La poetica del tramonto del secondo millennio, è stata la poetica della morte di Dio e dell’Uomo.

Dai futuristi alle neoavanguardie, dai beat alle più recenti correnti del post-moderno (poste queste categorie spesso arbitrarie, e costruite a posteriori), durante tutto il XX secolo ci si è prodigati a uccidere il lirismo, il metricismo, la rima ed il significato, minandoli alle basi di ciò che si riteneva fondativo del soggetto umano: il discorso e la sua struttura, fino ad investire il concetto stesso di comunicazione.

Questa lunga e florida stagione di sperimentazione artistica, ha aperto sotto molti aspetti dei veri e propri punti di non ritorno, ma in questa sua fase credo si stia mano mano esaurendo.

E’ stata questa l’urgenza che sul finire dell’adolescenza, mi ha spinto a quel flusso sedimentativo di percezioni, pensieri e parole che hanno poi preso la forma (angusta e parziale, come ogni forma definita) di una raccolta di poesie.
Urgenza cioè di trovare un canale espressivo che mi permettesse di colmare i vuoti lasciatimi dai linguaggi che fino a quel momento avevo conosciuto, compreso quello del nonsense, in mezzo al quale come molti altri teens ero cresciuto.

Ogni cosa portata all’eccesso produce il suo opposto”; e così anche la grande sfida del nonsense è finita un po’ con l’inciampare nel proprio stesso miraggio, disvelando all’improvviso un rovescio della medaglia fatto di frammentazioni psicologiche e difficoltà a comunicare ed esprimersi pienamente, che hanno attraversato come fili conduttori le ultime generazioni.
L’anti-umanesimo che negli ultimi decenni è andato per la maggiore, ha posto infatti sempre più dei problemi riguardo lo stesso soggetto umano, e conseguentemente circa le produzioni di verità di un possibile approccio critico. Li ha posti forse perché non dà risposte adeguate sull’origine del soggetto stesso.

Penso infatti che quello stesso anti-umanesimo, mantenga la propria prospettiva internamente e non esternamente, a quella “religione cartesiana” tanto osteggiata; passaggio costitutivo della soggettivazione e dell’assoggettamento da parte del potere (o meglio si dovrebbe dire, dei poteri diffusi).

E d’altra parte sarebbe già l’interpretazione foucaultiana, a non permettere di fatto un punto di vista potenzialmente esterno rispetto a quella religione cartesiana. Dove anche la libera autocostruzione del soggetto, sembra sempre avvenire a posteriori rispetto all’accettazione di norme e paradigmi propri dell’assoggettamento. Conservando un punto di vista interno anche quando egli ricerca un’analisi dal basso, di quella che chiama la “microfisica del potere”; limitando perciò la comprensione strutturata di quei meccanismi di dominio.

Similmente alla contraddizione nella quale sembra cadere la “soggettualità” di Deleuze, nel contrapporsi alla soggettività cartesiana, piuttosto che ricercarne una diversa più originaria; e finendo magari così col riprodurla a parti invertite, quando non ad averne bisogno per sussistere.

Essi partono da una giusta critica a un soggettivismo – come riconosceva ad esempio anche lo stesso Foucault – di origine teologica, senza riuscire però ad andare potenzialmente pienamente oltre.

In reazione al tempo in cui si è sviluppato, il post-strutturalismo ha scambiato il soggettivismo – o l’analisi sovrastrutturale del soggetto, su cui si fonda il dominio occidentale – per il soggetto stesso. E nel negarlo radicalmente, in virtù di questa contraddizione di fondo, vi è rimasto inconsapevolmente incastrato; creando così un (non)sistema di pensiero e azione che è esso stesso a suo modo soggettivista, per quanto “inversamente” soggettivista.

Nella sua interpretazione dell’inconscio e dell’irrazionale, indipendentemente da tutti gli odi et amo nei confronti della psicologia freudiana, e al di là di tutti i possibili scontri con la fenomenologia di Husserl o con l’esistenzialismo di Sartre, sembra che il post-strutturalismo non abbia mai preso seriamente in considerazione, le critiche fatte da Jung a Freud.

Non è infatti la storicità in sé del soggetto ad essere messa in discussione; quanto appunto la sua genealogia, che pone a mio parere le proprie basi nella liberazione dell’istintualità, del subconscio e dell’irrazionale; e ad essi fa ritorno nel rinnovarsi ed evolversi, in quel ritmo ontologico del vivere.

Se accettiamo questo punto di vista, ne consegue che la soggettività è prima di tutto ed essenzialmente percettiva/energetica, e che l’approccio anti-umanista non è esso stesso in grado di coglierne a pieno la storicità; se non da un punto di vista e in una prospettiva essi stessi dominanti/dominati, per quanto “criticamente dominanti/dominati”.

L’esclusione di inconscio e irrazionale dal campo della soggettività, può finire col deresponsabilizzarli e limitarli, accettando essa stessa l’idea di una frattura fra questi e la coscienza. Non permettendone fino in fondo una presa potenzialmente libera, e relegando di fatto la percezione (individuale e sociale), e quindi le possibilità di manifestazione della vita.

Ma anche paradigmi come l’immaginario e l’uomo, il mito, nonché un certo bisogno di spiritualità/religiosità, stanno riemergendo in direzione per certi versi anche positiva, ma per altri problematica; rischiando di riprodurre – come detto – capovolgendoli, quando non addirittura di riacquisire, molti dei paradigmi inizialmente osteggiati.
E questo, credo proprio per l’eccessiva ondivaghità e ineffabilità con le quali l’anti-umanesimo degli ultimi decenni, ha affrontato il tema dell’inconscio e dell’irrazionale, al di fuori del campo della soggettività. Interessante in questa direzione, potrebbe essere perciò dare una rispolverata critica a lavori come quelli di Jung sul subconscio, di Feuerbach sull’essere e di Chomsky sulla linguistica.


Una rilettura critica di autori come appunto Feuerbach, Jung e Chomsky, permetterebbe di dare una reinterpretazione della filosofia di Nietzsche, che la liberi di quegli aspetti contraddittori che stanno a loro modo divenendo problematici, sotto la luna calante del post-moderno che attualmente attraversiamo.

L’anti-umanesimo degli ultimi anni, non solo non è stato capace di esprimere alcuna tensione effettiva al pieno superamento dello stato di cose attuale, ma è stato colluso – almeno in Italia – coi più biechi poteri oscurantisti, a cominciare da quella lobby tentacolare che passa sotto il nome di Comunione e Liberazione, e dallo stesso berlusconismo. Creando miti totalmente inesistenti – sia in positivo che in negativo – e contribuendo a perseguitare e reprimere i tentativi di superamento umanistico, delle religioni e delle teleologie del potere; nonché dei paradigmi classici e ormai obsoleti delle sinistre storiche.

Qualcosa però negli ultimi anni si è iniziato a muovere, e non credo che si tratti della semplice riproposizione in prefisso “neo” della stessa roba trita e ritrita. Qualcosa nelle nuove generazioni sta faticosamente cercando di emergere, per sostenere che se Dio e l’Uomo sono morti non vanno resuscitati, ma è dalle loro ceneri che si può tracciare un percorso verso una soggettività umana più originaria.
L’individuazione di inconscio e irrazionale come “radice grezza” di soggettività, romperebbe sia con qualsiasi accezione trascendente o antropocentrica del soggetto, tipica appunto delle morali religiose e insita nella logica umana originaria – o dominante – del comando; ma a suo modo assunta anche dalla fenomenologia e dall’esistenzialismo. Sia con qualsiasi prospettiva di tipo nichilista, basata sulla confusione fra soggettivismo e soggetto; e sull’idea di una frattura fra inconscio/irrazionale e coscienza, tipica anch’essa (inversamente) delle morali religiose. Mantenendo entrambi eventualmente come momenti del divenire, o come corollari.

Quindi ad approcci strutturati (non strutturalisti), che si esauriscano e rinnovino nel divenire.

In sintesi, aprirebbe la possibilità di un umanesimo come vitalismo alternativo e antagonista , sia a quello religioso che a quello nichilista.

Che in chiave di recupero e sviluppo di questa soggettività, rompa coi linguaggi dominanti esercitati dai poteri diffusi – puntando a smascherarne sensi e significati – in direzione di nuove e diverse (auto)coscienze, come strutture in divenire.

Se mi si obbietta – come forse direbbe Foucault – che quanto appena dato è un modello strutturato e generale, e che in quanto tale è esso stesso omologante e di potere, rispondo che

1) Ogni discorso ed ogni sistema strutturati sono di potere” (tesi del post-strutturalismo) è esso stesso a suo modo logico e strutturato. Il che dimostra che forse dalle strutture non si può prescindere in generale, e che il post-strutturalismo chiama appunto “soggetto” ciò che è soggettivismo.
Ed in effetti, io non credo di individuare oggi realtà più “inversamente autoritaria” del post-moderno, che lo si voglia considerare o meno in fase calante.

2) Questa obiezione è valida solo rimanendo, appunto, all’interno del soggettivismo. Prendendo cioè quanto sostenuto, da un punto di vista strettamente del suo mero significato testuale, alienandolo così da ogni suo possibile e potenziale senso storico-contingente (ovvero dal divenire), e cioè dalla relatività del suo stesso linguaggio. Che poi, è per l’appunto esattamente ciò che abitualmente fa il potere.
Ed in effetti, per me la tesi post-strutturalista per cui “ogni discorso è un discorso di potere” (potere in senso classico) è scardinabile in un orizzonte di senso del discorso stesso. Posto che in questa prospettiva – come detto – non c’è soggetto trascendente, se non come momento.

Queste contraddizioni di fondo si sono manifestate in taluni autori del post-strutturalismo (posto come detto questi concetti e contenitori, spesso tanto generali quanto pericolosi e costruiti a posteriori), paradossalmente soprattutto su quel terreno in cui loro stessi avevano più di ogni altro cercato di andare a colpire, per smontare le strutture della soggettivazione: il linguaggio.

Così, ad esempio, la Storia della follia nell’età classica di Foucault è – appunto – storia della follia, e cioè di quella categoria concettuale che a quei determinati fenomeni, viene attribuita dal potere. Cioè da quell’affermazione invertita essa stessa, in quanto tale, “vera” follia (esempi simili possono essere fatti per la “schizofrenia/frammentazione positiva” o la “letteratura minore” di Deleuze).

Oppure, il nonsense di Deleuze, si configura non come “radice grezza” di (potenzialmente) infiniti sensi/significati, individualmente e socialmente sviluppabili; ma come “contrario/paradosso” di un senso che in quanto tale, risulta essere sovrastrutturale e appunto soggettivista.

Questi esempi dimostrano che in quest’ottica post-strutturalista, ogni autocostruzione di soggettività avviene sempre all’interno dell’assoggettamento del soggettivismo. E che l’approccio anti-umanista non è esso stesso tecnicamente in grado di rendere pienamente di conto della storicità del soggetto, se non da un punto di vista e in una prospettiva esse stesse dominanti/dominate, per quanto “criticamente dominanti/dominate”.

E’ questa dunque secondo me la sfida di una poesia che voglia oggi intraprendere una nuova stagione di sperimentazioni, che vadano oltre le dialettiche classicismo-nichilismo, discorso-nonsenso, lirica-realismo, armonia-cacofonia, ecc. La sfida di un linguaggio ancora post-strutturalista ma autenticamente e diversamente soggettivo (leggi: percettivo/energetico), rispetto all’accezione classica (e reificata) del soggetto; senza per questo essere soggettivista.

Una poesia in un certo senso barbara. Non solo perché percepita come esterna ai canoni culturali e linguistici che hanno dominato in Occidente, ma proprio perché “balbettante”, magari di non immediata comprensione, apparentemente ruvida o ermetica; ma in verità carica di un senso profondo che vuole riconsegnare la dimensione soggettiva al divenire della vita e del mondo, come lo era anche nel primo pensiero greco (barbari furono successivamente chiamati – con vena del tutto etnocentrica – tutti quei popoli esterni alla cultura greca, il cui linguaggio risultava appunto “bar-bar” balbettante e incomprensibile, come sinonimo di inferiore).

A partire da un istinto alla creatività espressivo-comunicativa, che può forse riprendere alcuni temi propri della teoria della grammatica generativo-trasformazionale di Noam Chomsky.
L’essere umano è capace di sviluppare espressioni linguistiche che vanno oltre le rigide strutture del discorso, ma che non per questo sono meno comunicative, anzi. Sono dunque prova del fatto che la soggettività umana più originaria è potenzialmente libera, e che sulla base di essa potrebbero esserlo anche le strutture/espressioni grammaticali successive.

Dunque, una poesia il cui tentativo è anche quello di risultare incomprensibile ed incontrollabile, a quelle strutture di potere che cercano fin dall’infanzia di assoggettarci; plasmando la nostra coscienza, e quindi il nostro modo di percepire la realtà e il mondo.

Una poesia probabilmente anarchica; antagonista tanto alle dominazioni naturali quanto ai sistemi di potere, e alle loro dinamiche storiche. Che punta in divenire a umanizzare la natura, quanto a superare il potere stesso e le sue categorie concettuali; in un dualismo malatestiano fra anarchismo di linguaggio (la necessita storico-contingente di fare i conti con le dinamiche di potere e quindi con le loro categorie concettuali), ed anarchia di linguaggio (l’orizzonte trascendentale di un loro completo superamento, nel divenire della potenzialmente infinita creatività di linguaggio, e quindi di tensioni vitali/esistenziali).

Poesia come elemento sfuggente. Espressione di un’energia non più principalmente negativa o “di segno opposto” (per dirla alla Foucault), ma potenzialmente affermativa, posto che non c’è affermazione senza negazione. Che può così diventare uno strumento fondamentale per la liberazione individuale e sociale da quei poteri, e dalla violenza sistematica che fa loro da sottofondo. Non può esserci oggi vera rivoluzione senza poesia, non può esserci oggi vera poesia senza rivoluzione.

In questa prospettiva, la scoperta del linguaggio poetico non può che manifestarsi come liberazione percettiva e, conseguentemente, del proprio essere-nel-mondo. Divenendo poi così una nuova e più piena consapevolezza e presa di (auto)coscienza, individuale e sociale.
Dove de-colonizzare il proprio essere e il proprio pensiero/immaginario, significa necessariamente ampliare e potenziare le possibilità di manifestazione della vita. Significa restituire multiformità espressiva, alla multiformità delle esperienze autentiche.

Poesia che ricerca e sviluppa un’ etica, nella vita, nell’amore, nella sessualità.

Ma significa anche, scoprire e coltivare una risorsa impareggiabile di neologia ed ampliamento del nostro linguaggio, che il sistema cerca invece quotidianamente di impoverire per uniformare.

Una poesia la cui “barbarie” creativa del rifiutare l’etnocentrismo occidentale (come qualsiasi altro), riconosce però implicitamente anche un suo valore a questa civiltà (ammesso e non concesso che essa sia poi mai effettivamente esistita, in una sua vera e propria omogeneità storica). Proprio per il fatto che ne riprende provocatoriamente un termine – solitamente utilizzato in accezione negativa nel rispettivo vocabolario – ma stravolgendone altrettanto sarcasticamente il senso.

Dunque, è questa una poetica che dovrà fare poi un ulteriore salto fondamentale oltre questa fase, trovandone così una via di superamento, e arrivando a dare espressione ad una nuova esistenza legata alla Terra e al suo divenire.
Al di fuori delle logiche civilizzatrici e della barbarie legata alla loro inevitabile decadenza – oggi ancora tristemente attuale – senza per questo diventare primitivista, né tanto meno incivile

Una poesia agro(r)esistente.

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