illabirinto

Il labirinto di Hasan Atiya Al Nassar, è il labirinto della propria vita quotidiana e della propria esistenza, fatte di una lontananza dalla propria terra natia che dura ormai da oltre trent’anni, e che lo inserisce fra i massimi poeti d’esilio viventi – tutt’ora in attività – nonché probabilmente della storia della cultura universale. Sebbene da un punto di vista strettamente storiografico, credo sia più complesso stabilire se la vicenda di Hasan sia riconducibile o meno a quella di un esilio, piuttosto che a quella di un rifugiato politico o di un profugo. Poeta che potrebbe troppo facilmente essere considerato pessimista o “leopardiano”, e per questo emarginato da un mercato editoriale e da un panorama culturale, incentrati sul profitto, sull’apparire e sul risultato immediato. Là dove invece la vicenda biografica, va ad incidere ed influire in chiave decisamente prolifica e a suo modo positiva, sia sulla produzione poetica che sul senso della sua poetica stessa. La lontananza fisica, mai ancora risolta, diventa dunque un vero e proprio esilio psicologico, quello dell’impossibilità di riconciliarsi con il trauma della perdita della propria terra. Dai testi de Il labirinto sembra emergere un continuo raffronto fra i luoghi fisici che hanno accolto Hasan, ovvero la Toscana ed in particolare Firenze, e i luoghi psichici ed ontologici del retroterra e del patrimonio storico-culturale dell’Iraq, della sua città Nassiria (sorta sulle rovine dell’antica Ur babilonese), e più in generale del mondo arabo. Il labirinto, è dunque anche quello che si snoda fra la ricezione dello spazio di vita quotidiana, ed il senso di sradicamento misto ad inquietudine esistenziale che rimanda alla memoria, alla visione, alle radici

 

Chi ricorda quell’ora della notte?

I soldati del mio tormento, inerti,

sono fili di vento e di neve…

febbre della tua memoria cieca,

della tua spada pazza.

 

[…]

 

Mi hai abbandonato.

Mi hai lasciato nel bosco,

sono spaventato

sui rami morti.

Sono rami vivi.

 

Ma la dura vicenda personale, nella straordinaria forza d’animo di Hasan, riesce a tradursi anche nella possibilità di un vitalismo dialettico e determinato, capace di ribaltare le catene in tensioni e suggestioni poetiche molto originali e profonde, sul crinale dell’intreccio fra Oriente e Occidente; l’Iraq alle proprie spalle – paesaggio formativo e paradiso mentale, forse ormai non più recuperabile – e l’orizzonte della sua costante possibile traslitterazione nella ricerca della bellezza dei paesaggi e delle persone che lo hanno accolto

 

L’ha scritta un poeta sconosciuto.

Il fiume si traveste verso di te,

arrivato dall’oriente,

pietrificato nel dolore.

Il fiume brilla con la bellezza del tuo viso.

 

[…]

 

perché l’Iraq piove pioggia furiosa e tu, amore mio,

sei amante dell’eco invernale,

desideri che i rami si accostino ai rami

l’acqua verso l’acqua e la pietra verso l’argento

 

Rileggendo i tag dei post con le poesie di Hasan sul blog di Bibbia d’Asfalto – Poesia urbana e autostradale, dove da tempo ormai lo sto periodicamente pubblicando con una vera e propria rubrica a lui dedicata, è assai florido il numero di parole chiave che emergono soprattutto da alcuni testi “acqua”, “terra”, “corpo”, “cuore”, “fuoco”, “città”, “donne”, sono alcune delle più ricorrenti. Diversi elementi primari dunque – per un poeta non a caso legato alla propria terra perduta – ma anche “l’anello mancante” dell’amore, come capacità trascendentale – e per questo squisitamente poetica – di trovare e costruire il bello a partire dal raffronto con l’ambiente circostante. Capacità che per svilupparsi pienamente, deve saper rompere più o meno dialetticamente, con le (sovra)strutture di assoggettamento e con i linguaggi dominanti di ogni possibile diverso “qui ed ora” – sia esso spazio di realtà o di immaginario – come si deve ad ogni opera poetica e ad ogni poeta degni di tali nomi. E infatti la poesia di Hasan, sa offrire anche spunti importanti da un punto di vista sociale, come restituisce particolarmente in quest’opera la bellissima L’ultimo pianto di Ur, testo di grandissimo spessore nonostante risenta un po’ a mio avviso in alcuni passaggi, del retroterra coranico e forse un po’ patriarcale originario alle sovrastrutture culturali religiose. Che sembrerebbe essere dedicata alla strenua e indomita resistenza della città natale di Hasan, quella Nassiria – ironia della sorte – roccaforte italiana durante l’operazione “Antica Babilonia” nell’ambito della Seconda Guerra del Golfo, che ad altissimi costi umani e storici, ha posto fine in anni recenti al regime di Saddam Hussein

 

scontro di alberi con altri alberi,

innamorati con altri innamorati,

poeti con altri poeti,

piante con altre piante,

erbe con altre erbe.

Non saranno più vivi.

 

[…]

 

Com’è bello, meraviglioso il Mediterraneo,

non ha memoria dei defunti.

Fratello, ti vedo: non camminare oltre,

il cimitero del mare ti aspetta.

 

Quello stesso regime – ironia della sorte – da cui era fuggito questo grandissimo poeta – renitente alla leva nella guerra contro l’Iran – non a caso perseguitato e spesso eccessivamente ignorato dal proprio presente, come molti importanti poeti della storia.

De L’ultimo pianto di Ur si dispone anche di una stesura precedente alla versione pubblicata poi ne Il labirinto, caratterizzata soprattutto per una minor frammentazione del verso, in favore di una sua maggior ampiezza ontologica. In virtù di ciò, si era cercato di recuperare un’eventuale bozza originale del libro stesso, al fine di assicurarsi la miglior restituzione filologica possibile dell’opera. Non riuscendo tuttavia in questa ricerca, ci si è accordati personalmente con l’autore, sul mantenere intatta l’impaginazione della prima edizione, previa garanzia da parte dello stesso Hasan, sulla sua libera ed esplicita volontà di considerarla come quella definitiva. E volendo considerare importanti anche le questioni strettamente formali, di un autore che in un’intervista rilasciata recentemente ad Alice Loda – dottoranda presso l’Università di Sidney – ha detto di rompere stilisticamente con la tradizione classica della poesia araba, in favore del verso libero.

È dunque un piacere per Matisklo Edizioni, accogliere in catalogo questo autore di assoluto rilievo, tanto per la cultura araba, quanto per quella nostrana, per il loro possibile incontro e pacifica e prolifica convivenza (non dimentichiamo che Hasan – oltre ad aver ricevuto negli anni svariati premi da parte del mondo culturale italiano, e ad essere già studiato, ancora vivente ed in attività, in diversi lavori accademici sulla poesia migrante – ha partecipato nel 2012 a Palermo al reading “Multi/versi nel mare tra le terre” in occasione dell’incontro internazionale “Islam in Sicilia: un giardino tra due civiltà”, proprio con L’ultimo pianto di Ur, presente in questa raccolta).

Come lo è per me, essere riuscito a dare a Il labirinto una nuova ed ulteriore veste editoriale, dal momento che della sua prima edizione (semi-autoprodotta) si potevano reperire tracce pressoché esclusivamente in alcuni spazi di movimento fiorentino, ed in altri luoghi abitualmente frequentati in città dallo stesso Al Nassar. Troppo poco – con tutto il valore ovviamente – per il bene della cultura universale e di Hasan stesso; amico, collaboratore e punto di riferimento costante ormai delle mie giornate fiorentine. Capace con tutta la sua vicenda e la sua persona, di dimostrarmi continuamente l’irriducibilità di ogni poeta al “discorso del potere” ed alle sue dinamiche storiche, e di svelarmi nella trascendentalità della poesia, un loro concreto orizzonte di superamento

 

I poeti non hanno terra, né patria e casa

i poeti possiedono lucchetti con chiavi perdute

camminano sull’ultimo filo del buio,

tornano sul primo filo dell’aurora;

 

 

 

ROMA – GIUGNO 2015

Edoardo Olmi

Annunci