nel senso cristiano) il battere impavido di un’ambizione quasi titanica.

In questo la poesia di R: exist-stance è una poesia di lotta e di resistenza appunto. Questo perché Olmi è poeta dalle profonde connessioni e sensibilità sociali.

Nella nuova raccolta pubblicata dalla meritoria casa Editrice Ensemble di Roma il senso di questa ambizione emerge con tutta la sua potenza.

Come il Sisifo un tempo ri-evocato da Albert Camus, Olmi conduce una guerra disperata contro il mondo che lo circonda e che fa del linguaggio una gabbia di potere/poteri inscalfibili proprio e soprattutto grazie alla capacità di fare di noi dei complici compiacenti piuttosto che delle vittime.

Olmi si ostina e lotta per restituire alla poesia un ruolo che ha perduto da troppo tempo e per ridarle uno spazio sociale ad una società che di poesia non sa più che farsene. Egli lo fa con versi che sembrano essere fedeli ai propositi di Wittgenstein, che diceva che il pensiero deve spingersi sempre e comunque verso il suo limite, anche a costo di sbattere la testa e farsi male. In questo caso è la lingua poetica a spingersi fino al suo limite, sanguinando del dramma sociale dell’alienazione e dell’annichilimento di cui siamo tutti vittime  colpevoli.

Magistralmente Maurice Blanchot ce lo aveva rammentato e Olmi ora ce lo palesa con questa mirabile raccolta: rendere il linguaggio poetico infrequentabile, inservibile alla strumentalità della lingua quotidiana. Poesia dunque “infrequentabile” quella di Olmi e proprio per questo, ancor più rivoluzionaria e dérangeante.

Il poeta sa di muoversi in un terreno spinoso, quello che un tempo era stato occupato dalle una, cento, mille avanguardie poetiche in ritirata, ma si rifiuta di farsi imprigionare dal concetto stesso di avanguardia, e si ritira accorato un attimo prima, o forse, meglio sarebbe dire, un attimo dopo.

Sabotando magistralmente la lingua, Olmi sottrae terreno all’avversario, portando a galla le inconciliabili aporie, mi si permetta la ridondanza, del narrare “svagato”.

In quanto non spendibile, la poesia di Olmi torna ad essere poesia, poetare nel suo farsi e nel suo disfarsi se necessario. Per questo e per molte altre ragioni, ritengo che l’approccio filosofico sia quello più congeniale per provare a trattenere un istante una poesia nata per essere inafferrabile e quindi insondabile.

Talvolta non si capisce appieno, in questo il messaggio di Nietzsche è totalmente caduto nel vuoto, che una poesia permette di capire la filosofia esattamente come il contrario. Non esistono vie preferenziali di sguardo o posizioni di forza, almeno fino a quando poesia e filosofia proveranno ad essere quello che promettono ai quattro venti di essere.

Un poeta dunque, come ce ne sono troppi, ma come in realtà ce ne sono pochissimi. Perché se Dio è morto, la poesia non se la passa certo benissimo.

R: exist-stance è poi, e questo l’ultimo punto che mi preme sottolineare in questa occasione, un libro per me sorprendente, perché rivela la straordinaria maturazione di stile e di poetica del poeta Edoardo Olmi negli ultimi anni.

Si potrebbe anche definire una cesura o una Kehre .

edoardo-olmi-reading-oblc3b2-800x600.jpg

Per tutto il viaggio di resistenza/re-esistenza Olmi ci obbliga a dimenarci con uno stile poetico ambiziosissimo, che rivela una complessità e una ricercatezza mai raggiunte prima dal poeta. Senza voler ricorrere a iperboli dialettiche, oserei parlare di una vera e propria gigantomachia di serrato dialogo tra il poeta e la tradizione, ovviamente della tradizione con la quale intende misurarsi.

Si capisce in questo che Olmi ha ormai, e verrebbe da dire definitivamente, alzato il tiro della sua poetica, cominciando una dialettica intima quanto evidente con una tradizione poetica a tratti schiacciante e dalla quale, per troppi, vale solo la pena farsi meri riproduttori materiali piuttosto che consapevoli sfidanti.

Invece il libro di Olmi si nutre di sfide con un misto di ironia e insolenza a tratti sconcertanti, ma sempre stimolanti.

Pound, Zanzotto, Sanguineti, Pagliarani, Ballestrini, un certo Celan, e molti altri, tutti però di una medesima corrente poetica ben rintracciabile, sembrano essere i silenziosi giganti che sostengono il cammino poetico di questo, a tratti sorprendente e irripetibile Olmi di R: exist-stance.

Scrisse Leopardi: “Anche l’amore della meraviglia par che si debba ridurre all’amore dello straordinario e all’odio della noia ch’è prodotta dall’uniformità.”

Mai come in questo suo libro Olmi sembra essere fedele al precetto leopardiano.

 

Marco Incardona

 

 

https://iltempodidioniso.wordpress.com/2017/04/20/r-exist-stance-esiste-e-lo-assorbiremo-senza-ritegno/

 

Colpiscono fin da subito di Nulla caduco, opera di poesia prima di Marco Incardona, l’ampiezza e lo spessore della ricerca poetica, esistenziale e storica confluite in queste pagine da anni di lavoro e sedimentazioni. In quello che sembrerebbe essere quasi un “Canzoniere” del proprio percorso e della propria formazione artistica, letteraria, filosofica.

Nulla caduco è uno di quei libri che si potrebbero tenere sullo scaffale per mesi – anni – e riaprire ogni volta in un punto diverso per scoprire ogni volta un nuovo inizio, un gioco di senso nascosto, una bellezza non accarezzata. Una sfida diversa ai meccanismi di assoggettamento e codificazione linguistica che “violentano” il mondo e l’essere, producendo il “reale”.

Ovvero lo spazio del pensabile, quindi dell’agibile, secondo i dettami del “senso comune”, socialmente costruito.

Quello di Marco è un costante tentativo di ribaltare la dialettica del vivere quotidiano, trovando nella poesia uno strumento di resistenza concreto. Un ariete per abbattere le mura dei castelli di menzogne e superficialità dietro ai quali si è barricato l’uomo moderno, andando alla ricerca di parole adeguate ad esprimere ciò che la concettualizzazione classica è incapace di significare

 

Sollecito l’infinito

In cerca di quiete.

Fabbrico ad arte

Denti avvelenati

Che semino

Nei campi ben arati

Dell’ingiustizia.

Guardami come l’ombra

Che spalanca le fauci

Per inghiottire, intero,

L’incubo del mondo.

 

Incardona sa bene che il nostro linguaggio, quindi “i limiti del nostro mondo” parafrasando Wittgenstein, è inevitabilmente definito da meccanismi di potere che mirano a tracciarne i confini e governarne le dinamiche. E ciò che detta legge oggi nel reame del pensiero non è di certo qualcosa di affine ad una piena ed incondizionata emancipazione dell’essere umano.

E tuttavia quella di Marco sembra essere un’instancabile poetica da Ulisse di Omero e di Dante. Eterna fuga dai canti delle sirene del consumismo mediatico, indomita ricerca di quel “legno” e di quella “compagna picciola” dai quali non sentirsi abbandonati nel “folle volo” oltre le Colonne d’Ercole. Che solo lo spirito poetico può trasformare in “ardore ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto, e de li vizi umani e del valore;”

 

Oggi sono di moda

Potentissime sirene

Devote adescatrici 

Dell’oceano dei consumi.

[…]

Pare difficile

Non rispondere al richiamo

Che promette tutto

Senza lasciare traccia,

Quando invece si è devoti

Ad un amore

Che non si lascia usare,

Che non si fa consumare,

 

[…] […]

 

A picco,

Come un veliero

Sconfitto dalla bufera

E destinato a futuri

Raid subacquei.

Enumero,

Negli eterni istanti

Della caduta,

I giorni sussiegosi

Del tempo mal speso.

 

Una dialettica solo apparentemente nichilista, quella di un “nulla” che azzera le retoriche posticce e metafisiche. Colpite al cuore dei loro meccanismi di dominio grazie al sabotaggio poetico costante dei presupposti ontologici su cui si basano. Di cui questa “nullificazione originaria” – in una sorta di poetica della “dialettica negativa” di Adorno – è passaggio (de)costitutivo fondamentale a squarciare il “Velo di Maya” del mondo. E a svelare le quinte di un “teatro dell’assurdo” esistenziale, di cui solo lo spazio scenico della poesia sembra poter provare a ricucire la trama

 

Nella miseria più nera della mente,

Scaglio asce di guerra in rima sparsa,

In attesa di un vento macabro

Di zolfo

Che forzi il piano mellifluo

Dello sguardo.

[…]

Non ci sono porte di seta

Né troni nell’alto dei cieli.

Solo questa terra,

Terribile compagna

Che spezza le mie vertebre.

 

Ma il nulla caduco necessario ad aprire questo spazio di indagine critica – e potenzialmente catartica – della realtà, diviene allo stesso tempo consapevolezza che nulla è caduco. Nulla è destinato a perire o perdersi inesorabilmente, quando il nulla non è più orizzonte del divenire della vita e dell’essere. Bensì termine di confronto costante sul quale si costruisce la capacità poetica, di dare un nome ed un senso a quegli aspetti della vita che sembrano rimanere eterni (un omaggio questo, alla filosofia di Emanuele Severino).

Pur nell’eterno ritorno del diverso di cui questo libro sembra regalare traccia, nel suo non avere una struttura lineare o concettuale vera e propria.

Tornando su stagioni spazio-temporali che aprono e chiudono continuamente le “matrioske” esistenziali dell’autore.

Ed infatti la poesia di Marco sa raggiungere degli spessori e delle levature squisite, di cui il lettore potrà godere in vari punti e passaggi del libro. Che sembrano trovare anche una via di riqualificazione post-moderna di quella cultura classica della quale Marco Incardona è probabilmente debitore, oltre che estimatore

 

Come lacrime di angeli iranici,

Che zampillano da antichi scrigni

In alabastro,

Le scintille scaturite dal tuo sguardo,

Si riverberano sul mio passo,

Sino a farlo arenare.

Basterebbero sirene zelanti

A far svanire l’incantesimo

Con il potere del loro canto.

Basterebbe soltanto il sibilo

Della tua voce in lontananza.

 

Il poeta originario di Vittoria in Sicilia – già curatore per Ensemble dell’antologia di “affluenti – nuova poesia fiorentina” – ha traversato lungo varie rotte la vicenda sociale, politica e culturale dell’Italia e dell’Europa (non solo, vista la sua laurea in Storia contemporanea con una tesi sulla politica messicana post-rivoluzionaria). Forse la sua aspirazione affinché “nulla sia caduco” di quell’orizzonte di senso che rimane dopo la disintegrazione linguistica fatta dalla poesia, è anche consapevolezza dei limiti e delle responsabilità avute dalle controculture e dalle sinistre, circa la possibilità di offrire una via d’uscita dai meccanismi di dominio e decadenza dove come specie umana siamo rimasti intrappolati

 

Che la scienza e la tecnica

Con cui l’uomo si è impossessato

Impunemente del mondo,

[…]

M’illudano, anche solo per un istante,

Che un semiconscio e radicale rifiuto

Etico e sociale stia alla base

Del mio fallimento.

 

Ed anzi l’importanza attribuita al linguaggio poetico nell’essere heideggeriano, sembra diventare in Incardona una possibile leva di Archimede per ribaltare il campo concettuale. Invertendo il rapporto fra soggetto e predicato che la sovversione cartesiana ha stravolto nell’Occidente.

Un nuovo “essere soggetto” che oltre a soffiare come scirocco nelle vele di quel “folle volo” oltre le Colonne d’Ercole del mondo istituito, non disegna ed anzi trova la bussola anche di un rinnovato piacere e gusto estetico, per niente retorico né speculativo. Bensì emancipatorio dal culto del selfie e dai nichilismi più o meno latenti alle dialettiche antagoniste

 

Il poeta avanza ogni volta,

Anche in un’epoca colma

Di desideri strozzati sul nascere

Come questa.

[…]

Tra le mani, come sempre,

Ha un cesto gonfio di betulle,

[…]

Quando il sogno antico

Che di nuovo si rinnova,

Sarà ucciso ancora una volta,

[…]

Non può fare del male il poeta,

La sua lingua lo conduce

Ove tutto e niente si danno la mano.

Scia di luce improvvisa,

Fragore che spesso uccide.

 

Tutti elementi che contribuiscono a fare di Nulla caduco un libro importante. E a dare a Marco Incardona uno spazio di rilievo nello scenario della letteratura italiana attuale, come nel dibattito poetico che si apre in questo inizio di terzo millennio.

Fra i fiumi carsici di Marco, sotto l’apparente nonsense dell’erosione del paesaggio linguistico e concettuale di superficie, scorre in realtà una sorgente ben più profonda e autentica, destinata a emergere dalle risorgive di un essere umano liberato. Capace di scavare, solcandoli, i mondi da abitare in comune

 

La parola deve essere affilata

In questi tempi di crisi amara,

[…]

Prepararsi alla guerra anche quando

Non viene dichiarata da nessuno,

E’ più importante di una vittoria di Pirro.

Perché la poesia muore

Se non uccide

L’ipocrisia.

 

 

 

 

 

http://www.edizioniensemble.it/prodotto/nulla-caduco/

 

 

 

“Il marinaio migliore” di Catia Manna è un libro che possiede almeno due caratteristiche piuttosto rare per il panorama poetico italiano anche contemporaneo.

La prima è quella di trovare una sintesi fra la ricerca di una poesia di qualità – né accademica né pop – e la capacità di parlare al vivere quotidiano della gran parte della gente comune.

La seconda è quella di far scaturire questa ricerca non da ciò che all’interno di essa si vuole affermare, bensì da ciò che si vuole negare.

Quello di Catia è un linguaggio diretto, privo di retorica o giri di parole, fatto di molteplici giochi e ribaltamenti di senso che sembrano quasi “afferrare per la maglia” il lettore strattonandolo oltre il confine del senso comune che gli è stato recintato attorno. Per trascinarlo nel vortice della decostruzione sociale che la poesia fa, alla ricerca di un orizzonte di senso tanto radicalmente opposto, quanto forse ancora difficile da decifrare

 

Non convincerai

i miei pensieri da strada

Condoglianze

per aver sacrificato

i tempi morti

[…]

Vesti solo parole

che rinvengano frammenti

di dignità

Immagina quando vuoi

una felicità fuori catalogo

[pag. 50]

 

Colpisce della poesia di Manna la forte intensità della versificazione, data tanto dal gioco o dal ribaltamento di senso quanto dalla luminosità e dal “peso specifico” che ogni singolo verso sembra trasudare. Cucendo così intelaiature poetiche che fanno restare aggrappati al foglio togliendo il respiro, oppure accelerandolo nel tentativo di contenere il rapido mescolarsi dei battiti cardiaci

 

Anticipiamo?

Non vedi il rosso

Le mie mani stringono

i tuoi sussulti di freddo

Abusiva

a voler provare subito

come si sta nel tuo infinito

[pag. 33]

 

Chi vive nelle periferie?

Il cielo si squarcia di respiri

Sono in debito di distruzione

Quanti versi mi apparterranno

dopo il saldo con il passato?

[pag. 41]

 

Ma questo “viaggio al termine del linguaggio costituito”, Catia Manna non lo fa appunto né in una logica di eroismo né di avanguardismo più o meno intellettuale. Bensì a partire dal vissuto quotidiano e dalle necessità di dare risposte concrete a quelle che sono le esigenze sue come di molta gente.

La poesia di Catia sa prenderci per mano quando necessario, tenendoci stretti durante il volo sulle montagne russe della mente teso a scardinare i meccanismi di inibizione che costruiscono la nostra realtà

 

Anche questa volta offro io

Mi prendo tutto il sole

[…]

Tra le voci di ogni paese

la tua li ha visitati tutti

Io, invece, parto sempre

prima dei viaggi

[…]

La gente ci cammina tra le rovine

Sono il punto di ritrovo

Lascio come mancia la ragione

L’ho assaporato davvero

il caffè al Pantheon

[pag. 29]

 

E lo fa in un costante ed impietoso smascheramento delle convenzioni sociali che associano sensi e significati imposti. A tratti un vero e proprio antagonismo poetico pronto a disinnescare gli ordigni celati dietro ad ogni rivolo o cristallo di potere

 

Il mio cuore radicale

manifesta

Le tue forze dell’ordine

sono schierate

[…]

Come uno stato

che illude e dimentica

Ha bisogno dell’uomo

per celebrarsi

al suo funerale

[pag. 12 e 13]

 

Inserendosi dunque all’interno di una tensione generazionale che sembra puntare ad una possibile riqualificazione del soggetto poetico, come vettore di liberazione dal linguaggio istituito e dalle dinamiche sociali che esso traduce. Trasformando così il nonsense in radici di senso potenzialmente infinite.

E sviluppando immagini molto forti, frutto di associazioni estetiche per niente altezzose o fini a sé stesse, ma belle e penetranti nel loro infrangesi contro le scogliere dell’essere

 

Anche se il vento ha voltato la pagina

del libro senza titolo fra le mie mani

[…]

Le case sono rosse d’artificio

Il colore primario cade in gocce

d’acqua nelle cucine vuote

Al blu dei cortili il giallo della luna

diventa la speranza di esaudire la sua voce

Se fossimo i nostri colori primari

saremmo diversi quanto le loro combinazioni

[pag. 25]

 

Ci sono anche dei punti deboli? Forse sì. Forse “Il marinaio migliore” è per Catia Manna un’opera di maturazione poetica importante, che in alcuni passaggi non ha però ancora il livello di un’opera pienamente matura.

Soprattutto in alcuni punti la versificazione resta un po’ troppo discorsiva, oppure il ribaltamento di senso si fa eccessivamente “dichiarato”, quasi pagando pegno alla forza di quella stessa codificazione linguistica che si vorrebbe scardinare. Il ritmo del respiro rallenta un po’, e il risultato è che alcuni testi sono leggermente macchinosi, là dove invece la forza centrifuga della poesia di Catia è solitamente molto potente.

Originale ed azzeccata anche la scelta di eliminare la punteggiatura, affidando alla sola versificazione, ed eventualmente alle maiuscole di inizio verso, il compito di trovare le pause e le licenze poetiche di tipo grammaticale. Tuttavia il tentativo – legittimo in sé per sé – di evitare inutili tecnicismi, nell’assolutizzazione della scelta stilistica produce a mio avviso a volte l’effetto opposto, là dove lo scorrimento di alcuni testi ne risulta un po’ ampolloso.

Ma queste ovviamente sono solo suggestioni e punti di vista del tutto personali, che nulla tolgono al valore complessivo de “Il marinaio migliore”. Né tanto meno a quello di un’autrice che rispetto al suo primo libro “Tra le cinque e le sei”, LietoColle 2012, ha già compiuto un miglioramento molto sensibile.

Il merito va dunque anche ad Edizioni Ensemble, per aver dato voce ancora una volta ad autrici di rilievo che il mainstream culturale italiano avrebbero rischiato altrimenti di mandare nel dimenticatoio.

E ad una poetessa che se continuerà a lavorare sulla strada intrapresa, ha il potenziale secondo me per affermarsi come una delle voci più particolari e originali del nostro panorama poetico attuale.

Dal mio punto di vista Catia Manna sembra aver colto un aspetto importante della possibile liberazione dell’essere umano che la poesia può portare oggi in un mondo fatto di mercificazione, nichilismo, egoismo e selfie come momento più alto di empatia e socializzazione artistica.

E cioè che non è proponendosi di “cercare diversamente” un qualsiasi aspetto o paradigma valoriale, che si può portarlo al di fuori della spettacolarizzazione del linguaggio inscritta fin nelle stanze più profonde da parte di un potere coestensivo al corpo sociale.

Bensì solo negando radicalmente ed ontologicamente quel paradigma valoriale, si possono aprire orizzonti di senso infiniti dove scavare col martello pneumatico della poesia, le gallerie che ci portino oltre il macigno della Storia verso oceani di possibile riqualificazione di quel valore, del suo profumo portato dal vento, della sua bellezza sensuale e misteriosa

 

Naufraghiamo purché le ceneri

non siano disperse in mare

[…]

Sottocoperta ad ogni vento

i barili del nostro sale

[…]

Fanno impallidire secoli di colpe

e verde è la pena

Non esiste il marinaio migliore

[pag. 68]

 

 

 

 

http://www.edizioniensemble.it/prodotto/il-marinaio-migliore/

 

 

Catia Manna

 

A pagina 11 la definisce – o meglio la azzardo, e tu interpretala nella direzione che preferisci: – …la cosa migliore realizzata dalla mia generazione.; e un po’ più avanti cita Deleuze insieme a Guattari, autori di riferimento per quella Nietzsche Renaissance che ha attraversato anche le due decadi a cavallo del terzo millennio.

Decadi che hmdcanno visto sorgere e tramontare il fenomeno di controcultura dei rave e della free tekno, restituito in quest’opera libraria da Vanni Santoni, autore classe 1978, cresciuto e maturato nel pieno di questa parabola storica e culturale, più o meno giovanile.

Parabola che dal mio punto di vista – di una mezza generazione successiva alla sua – pone, e in qualche modo ha posto fin dall’inizio, non poche questioni di eredità o di successione.

Lo stesso Santoni – giovane ventenne valdarnese nel pieno delle forze e delle energie psicofisiche, al tempo in cui si fa riferimento nel romanzo – ci offre un punto di vista interno di questa parabola, suo e di altri “compagni di avventure”, nel tentativo sia di metterne in luce le tensioni e le dinamiche – spesso offuscate e strumentalizzate da media e morali – sia di comprendere le ragioni che hanno portato ad una sua fase decadente e di progressivo esaurimento.

E prima ancora che della repressione – talvolta purtroppo ineluttabile, ma sempre in qualche modo eludibile, fronteggiabile e potenzialmente superabile, qualora una convinzione sia tanto radicata quanto radicale – l’autore stesso sembra temere la perdita di mordente, antagonismo, autenticità ed orizzonte politico, come fattori a loro modo determinanti di questo esaurimento.

Un’ interpretazione quanto meno interessante per chi – come me – cresciuto in un panorama socio-culturale affine quando non sovrapponibile, ha trovato nel così detto “attivismo sociale” una via di superamento dei limiti, ma al tempo stesso di possibile completamento, di tutto quello che di più o meno positivo, quella parabola ha espresso o cercato di esprimere.

Nella convinzione che proprio nella morte dell’esistenza e della soggettività, essa abbia trovato il proprio punto debole esiziale, là dove uccidendo Dio e l’Uomo, si sarebbe dovuto recuperare riqualificandolo, e non seppellire, un essere umano potenzialmente rinnovato, e liberato dalle millenarie catene dei sistemi di potere.

E ciò che forse più di ogni altra cosa mi è piaciuta in queste 130 pagine di “Solaris – Laterza” – collana dedicata a raccontare il mondo Oltre il Novecento, per dirla alla Revelli – è stato proprio l’averci percepito (o almeno, così mi è parso), un’attitudine od una volontà da parte dell’autore, di venire incontro a questa mia convinzione ed aspirazione.

Là dove nelle scorribande e nelle vicende dei personaggi che le animano, non c’è traccia di vero e proprio nichilismo, se non nella misura dialetticamente necessaria a riconoscere che E’ quello il problema. Ci credono troppo. L’assenza di quel minimo di nichilismo, di autoironia, ti fa fare qualche scivolone.

Ed anzi sembra quasi essere umanistica, la tensione vitalistica che scardina le catene identitarie, e afferma una possibile pienezza e libertà dei sensi, come restituito ottimamente anche dal pezzo inserito poi in quarta di copertina, e in promozione editoriale del libro.

A questo giro non ho particolari critiche da fare al lavoro nel suo complesso, se non che in alcune fasi lo scorrimento della narrazione un po’ si appesantisce, come nella vicenda – comunque positivamente e sinceramente autoironica – della “tenda per goani” o nella “mappa di navigazione satellitare Firenze-Porto Alegre”, dove forse qualche intermezzo psicologico in più, avrebbe fatto defluire meglio e reso ancora più coinvolgente il viaggio mentale, di rimorchio a quello reale.

L’attacco mi ha ricordato in qualche modo certi romanzi realisti popolari della prima metà del secolo scorso, molto presenti nella “tradizione” letteraria fiorentina, nell’abbozzo di uno stile classico discorsivo elaborato. E se da un lato iniziavo ad inquadrare Santoni come possibile erede post-moderno di un Palazzaschi o Pratolini, dall’altro qualcosa nel mio inconscio cominciava già oniricamente e simpaticamente a temere, per la tenuta psicologica della lettura sul lungo periodo. Poi per fortuna però, la destrutturazione narrativa comincia a defluire lungo le rapide della narrazione; e allora mi sono ricordato che questo tipo di approccio – quello di disintegrare un soggetto classico/dominante, messo a presupposto di ogni tipo possibile di discorso – è un divertente leitmotiv piuttosto ricorrente di una generazione che, almeno dal mio punto di vista, ha teso a confondere soggettività con soggettivismo ed assoggettamento.

In altre fasi invece – soprattutto della prima parte – la sospensione della punteggiatura, l’intrippamento narrativo, la forte intensità del dinamismo psichico e onirico nei ricordi o nel flusso coscienziale – sintomo di forti sedimentazioni esperienziali – sembrano voler dilatare il senso di perdizione, per ampliare l’esperienza psichedelica del testo.

Ma può anche darsi che queste siano solo suggestioni apocrife di un lettore profano che – come me – ha vissuto il mondo dei rave, free tekno e sostanze psicotrope, in maniera del tutto marginale (la 72 ore fiorentina, le sue vicissitudini e i suoi incasinamenti, me la ricordo, appena ventenne, e in piena fase post-punk spiritualista).

Nella sensazione prima, e convinzione poi, che – pur con tutto il valore, la bellezza ed il divertimento ovviamente – si trattasse di qualcosa destinato in qualche modo ad esaurirsi e che, la azzardo, Santoni, e tu interpretala nella direzione che preferisci: la cosa migliore realizzata dalle nostre generazioni, dovesse e potesse ancora arrivare.

In attesa dei postumi l’ardua sentenza, un grazie in ogni caso te lo mando, per aver traslitterato ancora una volta nel mondo dei libri, in chiave del tutto sincera e nient’ affatto retorica, il mondo giovanile attuale o del recente passato.

E con inguaribile eccesso di Ego, tipico di quell’anti-renzismo che – come ogni “anti” – risente inevitabilmente del proprio contrario, non posso che suggerirti ancora una volta il valore storico di questo libro; prima ancora che documentario.

Santoni

PpA me il Santoni dei “Personaggi precari” piace, forse addirittura più di quello di “In territorio nemico” e della SIC; e non ho ancora avuto modo di leggere il suo esordio nell’impervio mondo dei Fantasy.
Suonerà azzardata come considerazione, paragonare un libriccino di 150 pagine, fatto di estratti di blog – per quanto selezionati – e frammenti psichici, a romanzi epici e sperimentazioni     di scrittura collettiva senza precedenti veri e propri di questo tipo (anche se almeno in Italia, già da prima di Wu Ming, tentativi e produzioni similari ne abbiamo avuti/e); ma tant’è.
Sulla scia di “Se fossi fuoco, arderei Firenze”, e col beneficio di inventario – come detto – del Fantasy, per me il Santoni che pone l’attenzione o – per così dire – valorizza di più (e gioca con) le soggettività diffuse, resta quello maggiormente significativo da un punto di vista strettamente letterario e soprattutto quello più – come si dice in gergo spiccatamente tecnico – piacevole.

Vanni Santoni è uno scrittore eclettico, lo sta dimostrando proprio la significativa varietà delle sue produzioni e dei suoi approcci. Uno scrittore ancora giovane per il mestiere, eppure già molto prolifico, che sembra voler concedere ancora molto alla “beata incoscienza” della sperimentazione.
Sebbene egli stesso, nella testata del blog che nel 2004 iniziava ad ospitare i Pp, sottolineava che “I personaggi offerti da Personaggi precari sono disposti ad accettare ruoli sia primari che marginali, a tempo determinato o indeterminato, e autorizzano il datore di lavoro a disporre delle proprie prestazioni in modo assolutamente arbitrario”, credo che Raoul Bruni sia nel vero quando nella sua postfazione sostiene che “Per Vanni Santoni la precarietà è innanzitutto una categoria esistenziale e psicologica, che non può essere in alcun modo ridotta a dato angustamente economico-giuridico.”

Queste pagine ci regalano infatti un mosaico di tipi e momenti psicologici, irriconducibili al “discorso del potere” in senso classico, ma che coi cristalli di potere diffusi “giocano giocoforza” a scontrarsi e relazionarsi.
Una post-moderna e post-strutturalista “disintegrazione di soggettività”, dove però la precarietà – ben masticata dal lessico quotidiano di una generazione – sembra tornare a rivestire il ruolo che già fu della città di Firenze, nel romanzo storico-documentario edito da Laterza nel 2011. Ovvero quello di “para-protagonista”, in una (de)strutturazione letteraria totalmente priva di uno o più personaggi principali che dominano la scena; in chiave di un’orizzontalità dell’intreccio narrativo che si potrebbe appunto definire a poteri (o contropoteri) diffusi.
Un tema, questo della morte o disintegrazione del soggetto psicologico tout-court o dominante/di riferimento, che sembra essere molto caro allo srittore valdarnese, avendo caratterizzato sia l’Io narrato in “Se fossi fuoco, arderei Firenze” e appunto “Personaggi precari”, sia principalmente l’Io narrante di “In territorio nemico”. E avendo addirittura caratterizzato in qualche modo entrambi, nel libro a quattro mani con Matteo Salimbeni “L’ascensione di Roberto Baggio”. Dove però l'”agnosticismo scenico” che si potrebbe dire, accompagna – diversamente – i primi due, si converte qui a vera e propria te(le)ologia monoteista, per dare voce alle magie del Divin Codino, sulle bocche e nei ricordi dei suoi fedelissimi (sono queste già delle tracce di attitudini poetiche?).

Ma come la bella e maledetta Firenze del 2011, anche in questo libriccino targato Voland, il “para-protagonista” precarietà, cuce tacitamente e inconsciamente le fila di uno scenario apparentemente schizofrenico (predisposizione che si era manifestata già nel romanzo di esordio con Feltrinelli, “Gli interessi in comune”. Dove il compito toccava stavolta – forse in chiave un po’ più esplicita – alle sostanze psicotrope). E l’intreccio casuale e coattivo dei personaggi, semba voler proprio misconoscere e quasi rimuovere, quel minimo comun denominatore che loro malgrado (e contro ogni loro stessa insopprimibile e onirica volontà di fuga e di potenza) li caratterizza.
E il Santoni dei “Personaggi precari” – come già a suo modo quello di “Se fossi fuoco, arderei Firenze” – è un penetratore psicologico assolutamente spietato, arrogandosi quasi una dantesaca facoltà di “dividerci e spedirci tutti/e, fra Paradiso, Purgatorio e Inferno”. Oltre ad essere un eccellente nomenclatore, data la straordinaria varietà di nomi propri (non poteva essere altrimenti) che battezzano ognuno di questi squarci psicologici di contemporaneità.

Cosa manca? Forse un po’ meno di italianità, e una maggiore presenza di elementi “stranieri” o acquisiti. Per dare più pienamente voce ad un corpo e ad un tessuto sociale dove il “leitmotiv” della precarietà, si è amalgamato negli ultimi decenni a quello della multiformità etnica e culturale, con l’arrivo anche in Italia di milioni di persone originarie di altri paesi e continenti.

“Personaggi precari” è un libro tascabile, uno di quei libri che ti viene voglia di tenere in borsa o nella giacca e portare a zonzo durante le mille peripezie quotidiane, e giocare a farti domande del tipo “oggi che Personaggio precario sono” o “con quale Personaggio precario mi trovo ad avere a che fare”.
Una precarietà che, come restituito attentamente anche dall’editore nella quarta di copertina, è passata dalla semplice cronaca alla stessa struttura del testo; da parte di un autore che, come già ossrvato dallo stesso Bruni in postfazione, sta portando marche stilistiche fresche, e forse a loro modo inusitate, al patrimonio della letteratura italiana contemporanea.

Un’avventura nata – secondo le dichiarazioni di Santoni – come stimolo originario a tenersi attivo quotidianamente in chiave di produzione letteraria. E che oltre a rischiare di diventare un tormentone più o meno generazionale (oltre 7.000 personaggi prodotti dal 2004 ad oggi – se non ho mal capito – e non credo l’autore abbia intenzione di chiudere i conti dopo questa antologia), può offrirci una bussola proprio per imparare ad orientarci e districarci nella tanto tormentata epoca della precarietà (materiale quanto esistenziale, savansadì):

Giocare a farsi raccontare come Personaggio precario, ed imparare a farlo a nostra volta con le persone stesse che ci stanno attorno.

Per scoprire magari che i nostri sogni e le nostre paure; le nostre rivincite e le nostre sconfitte; i nostri orgogli e le nostre miserie, ci accomunano più di quanto saremmo disposti/e ad ammettere fino in fondo a noi stessi/e.

 

Santoni

Oggi primo novembre Reti Dedalus, la rivista on line del Sindacato Nazionale Scrittori, ha pubblicato questo mio pezzo.

Prende spunto da una recensione de “Il porcospino in pegaso” apparsa sulla stessa pagina on line, lo scorso 2 giugno.

Ho scelto di rispondere per affrontare un discorso più ampio, sui punti di riferimento che hanno influenzato negli ultimi anni (più o meno consapevolmente) certa nostra critica e letteratura.

 

 

La critica è un mostro strano; senz’altro qualcosa di almeno un po’ compromettente se pensate che porta l’ambiguità già nel nome. Alzi la mano chi – nell’ingenua purezza della sua adolescenza – non ha pensato neanche per un attimo di essere rimasto fregato da un qualche dio ballerino, quando ha scoperto che la critica non è soltanto quella che si fa al compagno di banco per fargli venire i complessi sul taglio di capelli, proprio il giorno in cui deve chiedere di uscire al nostro sogno erotico preferito.
Perché da fanciulli – si sa – si è poco inclini ai compromessi, e spesso ci si domanda quanto di quello a cui viene formata, quella che poi impareremo a chiamare “la nostra soggettività”, ci servirà davvero; e quanto invece sarà più un compromesso inevitabile alla sopravvivenza nel mondo degli adulti.

“Ci si lasci almeno liberi quando si tratta di scrivere” diceva Michel Foucault, lui che riteneva nessun soggetto essere formato come libero. E allora sì, in un paese la cui tradizione poetica è segnata da avanguardismi ed élitismi – tanto nella sua versione più classica, quanto a volte in quella critica – parte di un “occidente” dominato da tecnicismi, antropocentrismi e immaginari colonizzati (che in una sua vera omogeneità, forse esiste solo proprio in quel dominio), verrebbe voglia che anche la critica letteraria non scendesse mai a patti con quel dio ballerino.
Perché ciò che caratterizza quella formazione di soggettività, è il suo scollegamento da quello che c’è di più originario nel fare poesia; e cioè il ritmo ontologico del vivere, e le sue potenzialmente libere e indipendenti produzioni di senso/nonsenso.
E conseguentemente, la capacità di appropriarsi delle parole e ribaltare i termini dei discorsi, in quelli che Foucault definiva “giochi di verità”.

Il sapere del resto, sostiene ancora Foucault, è in ogni epoca in intimo rapporto col potere.

E tuttavia quell’anti-umanesimo che oggi va per la maggiore, pone sempre più dei problemi riguardo lo stesso soggetto umano, e conseguentemente circa le produzioni di verità di un possibile approccio critico.
Li pone forse perché non dà risposte adeguate sull’origine del soggetto stesso.
Penso infatti che quello stesso anti-umanesimo – per l’interpretazione che ne viene data in certi ambienti o per suoi stessi limiti di fondo – mantenga più o meno involontariamente la propria prospettiva internamente e non esternamente, a quella “religione cartesiana” tanto osteggiata; passaggio costitutivo della soggettivazione e dell’assoggettamento da parte del potere (o meglio si dovrebbe dire, dei poteri diffusi).
E d’altra parte sarebbe già l’interpretazione foucaultiana, a non permettere di fatto un punto di vista potenzialmente esterno rispetto a quella religione cartesiana.
Dove anche la libera autocostruzione del soggetto, sembra sempre avvenire a posteriori rispetto all’accettazione di norme e paradigmi propri dell’assoggettamento, conservando un punto di vista interno anche quando egli ricerca un’analisi dal basso di quella che chiama la microfisica del potere; limitando perciò la comprensione strutturata di quei meccanismi di dominio.
Similmente alla contraddizione nella quale sembra cadere la soggettualità di Deleuze, nel contrapporsi alla soggettività cartesiana piuttosto che ricercarne una diversa più originaria; e finendo magari col riprodurla a parti invertite, quando non ad averne bisogno per sussistere.
Essi partono da una giusta critica a un soggettivismo – come riconosceva ad esempio lo stesso Foucault – di origine teologica, senza riuscire ad andare potenzialmente pienamente oltre.

Non è infatti la storicità in sé del soggetto ad essere messa in discussione, quanto appunto la sua genealogia; che pone a mio parere le proprie basi nella liberazione dell’istintualità, del subconscio e dell’irrazionale, e ad essi fa continuamente ritorno nel rinnovarsi ed evolversi, in quel ritmo ontologico del vivere.
Se accettiamo questo punto di vista, ne consegue che la soggettività è prima di tutto percettiva, e che l’approccio anti-umanista non è esso stesso in grado di coglierne a pieno la storicità; se non da un punto di vista e in una prospettiva essi stessi dominanti/dominati, per quanto “criticamente dominanti/dominati”.
L’esclusione di inconscio e irrazionale dal campo della soggettività, può finire col deresponsabilizzarli e limitarli, accettando essa stessa l’idea di una frattura fra questi e la coscienza.
Non permettendone fino in fondo una presa potenzialmente libera, e relegando di fatto la percezione (individuale e sociale), quindi le possibilità di manifestazione della vita.

Queste contraddizioni si manifestano a mio avviso, sia in certi settori della “controcultura” e dell’underground sia, come rovescio della stessa medaglia, in certa critica di matrice accademica, che ha acquisito i vari Foucault, Deleuze, Bene, Heiddegger, come linee guida fondamentali.
E così accade che – volenti o nolenti – aspetti come il livello tecnico o l’elaborazione formale, possano essere ancora oggi discriminanti fondamentali per l’apprezzamento, o anche solo la reale attenzione non mistificata, di certa nostra critica nei confronti di un’opera poetica; fosse essa anche un’opera caratterizzata da un approccio – appunto – “critico”.
E può accadere che consapevoli volontà di evitare qualsivoglia tecnicismo, anche partendo da libere scelte tecniche essenziali, che evolvano progressivamente verso forme più complesse (come vorrebbe ogni metodo induttivo), vengano considerate ingenue o banali.
Come se nel bel mezzo del tecnicismo occidentale, fare “tabula rasa” dei saperi tecnici non sia un primo passo fondamentale verso la ricerca di una possibile originalità stilistica.
Come se quel metodo induttivo, non fosse l’unico coerentemente compatibile con una poetica sociale dal basso, che punti a interpretare e dare voce ai soggetti più emarginati ed oppressi.
E come se qualsivoglia centralità dell’aspetto tecnico – per quanto autocostruita e critica – non sarebbe costretta a venire a compromessi con i paradigmi dominanti, e non corresse il rischio continuo di “auto-istituzionalizzarsi”.
Senza per questo fare alcun facile nichilismo spicciolo, sottovalutando l’importanza che la tecnica o il lavoro di elaborazione formale hanno, nella riuscita complessiva di un’opera di poesia.

Ma anche paradigmi come l’immaginario e l’uomo, il mito, nonché un certo bisogno di nuova spiritualità/religiosità, stanno riemergendo in direzione per certi versi anche positiva, ma per altri problematica; rischiando di riprodurre – come detto – capovolgendoli, se non addirittura di riacquisire, molti dei paradigmi originariamente osteggiati.
E questo credo, proprio per l’eccessiva ondivaghità e ineffabilità con le quali l’anti-umanesimo degli ultimi decenni, ha affrontato il tema dell’irrazionale e dell’inconscio, al di fuori del campo di soggettività.
Importante perciò in tal senso potrebbe essere dare una rispolverata critica a lavori come quelli di Jung sul subconscio, di Feuerbach sull’essere e di Chomsky sulla linguistica.

Penso dunque che abbiamo bisogno di nuove e diverse soggettività possibili.
La poesia in questo può giocare un ruolo importante, a partire da una liberazione istintuale/percettiva che evolva verso una nuova e più consapevole presa di (auto)coscienza, individuale e sociale. Che in quel ritmo ontologico del vivere, continuamente torni e si rinnovi.
E può giocare un ruolo importante, perché da sempre ciò che è una valida “unità di misura” di un’opera poetica, è la sua capacità di rompere con i linguaggi dominanti del proprio presente.

Abbiamo bisogno di nuove voci, perché in quest’ottica, solo voci autentiche possono smascherare sensi e significati dominanti, dando prova di punti di vista e giochi di verità (quindi di vissuti) concretamente al di fuori dell’assoggettamento, fosse anche necessario svilupparli a posteriori rispetto alle sedimentazioni.
E posto che se c’è una cosa su cui Foucault aveva pienamente ragione, è che il potere è coestensivo al corpo sociale. E che quindi questa fuoriuscita è attualmente su un piano potenziale (il che può rendere quello stesso momento cartesiano, come un passaggio a suo modo necessario). Perciò inevitabilmente ogni opera letteraria risente, “nel bene e nel male”, del proprio tempo.
E in tempi di crisi del modernismo e del post-modernismo, forse abbiamo bisogno anche di evitare facili avanguardismi, e non dimenticare che non necessariamente tutto ciò che è “vecchio” per forza di cose è da buttare, ma può essere per così dire recuperato pur nell’ambito di ricerca di un’originalità.

In conclusione vengono alla mente le parole di Jack Hirschman, poeta vicino e al tempo stesso critico della beat generation; amico e collaboratore di Ferlinghetti, oltre che fondatore del progetto delle Revolutionary Poets Brigade:

 

Go singing whirling into the glory
of being ecstatically simple.
Write the poem.

Leonardo Bonetti e il libro chiuso. Già sull’attacco la stonatura sembrerebbe evidente, a meno che non si tratti della prima stesura di un corvesco coccodrillo. E invece il rock di cui Leonardo stesso è da anni voce e interprete, sa bene che proprio da una nota stonata possono nascere pezzi dei più vibranti.

Uno scrittore e l’assenza del suo stesso pane quotidiano. Invece no. Perché in Bonetti l’orizzonte del libro chiuso non si manifesta come morte del libro – quanto mai convalescente in tempi come questi – bensì, si potrebbe dire, come suo “contrario”. E in questo approccio l’autore ricorda d’entrata tutto un certo anti-umanesimo degli anni ’70-’80, quello dei vari Deleuze e Foucault, che affonda le sue radici nell’ontologismo heiddeggeriano e ovviamente nella filosofia di Friedrich Nietzsche.Image

E in alcuni punti il libro chiuso di Bonetti, sembra esplicarsi proprio come paradigma che rende de facto impossibile qualsiasi pretesa antropocentrica di dominio del linguaggio e della conoscenza, divenendo così fortezza inespugnabile dove rifugiarsi da quella volontà di sapere che fa rima con volontà di potere. Libro chiuso come tautologicamente anarchico. Ago della bilancia sulla quale si alternano, rincorrendosi, i pesi delle rivoluzioni.

Ma in Leonardo, che in quella scuola di pensiero di cui sopra affonda le radici della propria parabola artistica, si manifesta anche una volontà di portare l’insegnamento dei maestri oltre il punto in cui loro stessi hanno saputo condurre l’allievo. E infatti in “A libro chiuso”, sono pressoché assenti tutte quelle stereotipizzazioni e banalizzazioni che del pensiero di quegli anni sono state fatte. Permettendo così di addomesticarlo e renderlo un abito troppo stretto, a chi vuol mettersi nei panni della vita e della libertà.

C’è in Bonetti qualcosa di profondamente esistenziale, il tormento squisitamente poetico – e per questo inesauribile – del mistero dell’essere che crea sé stesso e della sua condivisione. Un mistero che, come lo stesso autore restituirà nel paragrafo dedicato al tema del significato, fonda la propria legittimità solo sulla continua e autentica ricerca del suo disvelamento. C’è qualcosa di Sartriano quasi, quando il niente del libro chiuso diventa momento di incontro e presupposto fondamentale di quell’essere e del suo mistero, e di qualsiasi discorso si possa tentare su di esso.

Non c’è traccia tuttavia di nichilismo. Ed anzi il fallimento endemico della rivelazione ermeneutica, apre alla possibilità di una nuova spiritualità e religiosità, le quali attraverso la “liturgia” del libro chiuso si preservano però da tentazioni di verticismo teologico. Tessendosi su un campo pienamente orizzontale, tutto teso all’incontro con l’altro e con le possibilità di interpretazione (e quindi di vissuto) potenzialmente infinite, che proprio quel fallimento paradossalmente apre. Possibilità che vanificano nuovamente qualsiasi tentativo di dominio da parte dell’autore sulla propria opera, e con esso qualsiasi principio di gerarchia possa eventualmente scaturire dall’opera letteraria comunemente intesa.

Divenendo forse in questo senso, anche una necessità non dichiarata – e magari più autentica – di un nuovo e diverso essere umano.

Un libro che riflette sul senso e sui limiti dell’opera letteraria, e che proprio a partire dal discernimento di questi limiti sa affidarle un potenziale e una freschezza del tutto inusitati, aprendosi anche a temi di forte attualità sociale ed esistenziale. Un libro importante che prova a consegnarci qualche chiave, per aprire le porte che ci sono rimase chiuse dentro e fuori, sotto la luna calante del post-moderno.

E che magari, come ogni libro che vuole esplorare strade non ancora battute, deve solo fare attenzione a non dimenticare – per dirla in termini congeniali all’autore stesso – che per ogni nuovo cammino che intraprendiamo ce ne sono mille rimasti chiusi, in un rapporto esageratamente sproporzionato. Dove sul terreno dell’incontro con le orme di altri viandanti lungo il dirupo della saggezza, questo libro – o meglio questo “nonlibro” – può dimostrare di essere un’opera che resterà.

 

 

 

 

 

 

 

 

Ci sono scritture che nascono da esigenze interiori immediate o impellenti di raccontare, esprimere o comunicare qualcosa. E ci sono scritture che nascono dalla richiesta esterna e contingente di essere scritte. Spesso è sul filo dell’incontro fra questi due fattori che si tesse il percorso di uno scrittore.

“Se fossi fuoco, arderei Firenze”, libro da poco uscito per “Contromano” Laterza, è forse in questo senso il primo punto di incontro più organico per Vanni Santoni, lo scrittore valdarnese trapiantato sotto la cupola del Brunelleschi, già autore per Feltrinelli del romanzo “Gli interessi in comune”.

Curatore già da qualche anno di una rubrica del Corriere Fiorentino sulle strade del capoluogo toscano, Vanni ha coniugato questa sua esperienza professionale – e la relativa richiesta da parte della casa editrice pugliese, di renderla fruibile alla sua collana dedicata ad aprire finestre su squarci di Belpaese – con la voglia di raccontare una Firenze nuda e cruda di fronte alla propria stessa decadenza attuale. Un’impotente decadenza generazionale, culturale, sociale e in qualche modo inevitabilmente anche politica, che trasuda da ogni poro dei suoi 23 personaggi. Le cui vicende si intersecano nelle maglie del reticolato cittadino, restituendo ottimamente la dimensione da “paesone” che caratterizza quella che fu la capitale del Rinascimento. La quale si erge dispiegandosi via via in tutta la sua fama imperitura, come unico vero personaggio onnipresente, confermando così le sue ben note manie di protagonismo.

L’aspetto più coinvolgente del libro è senza dubbio l’intreccio narrativo dei personaggi, i quali si passano per così dire il testimone in un reticolato orizzontale di soggettività e punti di vista diversi/e, su uno stesso scenario di narrazione, che è – appunto – la Firenze di oggi. Struttura che – oltre ad essere di per sé molto divertente – risulta anche ben congeniale alla necessità di restituire la complessità e multiformità del vissuto generazionale di una delle principali città italiane. In questo modo, Firenze può diventare – come suggeriva lo stesso autore durante la presentazione a Roma – un “personaggio aggiunto”. Diversamente da quello che invece avrebbe consentito una struttura narrativa verticale, dove uno o pochi personaggi principali dominano tutta una serie di personaggi secondari o comparse, oltre allo spazio scenico.

In chiave generale, forse poteva starci anche una catena del tutto aperta e lineare. Il che avrebbe offerto una dimensione più prospettica al romanzo, consentendo così al lettore un maggiore possibilità di “perdersi” in esso. Ma in questo caso specifico la scelta di una concatenazione di tipo circolare mi sembra azzeccata, perché restituisce nel migliore dei modi – appunto – il contesto da grande paese dove tutti conoscono un po’ tutto e tutti che è Firenze, specialmente dal punto di vista degli studenti e degli artist/oidi.

Nella gran parte dei punti di sutura del reticolato c’è una buona fisicità nell’incontro fra i personaggi, che consente un altrettanto adeguato e naturale “passaggio di consegne” delle rispettive soggettività. In alcuni però questa fisicità viene un po’ meno rendendolo leggermente più artificiale, e il gioco un po’ si perde. Sono comunque piccole stonature.

D’altro lato però questo stesso tipo di intreccio, proprio quando non è strettamente legato a una fisicità, permette anche di aprire dei canali spazio-temporali nella tessitura del romanzo. Creando così un mix molto interessante e ben riuscito fra una concezione lineare del tempo, tipica della tradizione occidentale, ed una circolare tipica di tante civiltà pre-cristiane ed orientali.

I vari protagonisti restano continuamente sospesi fra il sentirsi stritolare nella morsa di una città-fantasma, percepita come arida di opportunità e fuori dai giochi realmente importanti, e la tensione ad andarsene, essa stessa sempre in qualche modo disillusa anche qualora si realizzi. Quasi come se quella di Firenze fosse una maledizione a cui si è destinati prima o poi a fare ritorno, attratti dal magnetismo del suo potere eterno, o una patologia congenita.

E Santoni ricorda in tutti questi aspetti, il Joyce di Gente di Dublino. All’autore va dunque il merito dell’epifania, nell’essere riuscito a farne un’opera interessante e coinvolgente. Nella quale i personaggi sono sempre stimolati o costretti dalla loro precarietà esistenziale, a confrontarsi più intimamente e autenticamente con sé stessi e il proprio ambiente, impossibilitando il lettore a restare indifferente.

Ci sono anche dei passaggi in cui forse gli eventi si disarcionano un po’ per inerzia, col rischio di appesantire un pochino il fluire della narrazione (penso ad esempio alla festa con Girolamo e Bekko a casa di Berenice, o alla vicenda di Bube e Antonietta). Magari questo stesso aspetto è voluto, proprio per esprimere appunto l’inerzialità del vivere fiorentino in molti suoi giovani. Ma mi è sembrato che in altri punti ciò sia riuscito con più profondità, come ad esempio nella crisi di Cosimo o nei pensieri di Annabel, per non parlare del bellissimo finale a S. Miniato.

La stesso intreccio narrativo dei personaggi, trova forse proprio in questo aspetto il suo rovescio della medaglia: il reticolo orizzontale di soggettività non permette, per sua stessa struttura, di indagarle con la complessità e la minuzia di un soggetto psicologico tout-court, per quanto in varie vicende l’intensità traspaia forte. In questo modo i personaggi tendono un po’ indirettamente ad uniformarsi nel disagio comune, pur nella loro diversità, ma questo può fare il gioco del senso complessivo del romanzo.

A rendere criticamente stimolante quest’opera credo vada aggiunta anche, se così la possiamo definire, la sua tipologia. Ovvero il tentativo di coniugare la dimensione del romanzo con quella della giuda cittadina per approdare, come recita anche la seconda di copertina, ad una forma di giuda-romanzo.

L’incontro fra i due generi, come ogni incontro, è interessante e sperimentale. Ma come ogni incontro deve secondo me riuscire ad amalgamare al meglio tutti gli ingredienti, in modo tale che nel piatto finale si percepisca l’effetto di ognuno senza poterlo discernere da quello degli altri.

“Se fossi fuoco, arderei Firenze” nel complesso lo fa, e l’impresa può dirsi ben riuscita. Anche se in qualche punto mi sembra che l’aspetto descrittivo della città e dei luoghi possa risultare un po’ troppo macchinoso, o esterno al contesto situazionale, dando un senso eccessivamente “manualistico” della narrazione (penso ad esempio a Doris dentro la Pergola o alla passeggiata notturna di Diego). In altri casi invece, come in Ashlar che passa in rassegna i lampredottari di Firenze o nelle nostalgie di Carlone all’Emerson, anche “l’ingrediente” guida si intinge con naturalezza del dinamismo psichico dell’ingrediente romanzo.

Forse mi sarebbe piaciuto un po’ più di surrealismo, di distorsione psicologica delle vicende e dei luoghi, di assurdità. Posto che lungo tutto il libro l’elemento del paradosso unisce spassosamente le pagine come uno dei fili conduttori (dalla rissa fra Alfonso e i gambrini, alla vicenda di Duccio dentro maniaco e relativi scleri ed alla tazzata in testa a Doris. Fino alle improbabili dissertazioni di Gervasi, al “gioco cartesiano” di Giovanni, ma soprattutto alle avventure oniriche del professor Brunetti versione Indiana Jones e le porte di Firenze).

All’interno del paradigma controverso della guida-romanzo viene mantenuto invece un approccio abbastanza realista, come credo esso richiedesse per la sua buona riuscita.

Arricchito dal lato descrittivo di vie e luoghi secolari in chiave attuale che è molto denso e ben curato. Fin nell’impresa onerosa ma ineluttabile di descrivere ciò che resta indescrivibile, e cioè la cupola del Duomo a pagina 133.

Un realismo puntuale che getta finalmente una luce impietosa su quella che ancora oggi è superficialmente ed ingenuamente considerata, come uno dei fiori all’occhiello della cultura europea e delle politiche sociali e giovanili in Italia.

Di un ardore che sotto le fiamme incenerenti della dissacrazione, accende anche la miccia di uno spirito ed una volontà di rivalsa e di risveglio. Tutti fattori che contribuiscono ad accrescere il valore storico che quest’opera ha. I libri migliori, direbbe forse Orwell, sono proprio quelli che ci dicono ciò che in qualche modo già sapevamo, ma non avevamo mai avuto la capacità di leggere fino in fondo.

 

Oggi il blog di Liberi di scrivere pubblica questa recensione de IL PORCOSPINO IN PEGASO, segnalandomi anche di essere fra i 10 finalisti del premio Carver per la sezione poesia.

 

http://liberidiscrivere.splinder.com/post/25439001/recensione-di-il-porcospino-in-pegaso-di-eduardo-olmi

http://www.prospektiva.it/carver.htm

http://www.comunicati-stampa.eu/comunicati-stampa/premio-carver-2011/

 

Ho sempre un certo pudore a parlare di poesia, devo premettere che credo che esista, sembra banale ma non molti lo pensano sul serio. Leggo molta poesia a dire il vero anche se non amo recensirla, nella mia biblioteca conservo Baudelaire, Neruda, Prevert, Garcia Lorca, Jimenez, Evtushenko, mi piace la poesia romantica inglese, ho un debole per Eliot, Cecil Day Lewis, Dylan Thomas,  i sonetti di Shakespeare, Walt Whitman,  Edgar Lee Master, Robert Frost, Sylvia Plath, la Beat Generation. Amo Ungaretti, Quasimodo, Montale, Saba, il Cantico dei Cantici, la poesia persiana, quella cinese, Nazim Hikmet, Anna Achmatova, il colore e il calore della poesia sudamericana per la quale mi sono intestardita a studiare spagnolo con scarsi e alterni risultati purtroppo. Come dicevo non amo recensirla perché è evanescente, umorale, soggettiva, troppo soggettiva. Cosa scatti in un testo perché lo si possa chiamare poesia è un mistero racchiuso in un enigma che trascende i puri intellettualismi e gli arzigogoli razionali. La poesia quando la si cerca di spiegare si sciupa, si rovina, muore, e poi ci vogliono strumenti anche tecnici delicati, non si può maneggiarla come un meccanico con le mani sporche di grasso, forse qualche vecchio professore di liceo con la barba grigia saprebbe scrivere un buon testo di critica poetica, magari un cultore di greco e di latino con una cultura enciclopedica e un busto di Dante in bronzo tenuto nel salotto dal pavimento lucidato a cera con le pattine di feltro, chiunque altro si troverebbe come un elefante in un negozio di cristalli. Tutto questo per dire che è appunto raro che recensisca poesia, specialmente moderna di giovani autori magari alla loro opera prima. Così quando mi è capitato tra le mani questo libricino Il porcospino in pegaso di Eduardo Olmi, dalla copertina metà bianca e metà blu, Felici Editori, finito di stampare nel mese di maggio del 2010, ho esitato poi mi son detta perché no, leggiamolo. Innanzitutto ho iniziato con la prefazione di Alessandro Scarpellini nella quale ho incontrato parole lucenti come: sogni, desideri, amore, morte, eros, meraviglia, stupore; e mi son detta chissà…. Scalpellini accosta le poesie di Olmi a testi di Jim Morrison o Tom Waits, agli sciamani della Beat Generation, alla poesia italiana ed europea del Novecento, agli esistenzialisti, ai punk un modo senz’altro efficace per destare l’interesse, per promuovere un confronto, delle aspettative. Così ho ripreso il libro dall’inizio e ho letto la dedica: Al vecchio Hank che non ha mai letto questa roba. E di Hank che io sappia ce ne è uno solo: Charles Bukowski, Hank per gli amici. “Chiamatemi’Hank’: Charles era mio padre”. Poi l’ ho contate  sono 52 poesie, 52 frammenti, come quasi tutti i poeti contemporanei a schema libero, usando strofe senza alcuno schema fisso di versi o di rime, quasi una prosa poetica, versi anarchici, intrisi di una certa rabbia controllata e ipodermica una contestazione metodica del sistema, dei pregiudizi, delle norme consuete. Ci sono anche poesie d’amore, ma sono rare, più che altro la passione è incanalata contro i bar borghesi,  i fast food, la macchina burocratica. Si parla di anarchia, di fiumi d’alcool, di briciole della sua adolescenza, di angoscia, incubi notturni, di Nietzsche, di Brecht, di  Mozart. Si accusa Pier Paolo Pasolini di essere un pessimo poeta, si guardano le foglie d’autunno, si ascolta il rumore del vento. Eduardo Olmi è un giovane poeta, nato a Firenze nel 1984 iscritto alla laurea specialistica in Storia Contemporanea presso l’Università di Firenze. Collabora con giornali universitari autoprodotti e con il gruppo artistico Collettivomensa e l’omonima rivista. Segnalo che Il porcospino in pegaso, è tra i 10 finalisti, per la sezione poesia, del Premio Carver 2011, il contropremio dell’editoria italiana, la cui giuria è coordinata da Andrea Giannasi, un premio in cui vengono premiati i libri migliori, senza guardare il nome dell’autore o  il marchio editoriale a garanzia dell’imparzialità la formazione della giuria 5 tra giornalisti, scrittori, critici ai quali viene proposto di far parte di una giuria segreta, questi non conoscono i nomi degli altri giurati e i loro nomi non verranno mai resi noti. Il Premio Carver è organizzato dalla rivista letteraria Prospektiva e la premiazione avverrà il 25 settembre presso la Cittadella della Musica nell’ambito del festival del libro “Un mare di lettere” che si tiene ogni anno a Civitavecchia. A Eduardo i migliori auguri.