Tag Archive: laterza


12034374_510256225800743_390083034376610941_o

Martedì alle 18e30 presso la Biblioteca di Rignano sull’Arno, presentiamo Muro di casse, l’ultimo libro di Vanni Santoni, Edizioni Solaris Laterza, dedicato a raccontarci il mondo dei Rave e della Free Tekno……. insieme a me ci saranno Serena Botti della Biblioteca e Samuele Staderini, responsabile Commissione Cultura!

Annunci

A pagina 11 la definisce – o meglio la azzardo, e tu interpretala nella direzione che preferisci: – …la cosa migliore realizzata dalla mia generazione.; e un po’ più avanti cita Deleuze insieme a Guattari, autori di riferimento per quella Nietzsche Renaissance che ha attraversato anche le due decadi a cavallo del terzo millennio.

Decadi che hmdcanno visto sorgere e tramontare il fenomeno di controcultura dei rave e della free tekno, restituito in quest’opera libraria da Vanni Santoni, autore classe 1978, cresciuto e maturato nel pieno di questa parabola storica e culturale, più o meno giovanile.

Parabola che dal mio punto di vista – di una mezza generazione successiva alla sua – pone, e in qualche modo ha posto fin dall’inizio, non poche questioni di eredità o di successione.

Lo stesso Santoni – giovane ventenne valdarnese nel pieno delle forze e delle energie psicofisiche, al tempo in cui si fa riferimento nel romanzo – ci offre un punto di vista interno di questa parabola, suo e di altri “compagni di avventure”, nel tentativo sia di metterne in luce le tensioni e le dinamiche – spesso offuscate e strumentalizzate da media e morali – sia di comprendere le ragioni che hanno portato ad una sua fase decadente e di progressivo esaurimento.

E prima ancora che della repressione – talvolta purtroppo ineluttabile, ma sempre in qualche modo eludibile, fronteggiabile e potenzialmente superabile, qualora una convinzione sia tanto radicata quanto radicale – l’autore stesso sembra temere la perdita di mordente, antagonismo, autenticità ed orizzonte politico, come fattori a loro modo determinanti di questo esaurimento.

Un’ interpretazione quanto meno interessante per chi – come me – cresciuto in un panorama socio-culturale affine quando non sovrapponibile, ha trovato nel così detto “attivismo sociale” una via di superamento dei limiti, ma al tempo stesso di possibile completamento, di tutto quello che di più o meno positivo, quella parabola ha espresso o cercato di esprimere.

Nella convinzione che proprio nella morte dell’esistenza e della soggettività, essa abbia trovato il proprio punto debole esiziale, là dove uccidendo Dio e l’Uomo, si sarebbe dovuto recuperare riqualificandolo, e non seppellire, un essere umano potenzialmente rinnovato, e liberato dalle millenarie catene dei sistemi di potere.

E ciò che forse più di ogni altra cosa mi è piaciuta in queste 130 pagine di “Solaris – Laterza” – collana dedicata a raccontare il mondo Oltre il Novecento, per dirla alla Revelli – è stato proprio l’averci percepito (o almeno, così mi è parso), un’attitudine od una volontà da parte dell’autore, di venire incontro a questa mia convinzione ed aspirazione.

Là dove nelle scorribande e nelle vicende dei personaggi che le animano, non c’è traccia di vero e proprio nichilismo, se non nella misura dialetticamente necessaria a riconoscere che E’ quello il problema. Ci credono troppo. L’assenza di quel minimo di nichilismo, di autoironia, ti fa fare qualche scivolone.

Ed anzi sembra quasi essere umanistica, la tensione vitalistica che scardina le catene identitarie, e afferma una possibile pienezza e libertà dei sensi, come restituito ottimamente anche dal pezzo inserito poi in quarta di copertina, e in promozione editoriale del libro.

A questo giro non ho particolari critiche da fare al lavoro nel suo complesso, se non che in alcune fasi lo scorrimento della narrazione un po’ si appesantisce, come nella vicenda – comunque positivamente e sinceramente autoironica – della “tenda per goani” o nella “mappa di navigazione satellitare Firenze-Porto Alegre”, dove forse qualche intermezzo psicologico in più, avrebbe fatto defluire meglio e reso ancora più coinvolgente il viaggio mentale, di rimorchio a quello reale.

L’attacco mi ha ricordato in qualche modo certi romanzi realisti popolari della prima metà del secolo scorso, molto presenti nella “tradizione” letteraria fiorentina, nell’abbozzo di uno stile classico discorsivo elaborato. E se da un lato iniziavo ad inquadrare Santoni come possibile erede post-moderno di un Palazzaschi o Pratolini, dall’altro qualcosa nel mio inconscio cominciava già oniricamente e simpaticamente a temere, per la tenuta psicologica della lettura sul lungo periodo. Poi per fortuna però, la destrutturazione narrativa comincia a defluire lungo le rapide della narrazione; e allora mi sono ricordato che questo tipo di approccio – quello di disintegrare un soggetto classico/dominante, messo a presupposto di ogni tipo possibile di discorso – è un divertente leitmotiv piuttosto ricorrente di una generazione che, almeno dal mio punto di vista, ha teso a confondere soggettività con soggettivismo ed assoggettamento.

In altre fasi invece – soprattutto della prima parte – la sospensione della punteggiatura, l’intrippamento narrativo, la forte intensità del dinamismo psichico e onirico nei ricordi o nel flusso coscienziale – sintomo di forti sedimentazioni esperienziali – sembrano voler dilatare il senso di perdizione, per ampliare l’esperienza psichedelica del testo.

Ma può anche darsi che queste siano solo suggestioni apocrife di un lettore profano che – come me – ha vissuto il mondo dei rave, free tekno e sostanze psicotrope, in maniera del tutto marginale (la 72 ore fiorentina, le sue vicissitudini e i suoi incasinamenti, me la ricordo, appena ventenne, e in piena fase post-punk spiritualista).

Nella sensazione prima, e convinzione poi, che – pur con tutto il valore, la bellezza ed il divertimento ovviamente – si trattasse di qualcosa destinato in qualche modo ad esaurirsi e che, la azzardo, Santoni, e tu interpretala nella direzione che preferisci: la cosa migliore realizzata dalle nostre generazioni, dovesse e potesse ancora arrivare.

In attesa dei postumi l’ardua sentenza, un grazie in ogni caso te lo mando, per aver traslitterato ancora una volta nel mondo dei libri, in chiave del tutto sincera e nient’ affatto retorica, il mondo giovanile attuale o del recente passato.

E con inguaribile eccesso di Ego, tipico di quell’anti-renzismo che – come ogni “anti” – risente inevitabilmente del proprio contrario, non posso che suggerirti ancora una volta il valore storico di questo libro; prima ancora che documentario.

Santoni

PpA me il Santoni dei “Personaggi precari” piace, forse addirittura più di quello di “In territorio nemico” e della SIC; e non ho ancora avuto modo di leggere il suo esordio nell’impervio mondo dei Fantasy.
Suonerà azzardata come considerazione, paragonare un libriccino di 150 pagine, fatto di estratti di blog – per quanto selezionati – e frammenti psichici, a romanzi epici e sperimentazioni     di scrittura collettiva senza precedenti veri e propri di questo tipo (anche se almeno in Italia, già da prima di Wu Ming, tentativi e produzioni similari ne abbiamo avuti/e); ma tant’è.
Sulla scia di “Se fossi fuoco, arderei Firenze”, e col beneficio di inventario – come detto – del Fantasy, per me il Santoni che pone l’attenzione o – per così dire – valorizza di più (e gioca con) le soggettività diffuse, resta quello maggiormente significativo da un punto di vista strettamente letterario e soprattutto quello più – come si dice in gergo spiccatamente tecnico – piacevole.

Vanni Santoni è uno scrittore eclettico, lo sta dimostrando proprio la significativa varietà delle sue produzioni e dei suoi approcci. Uno scrittore ancora giovane per il mestiere, eppure già molto prolifico, che sembra voler concedere ancora molto alla “beata incoscienza” della sperimentazione.
Sebbene egli stesso, nella testata del blog che nel 2004 iniziava ad ospitare i Pp, sottolineava che “I personaggi offerti da Personaggi precari sono disposti ad accettare ruoli sia primari che marginali, a tempo determinato o indeterminato, e autorizzano il datore di lavoro a disporre delle proprie prestazioni in modo assolutamente arbitrario”, credo che Raoul Bruni sia nel vero quando nella sua postfazione sostiene che “Per Vanni Santoni la precarietà è innanzitutto una categoria esistenziale e psicologica, che non può essere in alcun modo ridotta a dato angustamente economico-giuridico.”

Queste pagine ci regalano infatti un mosaico di tipi e momenti psicologici, irriconducibili al “discorso del potere” in senso classico, ma che coi cristalli di potere diffusi “giocano giocoforza” a scontrarsi e relazionarsi.
Una post-moderna e post-strutturalista “disintegrazione di soggettività”, dove però la precarietà – ben masticata dal lessico quotidiano di una generazione – sembra tornare a rivestire il ruolo che già fu della città di Firenze, nel romanzo storico-documentario edito da Laterza nel 2011. Ovvero quello di “para-protagonista”, in una (de)strutturazione letteraria totalmente priva di uno o più personaggi principali che dominano la scena; in chiave di un’orizzontalità dell’intreccio narrativo che si potrebbe appunto definire a poteri (o contropoteri) diffusi.
Un tema, questo della morte o disintegrazione del soggetto psicologico tout-court o dominante/di riferimento, che sembra essere molto caro allo srittore valdarnese, avendo caratterizzato sia l’Io narrato in “Se fossi fuoco, arderei Firenze” e appunto “Personaggi precari”, sia principalmente l’Io narrante di “In territorio nemico”. E avendo addirittura caratterizzato in qualche modo entrambi, nel libro a quattro mani con Matteo Salimbeni “L’ascensione di Roberto Baggio”. Dove però l'”agnosticismo scenico” che si potrebbe dire, accompagna – diversamente – i primi due, si converte qui a vera e propria te(le)ologia monoteista, per dare voce alle magie del Divin Codino, sulle bocche e nei ricordi dei suoi fedelissimi (sono queste già delle tracce di attitudini poetiche?).

Ma come la bella e maledetta Firenze del 2011, anche in questo libriccino targato Voland, il “para-protagonista” precarietà, cuce tacitamente e inconsciamente le fila di uno scenario apparentemente schizofrenico (predisposizione che si era manifestata già nel romanzo di esordio con Feltrinelli, “Gli interessi in comune”. Dove il compito toccava stavolta – forse in chiave un po’ più esplicita – alle sostanze psicotrope). E l’intreccio casuale e coattivo dei personaggi, semba voler proprio misconoscere e quasi rimuovere, quel minimo comun denominatore che loro malgrado (e contro ogni loro stessa insopprimibile e onirica volontà di fuga e di potenza) li caratterizza.
E il Santoni dei “Personaggi precari” – come già a suo modo quello di “Se fossi fuoco, arderei Firenze” – è un penetratore psicologico assolutamente spietato, arrogandosi quasi una dantesaca facoltà di “dividerci e spedirci tutti/e, fra Paradiso, Purgatorio e Inferno”. Oltre ad essere un eccellente nomenclatore, data la straordinaria varietà di nomi propri (non poteva essere altrimenti) che battezzano ognuno di questi squarci psicologici di contemporaneità.

Cosa manca? Forse un po’ meno di italianità, e una maggiore presenza di elementi “stranieri” o acquisiti. Per dare più pienamente voce ad un corpo e ad un tessuto sociale dove il “leitmotiv” della precarietà, si è amalgamato negli ultimi decenni a quello della multiformità etnica e culturale, con l’arrivo anche in Italia di milioni di persone originarie di altri paesi e continenti.

“Personaggi precari” è un libro tascabile, uno di quei libri che ti viene voglia di tenere in borsa o nella giacca e portare a zonzo durante le mille peripezie quotidiane, e giocare a farti domande del tipo “oggi che Personaggio precario sono” o “con quale Personaggio precario mi trovo ad avere a che fare”.
Una precarietà che, come restituito attentamente anche dall’editore nella quarta di copertina, è passata dalla semplice cronaca alla stessa struttura del testo; da parte di un autore che, come già ossrvato dallo stesso Bruni in postfazione, sta portando marche stilistiche fresche, e forse a loro modo inusitate, al patrimonio della letteratura italiana contemporanea.

Un’avventura nata – secondo le dichiarazioni di Santoni – come stimolo originario a tenersi attivo quotidianamente in chiave di produzione letteraria. E che oltre a rischiare di diventare un tormentone più o meno generazionale (oltre 7.000 personaggi prodotti dal 2004 ad oggi – se non ho mal capito – e non credo l’autore abbia intenzione di chiudere i conti dopo questa antologia), può offrirci una bussola proprio per imparare ad orientarci e districarci nella tanto tormentata epoca della precarietà (materiale quanto esistenziale, savansadì):

Giocare a farsi raccontare come Personaggio precario, ed imparare a farlo a nostra volta con le persone stesse che ci stanno attorno.

Per scoprire magari che i nostri sogni e le nostre paure; le nostre rivincite e le nostre sconfitte; i nostri orgogli e le nostre miserie, ci accomunano più di quanto saremmo disposti/e ad ammettere fino in fondo a noi stessi/e.

 

Santoni

 

 

 

 

 

 

 

 

Ci sono scritture che nascono da esigenze interiori immediate o impellenti di raccontare, esprimere o comunicare qualcosa. E ci sono scritture che nascono dalla richiesta esterna e contingente di essere scritte. Spesso è sul filo dell’incontro fra questi due fattori che si tesse il percorso di uno scrittore.

“Se fossi fuoco, arderei Firenze”, libro da poco uscito per “Contromano” Laterza, è forse in questo senso il primo punto di incontro più organico per Vanni Santoni, lo scrittore valdarnese trapiantato sotto la cupola del Brunelleschi, già autore per Feltrinelli del romanzo “Gli interessi in comune”.

Curatore già da qualche anno di una rubrica del Corriere Fiorentino sulle strade del capoluogo toscano, Vanni ha coniugato questa sua esperienza professionale – e la relativa richiesta da parte della casa editrice pugliese, di renderla fruibile alla sua collana dedicata ad aprire finestre su squarci di Belpaese – con la voglia di raccontare una Firenze nuda e cruda di fronte alla propria stessa decadenza attuale. Un’impotente decadenza generazionale, culturale, sociale e in qualche modo inevitabilmente anche politica, che trasuda da ogni poro dei suoi 23 personaggi. Le cui vicende si intersecano nelle maglie del reticolato cittadino, restituendo ottimamente la dimensione da “paesone” che caratterizza quella che fu la capitale del Rinascimento. La quale si erge dispiegandosi via via in tutta la sua fama imperitura, come unico vero personaggio onnipresente, confermando così le sue ben note manie di protagonismo.

L’aspetto più coinvolgente del libro è senza dubbio l’intreccio narrativo dei personaggi, i quali si passano per così dire il testimone in un reticolato orizzontale di soggettività e punti di vista diversi/e, su uno stesso scenario di narrazione, che è – appunto – la Firenze di oggi. Struttura che – oltre ad essere di per sé molto divertente – risulta anche ben congeniale alla necessità di restituire la complessità e multiformità del vissuto generazionale di una delle principali città italiane. In questo modo, Firenze può diventare – come suggeriva lo stesso autore durante la presentazione a Roma – un “personaggio aggiunto”. Diversamente da quello che invece avrebbe consentito una struttura narrativa verticale, dove uno o pochi personaggi principali dominano tutta una serie di personaggi secondari o comparse, oltre allo spazio scenico.

In chiave generale, forse poteva starci anche una catena del tutto aperta e lineare. Il che avrebbe offerto una dimensione più prospettica al romanzo, consentendo così al lettore un maggiore possibilità di “perdersi” in esso. Ma in questo caso specifico la scelta di una concatenazione di tipo circolare mi sembra azzeccata, perché restituisce nel migliore dei modi – appunto – il contesto da grande paese dove tutti conoscono un po’ tutto e tutti che è Firenze, specialmente dal punto di vista degli studenti e degli artist/oidi.

Nella gran parte dei punti di sutura del reticolato c’è una buona fisicità nell’incontro fra i personaggi, che consente un altrettanto adeguato e naturale “passaggio di consegne” delle rispettive soggettività. In alcuni però questa fisicità viene un po’ meno rendendolo leggermente più artificiale, e il gioco un po’ si perde. Sono comunque piccole stonature.

D’altro lato però questo stesso tipo di intreccio, proprio quando non è strettamente legato a una fisicità, permette anche di aprire dei canali spazio-temporali nella tessitura del romanzo. Creando così un mix molto interessante e ben riuscito fra una concezione lineare del tempo, tipica della tradizione occidentale, ed una circolare tipica di tante civiltà pre-cristiane ed orientali.

I vari protagonisti restano continuamente sospesi fra il sentirsi stritolare nella morsa di una città-fantasma, percepita come arida di opportunità e fuori dai giochi realmente importanti, e la tensione ad andarsene, essa stessa sempre in qualche modo disillusa anche qualora si realizzi. Quasi come se quella di Firenze fosse una maledizione a cui si è destinati prima o poi a fare ritorno, attratti dal magnetismo del suo potere eterno, o una patologia congenita.

E Santoni ricorda in tutti questi aspetti, il Joyce di Gente di Dublino. All’autore va dunque il merito dell’epifania, nell’essere riuscito a farne un’opera interessante e coinvolgente. Nella quale i personaggi sono sempre stimolati o costretti dalla loro precarietà esistenziale, a confrontarsi più intimamente e autenticamente con sé stessi e il proprio ambiente, impossibilitando il lettore a restare indifferente.

Ci sono anche dei passaggi in cui forse gli eventi si disarcionano un po’ per inerzia, col rischio di appesantire un pochino il fluire della narrazione (penso ad esempio alla festa con Girolamo e Bekko a casa di Berenice, o alla vicenda di Bube e Antonietta). Magari questo stesso aspetto è voluto, proprio per esprimere appunto l’inerzialità del vivere fiorentino in molti suoi giovani. Ma mi è sembrato che in altri punti ciò sia riuscito con più profondità, come ad esempio nella crisi di Cosimo o nei pensieri di Annabel, per non parlare del bellissimo finale a S. Miniato.

La stesso intreccio narrativo dei personaggi, trova forse proprio in questo aspetto il suo rovescio della medaglia: il reticolo orizzontale di soggettività non permette, per sua stessa struttura, di indagarle con la complessità e la minuzia di un soggetto psicologico tout-court, per quanto in varie vicende l’intensità traspaia forte. In questo modo i personaggi tendono un po’ indirettamente ad uniformarsi nel disagio comune, pur nella loro diversità, ma questo può fare il gioco del senso complessivo del romanzo.

A rendere criticamente stimolante quest’opera credo vada aggiunta anche, se così la possiamo definire, la sua tipologia. Ovvero il tentativo di coniugare la dimensione del romanzo con quella della giuda cittadina per approdare, come recita anche la seconda di copertina, ad una forma di giuda-romanzo.

L’incontro fra i due generi, come ogni incontro, è interessante e sperimentale. Ma come ogni incontro deve secondo me riuscire ad amalgamare al meglio tutti gli ingredienti, in modo tale che nel piatto finale si percepisca l’effetto di ognuno senza poterlo discernere da quello degli altri.

“Se fossi fuoco, arderei Firenze” nel complesso lo fa, e l’impresa può dirsi ben riuscita. Anche se in qualche punto mi sembra che l’aspetto descrittivo della città e dei luoghi possa risultare un po’ troppo macchinoso, o esterno al contesto situazionale, dando un senso eccessivamente “manualistico” della narrazione (penso ad esempio a Doris dentro la Pergola o alla passeggiata notturna di Diego). In altri casi invece, come in Ashlar che passa in rassegna i lampredottari di Firenze o nelle nostalgie di Carlone all’Emerson, anche “l’ingrediente” guida si intinge con naturalezza del dinamismo psichico dell’ingrediente romanzo.

Forse mi sarebbe piaciuto un po’ più di surrealismo, di distorsione psicologica delle vicende e dei luoghi, di assurdità. Posto che lungo tutto il libro l’elemento del paradosso unisce spassosamente le pagine come uno dei fili conduttori (dalla rissa fra Alfonso e i gambrini, alla vicenda di Duccio dentro maniaco e relativi scleri ed alla tazzata in testa a Doris. Fino alle improbabili dissertazioni di Gervasi, al “gioco cartesiano” di Giovanni, ma soprattutto alle avventure oniriche del professor Brunetti versione Indiana Jones e le porte di Firenze).

All’interno del paradigma controverso della guida-romanzo viene mantenuto invece un approccio abbastanza realista, come credo esso richiedesse per la sua buona riuscita.

Arricchito dal lato descrittivo di vie e luoghi secolari in chiave attuale che è molto denso e ben curato. Fin nell’impresa onerosa ma ineluttabile di descrivere ciò che resta indescrivibile, e cioè la cupola del Duomo a pagina 133.

Un realismo puntuale che getta finalmente una luce impietosa su quella che ancora oggi è superficialmente ed ingenuamente considerata, come uno dei fiori all’occhiello della cultura europea e delle politiche sociali e giovanili in Italia.

Di un ardore che sotto le fiamme incenerenti della dissacrazione, accende anche la miccia di uno spirito ed una volontà di rivalsa e di risveglio. Tutti fattori che contribuiscono ad accrescere il valore storico che quest’opera ha. I libri migliori, direbbe forse Orwell, sono proprio quelli che ci dicono ciò che in qualche modo già sapevamo, ma non avevamo mai avuto la capacità di leggere fino in fondo.

 

http://sarmizegetusa.wordpress.com/se-fossi-fuoco-arderei-firenze-%e2%80%93-rassegna-stampa/  

 

 

Presso la Biblioteca comunale di Rignano sull’Arno, via Garibaldi 25.

Con la partecipazione di Edoardo Olmi, autore di “Il porcospino in pegaso”, 
Felici Editore 2010 e Samuele Staderini consigliere comunale.

Sarà presente l’autore.

A seguire aperitivo.

https://www.facebook.com/event.php?eid=255797124468419