Category: Recensioni ed interviste


A pagina 11 la definisce – o meglio la azzardo, e tu interpretala nella direzione che preferisci: – …la cosa migliore realizzata dalla mia generazione.; e un po’ più avanti cita Deleuze insieme a Guattari, autori di riferimento per quella Nietzsche Renaissance che ha attraversato anche le due decadi a cavallo del terzo millennio.

Decadi che hmdcanno visto sorgere e tramontare il fenomeno di controcultura dei rave e della free tekno, restituito in quest’opera libraria da Vanni Santoni, autore classe 1978, cresciuto e maturato nel pieno di questa parabola storica e culturale, più o meno giovanile.

Parabola che dal mio punto di vista – di una mezza generazione successiva alla sua – pone, e in qualche modo ha posto fin dall’inizio, non poche questioni di eredità o di successione.

Lo stesso Santoni – giovane ventenne valdarnese nel pieno delle forze e delle energie psicofisiche, al tempo in cui si fa riferimento nel romanzo – ci offre un punto di vista interno di questa parabola, suo e di altri “compagni di avventure”, nel tentativo sia di metterne in luce le tensioni e le dinamiche – spesso offuscate e strumentalizzate da media e morali – sia di comprendere le ragioni che hanno portato ad una sua fase decadente e di progressivo esaurimento.

E prima ancora che della repressione – talvolta purtroppo ineluttabile, ma sempre in qualche modo eludibile, fronteggiabile e potenzialmente superabile, qualora una convinzione sia tanto radicata quanto radicale – l’autore stesso sembra temere la perdita di mordente, antagonismo, autenticità ed orizzonte politico, come fattori a loro modo determinanti di questo esaurimento.

Un’ interpretazione quanto meno interessante per chi – come me – cresciuto in un panorama socio-culturale affine quando non sovrapponibile, ha trovato nel così detto “attivismo sociale” una via di superamento dei limiti, ma al tempo stesso di possibile completamento, di tutto quello che di più o meno positivo, quella parabola ha espresso o cercato di esprimere.

Nella convinzione che proprio nella morte dell’esistenza e della soggettività, essa abbia trovato il proprio punto debole esiziale, là dove uccidendo Dio e l’Uomo, si sarebbe dovuto recuperare riqualificandolo, e non seppellire, un essere umano potenzialmente rinnovato, e liberato dalle millenarie catene dei sistemi di potere.

E ciò che forse più di ogni altra cosa mi è piaciuta in queste 130 pagine di “Solaris – Laterza” – collana dedicata a raccontare il mondo Oltre il Novecento, per dirla alla Revelli – è stato proprio l’averci percepito (o almeno, così mi è parso), un’attitudine od una volontà da parte dell’autore, di venire incontro a questa mia convinzione ed aspirazione.

Là dove nelle scorribande e nelle vicende dei personaggi che le animano, non c’è traccia di vero e proprio nichilismo, se non nella misura dialetticamente necessaria a riconoscere che E’ quello il problema. Ci credono troppo. L’assenza di quel minimo di nichilismo, di autoironia, ti fa fare qualche scivolone.

Ed anzi sembra quasi essere umanistica, la tensione vitalistica che scardina le catene identitarie, e afferma una possibile pienezza e libertà dei sensi, come restituito ottimamente anche dal pezzo inserito poi in quarta di copertina, e in promozione editoriale del libro.

A questo giro non ho particolari critiche da fare al lavoro nel suo complesso, se non che in alcune fasi lo scorrimento della narrazione un po’ si appesantisce, come nella vicenda – comunque positivamente e sinceramente autoironica – della “tenda per goani” o nella “mappa di navigazione satellitare Firenze-Porto Alegre”, dove forse qualche intermezzo psicologico in più, avrebbe fatto defluire meglio e reso ancora più coinvolgente il viaggio mentale, di rimorchio a quello reale.

L’attacco mi ha ricordato in qualche modo certi romanzi realisti popolari della prima metà del secolo scorso, molto presenti nella “tradizione” letteraria fiorentina, nell’abbozzo di uno stile classico discorsivo elaborato. E se da un lato iniziavo ad inquadrare Santoni come possibile erede post-moderno di un Palazzaschi o Pratolini, dall’altro qualcosa nel mio inconscio cominciava già oniricamente e simpaticamente a temere, per la tenuta psicologica della lettura sul lungo periodo. Poi per fortuna però, la destrutturazione narrativa comincia a defluire lungo le rapide della narrazione; e allora mi sono ricordato che questo tipo di approccio – quello di disintegrare un soggetto classico/dominante, messo a presupposto di ogni tipo possibile di discorso – è un divertente leitmotiv piuttosto ricorrente di una generazione che, almeno dal mio punto di vista, ha teso a confondere soggettività con soggettivismo ed assoggettamento.

In altre fasi invece – soprattutto della prima parte – la sospensione della punteggiatura, l’intrippamento narrativo, la forte intensità del dinamismo psichico e onirico nei ricordi o nel flusso coscienziale – sintomo di forti sedimentazioni esperienziali – sembrano voler dilatare il senso di perdizione, per ampliare l’esperienza psichedelica del testo.

Ma può anche darsi che queste siano solo suggestioni apocrife di un lettore profano che – come me – ha vissuto il mondo dei rave, free tekno e sostanze psicotrope, in maniera del tutto marginale (la 72 ore fiorentina, le sue vicissitudini e i suoi incasinamenti, me la ricordo, appena ventenne, e in piena fase post-punk spiritualista).

Nella sensazione prima, e convinzione poi, che – pur con tutto il valore, la bellezza ed il divertimento ovviamente – si trattasse di qualcosa destinato in qualche modo ad esaurirsi e che, la azzardo, Santoni, e tu interpretala nella direzione che preferisci: la cosa migliore realizzata dalle nostre generazioni, dovesse e potesse ancora arrivare.

In attesa dei postumi l’ardua sentenza, un grazie in ogni caso te lo mando, per aver traslitterato ancora una volta nel mondo dei libri, in chiave del tutto sincera e nient’ affatto retorica, il mondo giovanile attuale o del recente passato.

E con inguaribile eccesso di Ego, tipico di quell’anti-renzismo che – come ogni “anti” – risente inevitabilmente del proprio contrario, non posso che suggerirti ancora una volta il valore storico di questo libro; prima ancora che documentario.

Santoni

PpA me il Santoni dei “Personaggi precari” piace, forse addirittura più di quello di “In territorio nemico” e della SIC; e non ho ancora avuto modo di leggere il suo esordio nell’impervio mondo dei Fantasy.
Suonerà azzardata come considerazione, paragonare un libriccino di 150 pagine, fatto di estratti di blog – per quanto selezionati – e frammenti psichici, a romanzi epici e sperimentazioni     di scrittura collettiva senza precedenti veri e propri di questo tipo (anche se almeno in Italia, già da prima di Wu Ming, tentativi e produzioni similari ne abbiamo avuti/e); ma tant’è.
Sulla scia di “Se fossi fuoco, arderei Firenze”, e col beneficio di inventario – come detto – del Fantasy, per me il Santoni che pone l’attenzione o – per così dire – valorizza di più (e gioca con) le soggettività diffuse, resta quello maggiormente significativo da un punto di vista strettamente letterario e soprattutto quello più – come si dice in gergo spiccatamente tecnico – piacevole.

Vanni Santoni è uno scrittore eclettico, lo sta dimostrando proprio la significativa varietà delle sue produzioni e dei suoi approcci. Uno scrittore ancora giovane per il mestiere, eppure già molto prolifico, che sembra voler concedere ancora molto alla “beata incoscienza” della sperimentazione.
Sebbene egli stesso, nella testata del blog che nel 2004 iniziava ad ospitare i Pp, sottolineava che “I personaggi offerti da Personaggi precari sono disposti ad accettare ruoli sia primari che marginali, a tempo determinato o indeterminato, e autorizzano il datore di lavoro a disporre delle proprie prestazioni in modo assolutamente arbitrario”, credo che Raoul Bruni sia nel vero quando nella sua postfazione sostiene che “Per Vanni Santoni la precarietà è innanzitutto una categoria esistenziale e psicologica, che non può essere in alcun modo ridotta a dato angustamente economico-giuridico.”

Queste pagine ci regalano infatti un mosaico di tipi e momenti psicologici, irriconducibili al “discorso del potere” in senso classico, ma che coi cristalli di potere diffusi “giocano giocoforza” a scontrarsi e relazionarsi.
Una post-moderna e post-strutturalista “disintegrazione di soggettività”, dove però la precarietà – ben masticata dal lessico quotidiano di una generazione – sembra tornare a rivestire il ruolo che già fu della città di Firenze, nel romanzo storico-documentario edito da Laterza nel 2011. Ovvero quello di “para-protagonista”, in una (de)strutturazione letteraria totalmente priva di uno o più personaggi principali che dominano la scena; in chiave di un’orizzontalità dell’intreccio narrativo che si potrebbe appunto definire a poteri (o contropoteri) diffusi.
Un tema, questo della morte o disintegrazione del soggetto psicologico tout-court o dominante/di riferimento, che sembra essere molto caro allo srittore valdarnese, avendo caratterizzato sia l’Io narrato in “Se fossi fuoco, arderei Firenze” e appunto “Personaggi precari”, sia principalmente l’Io narrante di “In territorio nemico”. E avendo addirittura caratterizzato in qualche modo entrambi, nel libro a quattro mani con Matteo Salimbeni “L’ascensione di Roberto Baggio”. Dove però l'”agnosticismo scenico” che si potrebbe dire, accompagna – diversamente – i primi due, si converte qui a vera e propria te(le)ologia monoteista, per dare voce alle magie del Divin Codino, sulle bocche e nei ricordi dei suoi fedelissimi (sono queste già delle tracce di attitudini poetiche?).

Ma come la bella e maledetta Firenze del 2011, anche in questo libriccino targato Voland, il “para-protagonista” precarietà, cuce tacitamente e inconsciamente le fila di uno scenario apparentemente schizofrenico (predisposizione che si era manifestata già nel romanzo di esordio con Feltrinelli, “Gli interessi in comune”. Dove il compito toccava stavolta – forse in chiave un po’ più esplicita – alle sostanze psicotrope). E l’intreccio casuale e coattivo dei personaggi, semba voler proprio misconoscere e quasi rimuovere, quel minimo comun denominatore che loro malgrado (e contro ogni loro stessa insopprimibile e onirica volontà di fuga e di potenza) li caratterizza.
E il Santoni dei “Personaggi precari” – come già a suo modo quello di “Se fossi fuoco, arderei Firenze” – è un penetratore psicologico assolutamente spietato, arrogandosi quasi una dantesaca facoltà di “dividerci e spedirci tutti/e, fra Paradiso, Purgatorio e Inferno”. Oltre ad essere un eccellente nomenclatore, data la straordinaria varietà di nomi propri (non poteva essere altrimenti) che battezzano ognuno di questi squarci psicologici di contemporaneità.

Cosa manca? Forse un po’ meno di italianità, e una maggiore presenza di elementi “stranieri” o acquisiti. Per dare più pienamente voce ad un corpo e ad un tessuto sociale dove il “leitmotiv” della precarietà, si è amalgamato negli ultimi decenni a quello della multiformità etnica e culturale, con l’arrivo anche in Italia di milioni di persone originarie di altri paesi e continenti.

“Personaggi precari” è un libro tascabile, uno di quei libri che ti viene voglia di tenere in borsa o nella giacca e portare a zonzo durante le mille peripezie quotidiane, e giocare a farti domande del tipo “oggi che Personaggio precario sono” o “con quale Personaggio precario mi trovo ad avere a che fare”.
Una precarietà che, come restituito attentamente anche dall’editore nella quarta di copertina, è passata dalla semplice cronaca alla stessa struttura del testo; da parte di un autore che, come già ossrvato dallo stesso Bruni in postfazione, sta portando marche stilistiche fresche, e forse a loro modo inusitate, al patrimonio della letteratura italiana contemporanea.

Un’avventura nata – secondo le dichiarazioni di Santoni – come stimolo originario a tenersi attivo quotidianamente in chiave di produzione letteraria. E che oltre a rischiare di diventare un tormentone più o meno generazionale (oltre 7.000 personaggi prodotti dal 2004 ad oggi – se non ho mal capito – e non credo l’autore abbia intenzione di chiudere i conti dopo questa antologia), può offrirci una bussola proprio per imparare ad orientarci e districarci nella tanto tormentata epoca della precarietà (materiale quanto esistenziale, savansadì):

Giocare a farsi raccontare come Personaggio precario, ed imparare a farlo a nostra volta con le persone stesse che ci stanno attorno.

Per scoprire magari che i nostri sogni e le nostre paure; le nostre rivincite e le nostre sconfitte; i nostri orgogli e le nostre miserie, ci accomunano più di quanto saremmo disposti/e ad ammettere fino in fondo a noi stessi/e.

 

Santoni

Oggi primo novembre Reti Dedalus, la rivista on line del Sindacato Nazionale Scrittori, ha pubblicato questo mio pezzo.

Esso prende spunto da una recensione de “Il porcospino in pegaso”, apparsa sulla medesima pagina on line lo scorso 2 giugno.

Ho scelto di rispondere prendendone spunto per affrontare un discorso di tipo più ampio, sui punti di riferimento che hanno influenzato negli ultimi anni (più o meno consapevolmente) certa nostra critica e letteratura.

Ciò che non mi tornava nella recensione, è stata la messa in risalto dei punti più deboli del libro, per trarre conclusioni generali da quelle che mi sembrano più eccezioni che “marche stilistiche irrinunciabili”.

Oppure che la contestazione (più che la critica) sociale e la poetica intimistica (più che il discorso intimistico), non sono gli unici aspetti del libro, ma che in diversi testi sono importanti l’aspetto immaginativo o quello emotivo, quello descrittivo o quello ritmico/musicale.

Inoltre, alcuni paradigmi critici espressi nella recensione non sono condivisibili.

In questo senso, per me non può esistere una coscienza scissa dalla dimensione percettiva. Perciò “attraverso queste striscianti incertezze emerge pur sempre una voce sicura, capace di far suonare a tratti le corde più vibranti e inattese” non significa niente. Allo stesso modo, per me non c’è cosa più artificiale di ciò che chiamiamo natura umana, e in essa istintualità e soggettività sono intimamente collegate. Quindi “l’istinto più che l’abilità” o “volutamente farraginosa” essi stessi non significano niente, in quanto per me ogni istinto è proprio come istinto che si esprime a pieno in un abilità.

O ancora, nella prefazione Scarpellini non mi paragona ai vari Ginsberg, Morrison, Ferlinghetti, Waits, ecc. Bensì semplicemente dice che il tipo di poetica che sviluppo, in qualche modo glieli ricorda, oppure semplicemente li cita di suo per rafforzare alcuni passaggi.

Infine, la poetica intimistica non riguarda una, bensì diverse figure femminili (non identificate per rispetto). E la Chiesa Cattolica non è necessariamente bersaglio più privilegiato di altri nella contestazione sociale, per quanto il sottoscritto sia anticlericale fin dall’adolescenza.

La critica è un mostro strano; senz’altro qualcosa di almeno un po’ compromettente, se pensate che porta l’ambiguità già nel nome. Alzi la mano chi – nell’ingenua purezza della sua fanciullezza – non ha pensato neanche per un attimo di essere rimasto fregato da un qualche dio ballerino, quando ha scoperto che la critica non è soltanto quella che si fa al compagno di banco per fargli venire i complessi sul taglio di capelli, proprio il giorno in cui deve chiedere di uscire al nostro sogno erotico preferito.
Perché da fanciulli – si sa – si è poco inclini ai compromessi, e spesso ci si domanda quanto di quello a cui viene formata, quella che poi impareremo a chiamare “la nostra soggettività”, ci servirà davvero; e quanto invece sarà più un compromesso inevitabile alla sopravvivenza nel mondo degli adulti.

“Ci si lasci almeno liberi quando si tratta di scrivere” diceva Michel Foucault, lui che riteneva nessun soggetto essere formato come libero. E allora sì, in un paese la cui tradizione poetica è segnata da avanguardismi ed élitismi – tanto nella sua versione più classica, quanto a volte in quella critica – parte di un “occidente” dominato da tecnicismi, antropocentrismi e immaginari colonizzati (che in una sua vera omogeneità, forse esiste solo proprio in quel dominio), verrebbe voglia che anche la critica letteraria non scendesse mai a patti con quel dio ballerino.
Perché ciò che può caratterizzare quella formazione di soggettività, è il suo scollegamento da quello che c’è di più originario proprio nel fare poesia; e cioè il ritmo ontologico del vivere, e le sue potenzialmente libere e indipendenti produzioni di senso/nonsenso.
E conseguentemente penso, la capacità di appropriarsi delle parole e ribaltare i termini dei discorsi, in quelli che Foucault definiva “giochi di verità”.

Il sapere del resto, sostiene ancora Foucault, è in ogni epoca in intimo rapporto col potere.

E tuttavia quell’anti-umanesimo che oggi va per la maggiore, pone sempre più dei problemi riguardo lo stesso soggetto umano, e conseguentemente circa le produzioni di verità di un possibile approccio critico.
Li pone forse perché non dà risposte adeguate sull’origine del soggetto stesso.
Penso infatti che quello stesso anti-umanesimo – per l’interpretazione che ne viene data in certi ambienti o per suoi stessi limiti di fondo – mantenga più o meno involontariamente la propria prospettiva internamente e non esternamente, a quella “religione cartesiana” tanto osteggiata; passaggio costitutivo della soggettivazione e dell’assoggettamento da parte del potere (o meglio si dovrebbe dire, dei poteri diffusi).
E d’altra parte sarebbe già l’interpretazione foucaultiana, a non permettere di fatto un punto di vista potenzialmente esterno rispetto a quella religione cartesiana.
Dove anche la libera autocostruzione del soggetto, sembra sempre avvenire a posteriori rispetto all’accettazione di norme e paradigmi propri dell’assoggettamento, conservando un punto di vista interno anche quando egli ricerca un’analisi dal basso, di quella che chiama la microfisica del potere; limitando perciò la comprensione strutturata di quei meccanismi di dominio.
Similmente alla contraddizione nella quale sembra cadere la soggettualità di Deleuze, nel contrapporsi alla soggettività cartesiana piuttosto che ricercarne una diversa più originaria; e finendo magari così col riprodurla a parti invertite, quando non ad averne bisogno per sussistere.
Essi partono da una giusta critica a un soggettivismo – come riconosceva ad esempio anche lo stesso Foucault – di origine teologica, senza riuscire però ad andare potenzialmente pienamente oltre.

Non è infatti la storicità in sé del soggetto ad essere messa in discussione, quanto appunto la sua genealogia; che pone a mio parere le proprie basi nella liberazione dell’istintualità, del subconscio e dell’irrazionale, e ad essi fa continuamente ritorno nel rinnovarsi ed evolversi, in quel ritmo ontologico del vivere.
Se accettiamo questo punto di vista, ne consegue che la soggettività è prima di tutto percettiva, e che l’approccio anti-umanista non è esso stesso in grado di coglierne a pieno la storicità; se non da un punto di vista e in una prospettiva essi stessi dominanti/dominati, per quanto “criticamente dominanti/dominati”.
L’esclusione di inconscio e irrazionale dal campo della soggettività, può finire col deresponsabilizzarli e limitarli, accettando essa stessa l’idea di una frattura fra questi e la coscienza.
Non permettendone fino in fondo una presa potenzialmente libera, e relegando di fatto la percezione (individuale e sociale), e quindi le possibilità di manifestazione della vita.

Queste contraddizioni si manifestano a mio avviso, sia in certi settori della “controcultura” e dell’underground sia, come rovescio della stessa medaglia, in certa critica di matrice accademica, che ha acquisito i vari Foucault, Deleuze, Bene, Heiddegger, come linee guida fondamentali.
E così accade che – volenti o nolenti – aspetti come il livello tecnico o l’elaborazione formale, possano essere ancora oggi discriminanti fondamentali per l’apprezzamento, o anche solo la reale attenzione non mistificata, di certa nostra critica nei confronti di un’opera poetica; fosse essa anche un’opera caratterizzata da un approccio – appunto – “critico”.
E può accadere che consapevoli volontà di evitare qualsivoglia tecnicismo, anche partendo da libere scelte tecniche essenziali, che evolvano progressivamente verso forme più complesse (come vorrebbe ogni metodo induttivo), vengano considerate ingenue o banali.
Come se nel bel mezzo del tecnicismo occidentale, fare “tabula rasa” dei saperi tecnici non sia un primo passo fondamentale verso la ricerca di una possibile originalità stilistica.
Come se quel metodo induttivo, non fosse l’unico coerentemente compatibile con una poetica sociale dal basso, che punti a interpretare e dare voce ai soggetti più emarginati ed oppressi.
E come se qualsivoglia centralità dell’aspetto tecnico – per quanto autocostruita e critica – non sarebbe costretta a venire a compromessi con i paradigmi dominanti, e non corresse il rischio continuo di “auto-istituzionalizzarsi”.
Senza per questo fare alcun facile nichilismo spicciolo, sottovalutando l’importanza che la tecnica o il lavoro di elaborazione formale hanno, nella riuscita complessiva di un’opera di poesia.

Ma anche paradigmi come l’immaginario e l’uomo, il mito, nonché un certo bisogno di nuova spiritualità/religiosità, stanno riemergendo in direzione per certi versi anche positiva, ma per altri problematica; rischiando di riprodurre – come detto – capovolgendoli, quando non addirittura di riacquisire, diversi dei paradigmi contro i quali si rivolge quell’approccio critico.
E questo, credo proprio per l’eccessiva ondivaghità e ineffabilità con le quali l’anti-umanesimo degli ultimi decenni, ha affrontato il tema dell’irrazionale e dell’inconscio, al di fuori del campo della soggettività.
Importante perciò in tal senso, potrebbe essere dare una rispolverata critica a lavori come quelli di Jung sul subconscio, di Feuerbach sull’essere e di Chomsky sulla linguistica.

Penso dunque che abbiamo bisogno di nuove e diverse soggettività possibili.
La poesia può giocarvi un ruolo importante, a partire appunto da una liberazione istintuale/percettiva, che evolva verso una nuova e più consapevole presa di (auto)coscienza, individuale e sociale; e che in quel ritmo ontologico del vivere, continuamente torni e si rinnovi.
E può giocare un ruolo importante, perché da sempre ciò che è una valida “unità di misura” di un’opera poetica, è la sua capacità di rompere con i linguaggi dominanti del proprio presente.

Abbiamo bisogno di nuove voci; perché in quest’ottica, solo voci autentiche possono smascherare sensi e significati dominanti, dando prova di punti di vista e giochi di verità (quindi di vissuti) concretamente al di fuori dell’assoggettamento, fosse anche necessario svilupparli a posteriori rispetto alle sedimentazioni.
Posto che i processi di astrazione avvengono sempre in qualche modo a posteriori, perché se sono veramente tali, devono prima lasciare il tempo alle esperienze di sedimentarsi adeguatamente.
E posto che se c’è una cosa su cui Foucault aveva pienamente ragione, è che il potere è coestensivo al corpo sociale, e che questa fuoriuscita è dunque su un piano potenziale (il che può rendere quello stesso momento cartesiano, come un passaggio a suo modo necessario). Perciò inevitabilmente ogni opera letteraria risente, “nel bene e nel male”, del proprio tempo.
E in tempi di crisi del modernismo e del post-modernismo, forse abbiamo bisogno anche di evitare facili avanguardismi, e non dimenticare che non necessariamente tutto ciò che è “vecchio” per forza è da buttare, ma può essere per così dire recuperato, nell’ambito di ricerca di un’originalità.

In conclusione, vengono alla mante le parole le parole di Jack Hirschman, poeta vicino e al tempo stesso critico della beat generation; amico personale di Ferlinghetti e fondatore del progetto delle Revolutionary Poets Brigade:

Go singing whirling into the glory
of being ecstatically simple.
Write the poem.

Leonardo Bonetti e il libro chiuso. Già sull’attacco la stonatura sembrerebbe evidente, a meno che non si tratti della prima stesura di un corvesco coccodrillo. E invece il rock di cui Leonardo stesso è da anni voce e interprete, sa bene che proprio da una nota stonata possono nascere pezzi dei più vibranti.

Uno scrittore e l’assenza del suo stesso pane quotidiano. Invece no. Perché in Bonetti l’orizzonte del libro chiuso non si manifesta come morte del libro – quanto mai convalescente in tempi come questi – bensì, si potrebbe dire, come suo “contrario”. E in questo approccio l’autore ricorda d’entrata tutto un certo anti-umanesimo degli anni ’70-’80, quello dei vari Deleuze e Foucault, che affonda le sue radici nell’ontologismo heiddeggeriano e ovviamente nella filosofia di Friedrich Nietzsche.Image

E in alcuni punti il libro chiuso di Bonetti, sembra esplicarsi proprio come paradigma che rende de facto impossibile qualsiasi pretesa antropocentrica di dominio del linguaggio e della conoscenza, divenendo così fortezza inespugnabile dove rifugiarsi da quella volontà di sapere che fa rima con volontà di potere. Libro chiuso come tautologicamente anarchico. Ago della bilancia sulla quale si alternano, rincorrendosi, i pesi delle rivoluzioni.

Ma in Leonardo, che in quella scuola di pensiero di cui sopra affonda le radici della propria parabola artistica, si manifesta anche una volontà di portare l’insegnamento dei maestri oltre il punto in cui loro stessi hanno saputo condurre l’allievo. E infatti in “A libro chiuso”, sono pressoché assenti tutte quelle stereotipizzazioni e banalizzazioni che del pensiero di quegli anni sono state fatte. Permettendo così di addomesticarlo e renderlo un abito troppo stretto, a chi vuol mettersi nei panni della vita e della libertà.

C’è in Bonetti qualcosa di profondamente esistenziale, il tormento squisitamente poetico – e per questo inesauribile – del mistero dell’essere che crea sé stesso e della sua condivisione. Un mistero che, come lo stesso autore restituirà nel paragrafo dedicato al tema del significato, fonda la propria legittimità solo sulla continua e autentica ricerca del suo disvelamento. C’è qualcosa di Sartriano quasi, quando il niente del libro chiuso diventa momento di incontro e presupposto fondamentale di quell’essere e del suo mistero, e di qualsiasi discorso si possa tentare su di esso.

Non c’è traccia tuttavia di nichilismo. Ed anzi il fallimento endemico della rivelazione ermeneutica, apre alla possibilità di una nuova spiritualità e religiosità, le quali attraverso la “liturgia” del libro chiuso si preservano però da tentazioni di verticismo teologico. Tessendosi su un campo pienamente orizzontale, tutto teso all’incontro con l’altro e con le possibilità di interpretazione (e quindi di vissuto) potenzialmente infinite, che proprio quel fallimento paradossalmente apre. Possibilità che vanificano nuovamente qualsiasi tentativo di dominio da parte dell’autore sulla propria opera, e con esso qualsiasi principio di gerarchia possa eventualmente scaturire dall’opera letteraria comunemente intesa.

Divenendo forse in questo senso, anche una necessità non dichiarata – e magari più autentica – di un nuovo e diverso essere umano.

Un libro che riflette sul senso e sui limiti dell’opera letteraria, e che proprio a partire dal discernimento di questi limiti sa affidarle un potenziale e una freschezza del tutto inusitati, aprendosi anche a temi di forte attualità sociale ed esistenziale. Un libro importante che prova a consegnarci qualche chiave, per aprire le porte che ci sono rimase chiuse dentro e fuori, sotto la luna calante del post-moderno.

E che magari, come ogni libro che vuole esplorare strade non ancora battute, deve solo fare attenzione a non dimenticare – per dirla in termini congeniali all’autore stesso – che per ogni nuovo cammino che intraprendiamo ce ne sono mille rimasti chiusi, in un rapporto esageratamente sproporzionato. Dove sul terreno dell’incontro con le orme di altri viandanti lungo il dirupo della saggezza, questo libro – o meglio questo “nonlibro” – può dimostrare di essere un’opera che resterà.

 

 

 

 

 

 

 

 

Ci sono scritture che nascono da esigenze interiori immediate o impellenti di raccontare, esprimere o comunicare qualcosa. E ci sono scritture che nascono dalla richiesta esterna e contingente di essere scritte. Spesso è sul filo dell’incontro fra questi due fattori che si tesse il percorso di uno scrittore.

“Se fossi fuoco, arderei Firenze”, libro da poco uscito per “Contromano” Laterza, è forse in questo senso il primo punto di incontro più organico per Vanni Santoni, lo scrittore valdarnese trapiantato sotto la cupola del Brunelleschi, già autore per Feltrinelli del romanzo “Gli interessi in comune”.

Curatore già da qualche anno di una rubrica del Corriere Fiorentino sulle strade del capoluogo toscano, Vanni ha coniugato questa sua esperienza professionale – e la relativa richiesta da parte della casa editrice pugliese, di renderla fruibile alla sua collana dedicata ad aprire finestre su squarci di Belpaese – con la voglia di raccontare una Firenze nuda e cruda di fronte alla propria stessa decadenza attuale. Un’impotente decadenza generazionale, culturale, sociale e in qualche modo inevitabilmente anche politica, che trasuda da ogni poro dei suoi 23 personaggi. Le cui vicende si intersecano nelle maglie del reticolato cittadino, restituendo ottimamente la dimensione da “paesone” che caratterizza quella che fu la capitale del Rinascimento. La quale si erge dispiegandosi via via in tutta la sua fama imperitura, come unico vero personaggio onnipresente, confermando così le sue ben note manie di protagonismo.

L’aspetto più coinvolgente del libro è senza dubbio l’intreccio narrativo dei personaggi, i quali si passano per così dire il testimone in un reticolato orizzontale di soggettività e punti di vista diversi/e, su uno stesso scenario di narrazione, che è – appunto – la Firenze di oggi. Struttura che – oltre ad essere di per sé molto divertente – risulta anche ben congeniale alla necessità di restituire la complessità e multiformità del vissuto generazionale di una delle principali città italiane. In questo modo, Firenze può diventare – come suggeriva lo stesso autore durante la presentazione a Roma – un “personaggio aggiunto”. Diversamente da quello che invece avrebbe consentito una struttura narrativa verticale, dove uno o pochi personaggi principali dominano tutta una serie di personaggi secondari o comparse, oltre allo spazio scenico.

In chiave generale, forse poteva starci anche una catena del tutto aperta e lineare. Il che avrebbe offerto una dimensione più prospettica al romanzo, consentendo così al lettore un maggiore possibilità di “perdersi” in esso. Ma in questo caso specifico la scelta di una concatenazione di tipo circolare mi sembra azzeccata, perché restituisce nel migliore dei modi – appunto – il contesto da grande paese dove tutti conoscono un po’ tutto e tutti che è Firenze, specialmente dal punto di vista degli studenti e degli artist/oidi.

Nella gran parte dei punti di sutura del reticolato c’è una buona fisicità nell’incontro fra i personaggi, che consente un altrettanto adeguato e naturale “passaggio di consegne” delle rispettive soggettività. In alcuni però questa fisicità viene un po’ meno rendendolo leggermente più artificiale, e il gioco un po’ si perde. Sono comunque piccole stonature.

D’altro lato però questo stesso tipo di intreccio, proprio quando non è strettamente legato a una fisicità, permette anche di aprire dei canali spazio-temporali nella tessitura del romanzo. Creando così un mix molto interessante e ben riuscito fra una concezione lineare del tempo, tipica della tradizione occidentale, ed una circolare tipica di tante civiltà pre-cristiane ed orientali.

I vari protagonisti restano continuamente sospesi fra il sentirsi stritolare nella morsa di una città-fantasma, percepita come arida di opportunità e fuori dai giochi realmente importanti, e la tensione ad andarsene, essa stessa sempre in qualche modo disillusa anche qualora si realizzi. Quasi come se quella di Firenze fosse una maledizione a cui si è destinati prima o poi a fare ritorno, attratti dal magnetismo del suo potere eterno, o una patologia congenita.

E Santoni ricorda in tutti questi aspetti, il Joyce di Gente di Dublino. All’autore va dunque il merito dell’epifania, nell’essere riuscito a farne un’opera interessante e coinvolgente. Nella quale i personaggi sono sempre stimolati o costretti dalla loro precarietà esistenziale, a confrontarsi più intimamente e autenticamente con sé stessi e il proprio ambiente, impossibilitando il lettore a restare indifferente.

Ci sono anche dei passaggi in cui forse gli eventi si disarcionano un po’ per inerzia, col rischio di appesantire un pochino il fluire della narrazione (penso ad esempio alla festa con Girolamo e Bekko a casa di Berenice, o alla vicenda di Bube e Antonietta). Magari questo stesso aspetto è voluto, proprio per esprimere appunto l’inerzialità del vivere fiorentino in molti suoi giovani. Ma mi è sembrato che in altri punti ciò sia riuscito con più profondità, come ad esempio nella crisi di Cosimo o nei pensieri di Annabel, per non parlare del bellissimo finale a S. Miniato.

La stesso intreccio narrativo dei personaggi, trova forse proprio in questo aspetto il suo rovescio della medaglia: il reticolo orizzontale di soggettività non permette, per sua stessa struttura, di indagarle con la complessità e la minuzia di un soggetto psicologico tout-court, per quanto in varie vicende l’intensità traspaia forte. In questo modo i personaggi tendono un po’ indirettamente ad uniformarsi nel disagio comune, pur nella loro diversità, ma questo può fare il gioco del senso complessivo del romanzo.

A rendere criticamente stimolante quest’opera credo vada aggiunta anche, se così la possiamo definire, la sua tipologia. Ovvero il tentativo di coniugare la dimensione del romanzo con quella della giuda cittadina per approdare, come recita anche la seconda di copertina, ad una forma di giuda-romanzo.

L’incontro fra i due generi, come ogni incontro, è interessante e sperimentale. Ma come ogni incontro deve secondo me riuscire ad amalgamare al meglio tutti gli ingredienti, in modo tale che nel piatto finale si percepisca l’effetto di ognuno senza poterlo discernere da quello degli altri.

“Se fossi fuoco, arderei Firenze” nel complesso lo fa, e l’impresa può dirsi ben riuscita. Anche se in qualche punto mi sembra che l’aspetto descrittivo della città e dei luoghi possa risultare un po’ troppo macchinoso, o esterno al contesto situazionale, dando un senso eccessivamente “manualistico” della narrazione (penso ad esempio a Doris dentro la Pergola o alla passeggiata notturna di Diego). In altri casi invece, come in Ashlar che passa in rassegna i lampredottari di Firenze o nelle nostalgie di Carlone all’Emerson, anche “l’ingrediente” guida si intinge con naturalezza del dinamismo psichico dell’ingrediente romanzo.

Forse mi sarebbe piaciuto un po’ più di surrealismo, di distorsione psicologica delle vicende e dei luoghi, di assurdità. Posto che lungo tutto il libro l’elemento del paradosso unisce spassosamente le pagine come uno dei fili conduttori (dalla rissa fra Alfonso e i gambrini, alla vicenda di Duccio dentro maniaco e relativi scleri ed alla tazzata in testa a Doris. Fino alle improbabili dissertazioni di Gervasi, al “gioco cartesiano” di Giovanni, ma soprattutto alle avventure oniriche del professor Brunetti versione Indiana Jones e le porte di Firenze).

All’interno del paradigma controverso della guida-romanzo viene mantenuto invece un approccio abbastanza realista, come credo esso richiedesse per la sua buona riuscita.

Arricchito dal lato descrittivo di vie e luoghi secolari in chiave attuale che è molto denso e ben curato. Fin nell’impresa onerosa ma ineluttabile di descrivere ciò che resta indescrivibile, e cioè la cupola del Duomo a pagina 133.

Un realismo puntuale che getta finalmente una luce impietosa su quella che ancora oggi è superficialmente ed ingenuamente considerata, come uno dei fiori all’occhiello della cultura europea e delle politiche sociali e giovanili in Italia.

Di un ardore che sotto le fiamme incenerenti della dissacrazione, accende anche la miccia di uno spirito ed una volontà di rivalsa e di risveglio. Tutti fattori che contribuiscono ad accrescere il valore storico che quest’opera ha. I libri migliori, direbbe forse Orwell, sono proprio quelli che ci dicono ciò che in qualche modo già sapevamo, ma non avevamo mai avuto la capacità di leggere fino in fondo.

 

Oggi il blog di Liberi di scrivere pubblica questa recensione de IL PORCOSPINO IN PEGASO, segnalandomi anche di essere fra i 10 finalisti del premio Carver per la sezione poesia.

 

http://liberidiscrivere.splinder.com/post/25439001/recensione-di-il-porcospino-in-pegaso-di-eduardo-olmi

http://www.prospektiva.it/carver.htm

http://www.comunicati-stampa.eu/comunicati-stampa/premio-carver-2011/

 

Ho sempre un certo pudore a parlare di poesia, devo premettere che credo che esista, sembra banale ma non molti lo pensano sul serio. Leggo molta poesia a dire il vero anche se non amo recensirla, nella mia biblioteca conservo Baudelaire, Neruda, Prevert, Garcia Lorca, Jimenez, Evtushenko, mi piace la poesia romantica inglese, ho un debole per Eliot, Cecil Day Lewis, Dylan Thomas,  i sonetti di Shakespeare, Walt Whitman,  Edgar Lee Master, Robert Frost, Sylvia Plath, la Beat Generation. Amo Ungaretti, Quasimodo, Montale, Saba, il Cantico dei Cantici, la poesia persiana, quella cinese, Nazim Hikmet, Anna Achmatova, il colore e il calore della poesia sudamericana per la quale mi sono intestardita a studiare spagnolo con scarsi e alterni risultati purtroppo. Come dicevo non amo recensirla perché è evanescente, umorale, soggettiva, troppo soggettiva. Cosa scatti in un testo perché lo si possa chiamare poesia è un mistero racchiuso in un enigma che trascende i puri intellettualismi e gli arzigogoli razionali. La poesia quando la si cerca di spiegare si sciupa, si rovina, muore, e poi ci vogliono strumenti anche tecnici delicati, non si può maneggiarla come un meccanico con le mani sporche di grasso, forse qualche vecchio professore di liceo con la barba grigia saprebbe scrivere un buon testo di critica poetica, magari un cultore di greco e di latino con una cultura enciclopedica e un busto di Dante in bronzo tenuto nel salotto dal pavimento lucidato a cera con le pattine di feltro, chiunque altro si troverebbe come un elefante in un negozio di cristalli. Tutto questo per dire che è appunto raro che recensisca poesia, specialmente moderna di giovani autori magari alla loro opera prima. Così quando mi è capitato tra le mani questo libricino Il porcospino in pegaso di Eduardo Olmi, dalla copertina metà bianca e metà blu, Felici Editori, finito di stampare nel mese di maggio del 2010, ho esitato poi mi son detta perché no, leggiamolo. Innanzitutto ho iniziato con la prefazione di Alessandro Scarpellini nella quale ho incontrato parole lucenti come: sogni, desideri, amore, morte, eros, meraviglia, stupore; e mi son detta chissà…. Scalpellini accosta le poesie di Olmi a testi di Jim Morrison o Tom Waits, agli sciamani della Beat Generation, alla poesia italiana ed europea del Novecento, agli esistenzialisti, ai punk un modo senz’altro efficace per destare l’interesse, per promuovere un confronto, delle aspettative. Così ho ripreso il libro dall’inizio e ho letto la dedica: Al vecchio Hank che non ha mai letto questa roba. E di Hank che io sappia ce ne è uno solo: Charles Bukowski, Hank per gli amici. “Chiamatemi’Hank’: Charles era mio padre”. Poi l’ ho contate  sono 52 poesie, 52 frammenti, come quasi tutti i poeti contemporanei a schema libero, usando strofe senza alcuno schema fisso di versi o di rime, quasi una prosa poetica, versi anarchici, intrisi di una certa rabbia controllata e ipodermica una contestazione metodica del sistema, dei pregiudizi, delle norme consuete. Ci sono anche poesie d’amore, ma sono rare, più che altro la passione è incanalata contro i bar borghesi,  i fast food, la macchina burocratica. Si parla di anarchia, di fiumi d’alcool, di briciole della sua adolescenza, di angoscia, incubi notturni, di Nietzsche, di Brecht, di  Mozart. Si accusa Pier Paolo Pasolini di essere un pessimo poeta, si guardano le foglie d’autunno, si ascolta il rumore del vento. Eduardo Olmi è un giovane poeta, nato a Firenze nel 1984 iscritto alla laurea specialistica in Storia Contemporanea presso l’Università di Firenze. Collabora con giornali universitari autoprodotti e con il gruppo artistico Collettivomensa e l’omonima rivista. Segnalo che Il porcospino in pegaso, è tra i 10 finalisti, per la sezione poesia, del Premio Carver 2011, il contropremio dell’editoria italiana, la cui giuria è coordinata da Andrea Giannasi, un premio in cui vengono premiati i libri migliori, senza guardare il nome dell’autore o  il marchio editoriale a garanzia dell’imparzialità la formazione della giuria 5 tra giornalisti, scrittori, critici ai quali viene proposto di far parte di una giuria segreta, questi non conoscono i nomi degli altri giurati e i loro nomi non verranno mai resi noti. Il Premio Carver è organizzato dalla rivista letteraria Prospektiva e la premiazione avverrà il 25 settembre presso la Cittadella della Musica nell’ambito del festival del libro “Un mare di lettere” che si tiene ogni anno a Civitavecchia. A Eduardo i migliori auguri.


Come per i libri, vorrei iniziare questa intervista dal titolo della tua raccolta di poesie: Il porcospino in pegaso. Senza dubbio molto suggestivo. Alla luce dei tuoi versi ho interpretato in questo modo la tua scelta: gli aculei del porcospino permettono di difendersi, di prendere le distanze dalla violenza, dal lusso e dai modi della borghesia e da altre ignominie della società; pegaso, invece, grazie alle sue ali permette di “volare” tra le tue poesie, che toccano tematiche differenti. È questo il suo vero significato?

 

Penso che il “vero significato” di una raccolta di poesie non esista, ma che ne esistano o ne possano esistere tanti quanti i corpi e le menti che la leggonoOppure che possa anche non averne nessuno. Anche chi l’ha scritta ha sì un proprio senso dell’opera ed del suo titolo, ma se è davvero un senso autentico è perché va oltre il mero significato, tanto più trattandosi, appunto, di poesia.

Comunque sì, la lettura che hai dato si avvicina al senso che ho de Il porcospino in pegaso e ne è un’interpretazione originale. E’ una trasformazione, anzi direi una vera e propria evoluzione, e come ogni altra evoluzione ha lasciato le proprie tracce, che sono divenute poi un libro. Sono le orme di due animali, due simboli privi di ogni caratura mitologica per acquisirne una potenzialmente vitalistica (non a caso pegaso va con l’iniziale minuscola). E’ il grido di un roditore che lotta nella foresta della vita per sfuggire le trappole del potere e dei suoi cacciatori, senza però riconoscersi mai pienamente in nessun branco. Ed anzi ricercando una proprio sviluppo originale che sappia andare oltre quelli che sono stati fin qui i paradigmi ormai classici del mondo così detto “alternativo”, senza per questo tornare indietro. Dopo aver alzato le difese, imparando – come hai colto molto bene tu – a passare all’attacco.

 

Nella tua raccolta ci sono poesie che abbracciano tematiche diverse. Non mancano versi di carattere amoroso, tuttavia la donna o le donne alle quali sono dedicate non sono da te delineate. Emerge, in compenso, un’intensa passione. Come spieghi questa scelta? Ti sei ispirato a qualche modello della letteratura?

 

Ispirato a qualche modello della letteratura non direi, se pensi che il mio primissimo “modello letterario” è stato un certo Charles Bukowski. Ad ogni modo sì, è una scelta voluta. Credo dipenda dalla consapevolezza più generale che una poesia non è una carta d’identità, un’ etichetta che si appiccica addosso a qualcuno/a. Ciò che un certo rapporto ci suscita in un dato momento non è più quello che ci suscita in un altro, e nessuno scritto può delineare totalmente una persona. Oppure quello è già uno degli infiniti modi possibili, parziali e comunque relativi o soggettivi in cui la si può delineare. Forse più che non delineare direi che non identifico, se vuoi è anche una forma di rispetto. Ma non è il paragrafo di un manifesto letterario, perciò non è detto che debba per forza essere sempre così e che in futuro non possano esserci delle eccezioni.

Quanto alla passione, spero che trasudi da ogni singolo verso di tutto il libro, perché in ogni singolo verso da me è trasudata. Come diceva Rimbaud, il poeta non è l’artefice di giochetti letterari bensì un veggente dei sensi. E come ha detto Friedrich Nietzsche a riguardo dei suoi scritti “Non conosco problemi puramente intellettuali“.

E poi vale quello che ti ho espresso prima: una poesia non ha un “vero significato”. O se ce l’ha, il suo fascino risiede proprio nel saperlo nascondere. Nel momento stesso in cui viene “spiegata”, un’opera d’arte muore.

 

Molto forti sono quelle poesie che con tono sprezzante si rivolgono alla borghesia e molto spesso compare la parola “anarchia”, in diverse forme grammaticali, o anche se sottintesa è evidente la tua posizione. Qual è il tuo messaggio? Con questa raccolta di poesie vuoi denunciare qualcosa?

 

Guarda, l’ultimo esponente della Beat generation, nonché tra i massimi poeti viventi, tale Lawrence Ferlinghetti, ha detto che il poeta è l’ultima resistenza nonviolenta contro lo Stato, e che anche in tempi difficili come questi egli riesce comunque a farsi sentire ed ascoltare. Se oggi col mio libro riuscissi ad essere questo, sarebbe già davvero molto. Quindi in effetti Il porcospino in pegaso vorrebbe essere anche, ma non solo, un piccolo pezzo di carbone in una fucina per tornare a (ri)forgiare con fuochi rinnovati quello che comunemente viene definito “impegno sociale”.

Mai in maniera ideologica però. Non necessariamente per rifiuto dell’ideologia in sé, ma perché la poesia è un altra cosa. Tanto più che come ti sarai resa conto, le mie posizioni non si esprimono mai ideologicamente. E anche quando a taluni orecchi possono sembrare di farlo, per me si tratta invece di sperimentazioni di linguaggio poetico, se così possiamo definirlo. Perciò anche la loro evidenza non è qualcosa di oggettivo, ma che lascio comunque interpretare liberamente a chi legge.

Penso che per arrivare ad una società e ad una vita tendenzialmente giuste, libere e felici sia necessaria anche una presa di autocoscienza, una rivoluzione mentale. La poesia, e l’espressione artistica più in generale, possono giocare un ruolo importante in questo processo.

Viviamo un presente difficile per le nuove generazioni. Il sistema è in crisi, c’è molta difficoltà a trovare i propri spazi (non ultimi quelli editoriali per chi scrive), farsi una vita autonoma. La morte delle ideologie e sotto molti aspetti anche dei valori, se da una parte ha superato molti modelli decadenti, dall’altra ha lasciato un vuoto che può arrivare a toccare tutti gli aspetti della vita e dell’esistenza, e che ancora si fa molta fatica anche solo ad iniziare a colmare. Forse oggi ancora più di ieri sperimentiamo sulla nostra pelle i brividi dell’abisso del no future. Qualcuno ci ha definiti una “generazione X”. Io penso però che forse se lo siamo, lo siamo proprio come la forma di questo segno alfabetico: da un lato chiudiamo lo spazio-tempo verso un punto di implosione, di niente, di non ritorno. Ma lo facciamo per aprirne dall’altro uno nuovo e come l’Universo, in espansione. Proprio noi che nel nostro apparire spesso troppo passivi di fronte a tutto ciò, ci sentiamo a volte inermi ed impotenti nel trovare una via d’uscita. Credo che questi siano tutti aspetti che emergono, pur contraddittoriamente, nel libro.

 

Quale criterio hai adoperato per ordinare le tue liriche all’interno della raccolta?

 

Come ti dicevo, Il porcospino in pegaso sono le orme di un processo evolutivo. L’ordine dei testi all’interno della raccolta cerca di restituire il senso di questo processo. Tuttavia esso non è cronologico, ovvero non va dalla poesia più vecchia a quella più recente (ed anzi paradossalmente la più vecchia della raccolta è proprio l’ultima), anche se in questa logica avrebbe potuto starci ed in effetti ci avevo anche pensato. Ma il fatto è che questo processo non è stato un processo lineare, bensì un percorso in cui linearità e ciclicità del tempo si sono intrecciate continuamente senza mai sovrapporsi o annullarsi a vicenda. Che ha giocato col tempo stesso e con lo spazio, uscendo e rientrando in più punti. Come del resto continua ad essere diversamente tuttora, il che vuol dire probabilmente che questo processo non si è ancora arrestato né penso e spero si arresterà mai nel suo differenziarsi.

Se dovessi provare a paragonare questa raccolta di poesie ad un album musicale, la avvicinerei senza dubbio ad un concept-album.

 

Cos’è per te la poesia? Cosa ti spinge a scrivere poesie?

 

In generale penso che la poesia non sia riducibile a ciò che manualisticamente od enciclopedicamente può essere definita tale. Ovvero un componimento letterario in versi. Penso dunque che in una poesia autentica contino ben poco gli aspetti tecnici classici quali la metrica, la rima, ecc. E che in definitiva vi sia poco o niente di strettamente intellettuale. Facci caso, tutto ciò che è o diviene classico, tende sempre ad istituzionalizzarsi e ad essere conservatore. La vera arte ha bisogno di tutto il contrario, di una sperimentazione permanente, di superarsi continuamente, proprio come la vita.

Io la poesia l’ho scoperta, o forse sarebbe meglio dire che è stata lei a scoprire me, sul finire dell’adolescenza come una tensione esistenziale, mi verrebbe da dirti a volte quasi trascendentale, se non fosse che prima ancora di poterla afferrare come tale si è trasformata in un nuova tensione vitale e potenzialmente vitalistica.

Guarda, penso che alla fine sia prima di tutto una questione di ritmo, di musicalità, di orecchio, di olfatto, ma anche di subconscio. Di percezione mista a psiche. Per provare a dirla con alcune delle parole del mio libro Direi la definirei/una necessità impellente:/il vaso che trabocca/dopo la cabala/dell’ultima goccia.

 

Al momento stai scrivendo altro?

 

Continuo a scrivere poesia ovviamente, ho in cantiere una nuova raccolta che spero essere pronta entro qualche anno. Ho iniziato anche un romanzo, e in generale scrivo anche di attualità e di filosofia.

Una raccolta di poesie dal titolo suggestivo e apparentemente ermetico. I versi di Edoardo Olmi, giovane scrittore fiorentino, abbracciano diverse tematiche percorse attraverso quelli che appaiono veri e propri “voli pindarici” (possibili grazie alle ali di Pegaso, cavallo mitologico che richiama il Monte Elicona dal quale le Muse ispiravano i poeti greci).

La penna di Olmi dipinge versi d’amore e passione per una donna non delineata, versi “dettati” dall’ebbrezza del dio greco Dionisoversi dal sapore funereoversi di contestazione. Gli aculei del porcospino permettono di difendersi dal lusso sprezzante della borghesia, dal menefreghismo dello Stato, dalla violenza.  Spesso, infatti, compare la parola “anarchia” in diverse forme grammaticali. Non mancano neanche poesie intrise di quotidianità. Emergono ricordi, echeggia la solitudine, si evocano i pensieri da “pendolari”.

È sempre bello avere tra le mani un libro in versi, aprirlo a caso e leggere la poesia del momento, una poesia capace di rievocare ricordi o semplicemente in grado di regalare dolci sensazioni. I delicati versi di Edoardo Olmi sono in grado di mantenere integro il filo che separa la realtà dalla finzione, regalando sì momenti di spensieratezza ma senza perdere di vista la quotidianità di cui sono intrise queste pagine. Le interpretazioni possono essere molteplici, variano da lettore a lettore, dal suo stato d’animo, dal momento in cui un verso viene letto. È questa la magia della poesia!

RECENSIONE PUBBLICATA SUL SITO RECENSIONELIBRO.IT IL 22/07/2010.


“Il porcospino in pegaso” di Edoardo Olmi è una raccolta di poesie in cui si ha la sensazione di leggere qualcosa di attuale, visibile nel nostro tempo. Nessuna proiezione nel futuro, nessun passo indietro nel passato, solo sensazioni immediate che si colgono nel momento in cui siamo, in cui riusciamo a sentirci.

Edoardo Olmi utilizza i versi de “Il porcospino in pegaso” non solo per raccontare se stesso e il proprio punto di vista, ma anche per parlare di ciò che ci sta intorno. Ci ritroviamo così ad ascoltare MTV o a combattere contro il potere dei grandi. Ci ritroviamo nei sobborghi ad ascoltare i rumori della città sconosciuta. Oppure a contatto con Cobain, Orwell o Bukowski a pensare che la morte è una cosa che riguarda solamente i vivi.

Edoardo Olmi sembra una voce fuori coro, che spesso è disinteressato alla gestione del tempo altrui se non coinvolge tutti, mentre cerca risposte e dialoga con il lettore, per coinvolgerlo, spronarlo, ascoltare la sua idea.

Olmi ne “Il porcospino in pegaso” usa termini giovanili, ma non troppo lontani dal mondo adulto, imprime musicalità ai suoi versi, li condivide, in modo semplice, diretto, non ponendo distacco spazio-temporale tra se stesso e gli altri. Anzi cerca di attingere da chi gli sta intorno, prova a creare un rapporto simbiotico, di scambio emozionale.
Proprio quello di cui ha bisogno la poesia, nulla di incomprensibile, alla portata di tutti, ma non per questo banale.

“Il porcospino in pegaso” dello scrittore esordiente Edoardo Olmi è una silloge che dà dei riferimenti, delle linee guida, descrive fatti e situazioni, sensazioni, quelle che si sentono vibrare dentro in maniera diversa e ognuno ci può leggere ciò che vuole, lasciandosi andare alle proprie riflessioni.