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In uno dei più celebri passi di “Minima Moralia”, T. W. Adorno si scagliava in maniera perentoria contro il cinema hollywoodiano, affermando di non aver mai visto un film senza sentirsi, alla sua fine, più stupido di prima. Stupido nel senso di essere incapace di trattenere le immagini e farle invadere da un flusso di pensiero e dunque di analisi.

Ma si sa, si va al cinema per svagarsi, non per concentrarsi, ed in questo il cinema adempie assolutamente al suo scopo e forse alla sua funzione sociale.

Esisterebbe poi lo spazio “insensato” e a-narrativo dei titoli di coda, ma nessuno si prende la briga di fermarsi, farsi invadere dal silenzio e de-costruire selvaggiamente quello che ha appena visto.

Allora, forse è bene dirlo subito, per coloro che intendono svagarsi leggendo un libro di poesie, R: exist-stance di Edoardo Olmi rappresenterà certamente  il libro meno adatto e forse il più brutalmente molesto per i desideri agiografici di coloro che intendono leggere dei versi sotto un albero, mano con la mano con l’amato/amata.

A costoro suggerisco caldamente di andare al cinema.

La lingua poetica di Olmi non è cosa che si afferra come un oggetto al supermercato, è una lingua che ha la pretesa immane di auto-prodursi e di auto-demolirsi senza lasciare, nel mezzo del famoso cammino, nessun facile approdo al povero viandante.

Non v’è svago nei versi di Olmi, proprio perché di svago ce n’è anche troppo, ma è utilizzato per estendere i limiti del linguaggio poetico laddove sens et non sens arrivano quasi a fondersi.

I fruitori di svaghi contemporaneo si fanno penetrare dalla narrazione svagante e con essa interiorizzano alla perfezione i meccanismi di potere auto-riproducentesi. Più che individui, diveniamo dei dispositivi pronti a far funzionare i meccanismi coatti di e della produzione sociale.

La lingua di Olmi ce lo rammenta mirabilmente, sbattendocelo in faccia con i suoi versi. Una specie di specchio deformato artificiale, nel quale lo “svago” è scorto nel suo svagarsi e non nel suo narrarsi.

Poesia altamente anti-narrativa la sua e forse, anche per questo, doppiamente meritoria.

Bisogna prendere tempo leggendo questi versi, desiderare quasi che la vita sia fatta di quei titoli di coda di cui, solitamente, nemmeno ci accorgiamo. Senza questo tempo, tempo che è profondità di respiro e di meditazione, come ci ha insegnato Rumi, il libro di Olmi si sgretola di un sol colpo facendosi crollare il terreno sotto i piedi.

R: exist-stance è un libro terribilmente serio e dalla poetica stringente. Per capirne appieno gli squarci, bisognerebbe cominciare a leggerlo presi da quell’ebbrezza dionisiaca, che il poeta ci rammenta Danzando/ruzzolando sinceri/ sopra un grasso tappeto di vodka- / era Dioniso_/ alla goccia.

Ma forse nemmeno quello basterebbe, perché, su questo punto, il poeta è il primo a non farsi illusioni. Ce lo rammenta , infatti, e lo rammenta anche al padre dell’ ubermensch, Friedrich Nietzsche, il senso dello scrivere/ dico/ lo si scopre sempre e solo/ lavando  i piatti.

Farsi sedurre dalla portata ironica della evidente boutade, sarebbe alquanto comodo, ma ci porterebbe fuori strada. E non occorre scomodare Martin Heidegger per cogliere quanto l’oblio dell’essere, o chiamatelo come vi pare, si accompagni sistematicamente a quella storia metafisica che schiude le porte alla tecnica e all’uomo nella diade homo faber/homo consumericus.

Davanti alla metafisica brutalizzazione del mondo, in cui l’oggetto della parola poetica, diviene anch’esso oggetto di consumo, per buona pace dei nuovi, troppi, bardi contemporanei, Olmi non concede approdi, semplicemente perché non si dà approdi, anche a costo di portarsi al limite di estinzione del senso nel linguaggio poetico.

Nella poesia di Olmi si coglie prepotentemente tra le righe, sinuoso e, per certi versi perfido (nel senso etimologico latino e non nel senso cristiano) il battere impavido di un’ambizione quasi titanica.

In questo la poesia di R: exist-stance è una poesia di lotta e di resistenza appunto. Questo perché Olmi è poeta dalle profonde connessioni e sensibilità sociali.

Nella nuova raccolta pubblicata dalla meritoria casa Editrice Ensemble di Roma il senso di questa ambizione emerge con tutta la sua potenza.

Come il Sisifo un tempo ri-evocato da Albert Camus, Olmi conduce una guerra disperata contro il mondo che lo circonda e che fa del linguaggio una gabbia di potere/poteri inscalfibili proprio e soprattutto grazie alla capacità di fare di noi dei complici compiacenti piuttosto che delle vittime.

Olmi si ostina e lotta per restituire alla poesia un ruolo che ha perduto da troppo tempo e per ridarle uno spazio sociale ad una società che di poesia non sa più che farsene. Egli lo fa con versi che sembrano essere fedeli ai propositi di Wittgenstein, che diceva che il pensiero deve spingersi sempre e comunque verso il suo limite, anche a costo di sbattere la testa e farsi male. In questo caso è la lingua poetica a spingersi fino al suo limite, sanguinando del dramma sociale dell’alienazione e dell’annichilimento di cui siamo tutti vittime  colpevoli.

Magistralmente Maurice Blanchot ce lo aveva rammentato e Olmi ora ce lo palesa con questa mirabile raccolta: rendere il linguaggio poetico infrequentabile, inservibile alla strumentalità della lingua quotidiana. Poesia dunque “infrequentabile” quella di Olmi e proprio per questo, ancor più rivoluzionaria e dérangeante.

Il poeta sa di muoversi in un terreno spinoso, quello che un tempo era stato occupato dalle una, cento, mille avanguardie poetiche in ritirata, ma si rifiuta di farsi imprigionare dal concetto stesso di avanguardia, e si ritira accorato un attimo prima, o forse, meglio sarebbe dire, un attimo dopo.

Sabotando magistralmente la lingua, Olmi sottrae terreno all’avversario, portando a galla le inconciliabili aporie, mi si permetta la ridondanza, del narrare “svagato”.

In quanto non spendibile, la poesia di Olmi torna ad essere poesia, poetare nel suo farsi e nel suo disfarsi se necessario. Per questo e per molte altre ragioni, ritengo che l’approccio filosofico sia quello più congeniale per provare a trattenere un istante una poesia nata per essere inafferrabile e quindi insondabile.

Talvolta non si capisce appieno, in questo il messaggio di Nietzsche è totalmente caduto nel vuoto, che una poesia permette di capire la filosofia esattamente come il contrario. Non esistono vie preferenziali di sguardo o posizioni di forza, almeno fino a quando poesia e filosofia proveranno ad essere quello che promettono ai quattro venti di essere.

Un poeta dunque, come ce ne sono troppi, ma come in realtà ce ne sono pochissimi. Perché se Dio è morto, la poesia non se la passa certo benissimo.

R: exist-stance è poi, e questo l’ultimo punto che mi preme sottolineare in questa occasione, un libro per me sorprendente, perché rivela la straordinaria maturazione di stile e di poetica del poeta Edoardo Olmi negli ultimi anni.

Si potrebbe anche definire una cesura o una Kehre .

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Per tutto il viaggio di resistenza/re-esistenza Olmi ci obbliga a dimenarci con uno stile poetico ambiziosissimo, che rivela una complessità e una ricercatezza mai raggiunte prima dal poeta. Senza voler ricorrere a iperboli dialettiche, oserei parlare di una vera e propria gigantomachia di serrato dialogo tra il poeta e la tradizione, ovviamente della tradizione con la quale intende misurarsi.

Si capisce in questo che Olmi ha ormai, e verrebbe da dire definitivamente, alzato il tiro della sua poetica, cominciando una dialettica intima quanto evidente con una tradizione poetica a tratti schiacciante e dalla quale, per troppi, vale solo la pena farsi meri riproduttori materiali piuttosto che consapevoli sfidanti.

Invece il libro di Olmi si nutre di sfide con un misto di ironia e insolenza a tratti sconcertanti, ma sempre stimolanti.

Pound, Zanzotto, Sanguineti, Pagliarani, Ballestrini, un certo Celan, e molti altri, tutti però di una medesima corrente poetica ben rintracciabile, sembrano essere i silenziosi giganti che sostengono il cammino poetico di questo, a tratti sorprendente e irripetibile Olmi di R: exist-stance.

Scrisse Leopardi: “Anche l’amore della meraviglia par che si debba ridurre all’amore dello straordinario e all’odio della noia ch’è prodotta dall’uniformità.”

Mai come in questo suo libro Olmi sembra essere fedele al precetto leopardiano.

 

Marco Incardona

 

 

https://iltempodidioniso.wordpress.com/2017/04/20/r-exist-stance-esiste-e-lo-assorbiremo-senza-ritegno/

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Colpiscono fin da subito di Nulla caduco, opera di poesia prima di Marco Incardona, l’ampiezza e lo spessore della ricerca poetica, esistenziale e storica confluite in queste pagine da anni di lavoro e sedimentazioni. In quello che sembrerebbe essere quasi un “Canzoniere” del proprio percorso e della propria formazione artistica, letteraria, filosofica.

Nulla caduco è uno di quei libri che si potrebbero tenere sullo scaffale per mesi – anni – e riaprire ogni volta in un punto diverso per scoprire ogni volta un nuovo inizio, un gioco di senso nascosto, una bellezza non accarezzata. Una sfida diversa ai meccanismi di assoggettamento e codificazione linguistica che “violentano” il mondo e l’essere, producendo il “reale”.

Ovvero lo spazio del pensabile, quindi dell’agibile, secondo i dettami del “senso comune”, socialmente costruito.

Quello di Marco è un costante tentativo di ribaltare la dialettica del vivere quotidiano, trovando nella poesia uno strumento di resistenza concreto. Un ariete per abbattere le mura dei castelli di menzogne e superficialità dietro ai quali si è barricato l’uomo moderno, andando alla ricerca di parole adeguate ad esprimere ciò che la concettualizzazione classica è incapace di significare

 

Sollecito l’infinito

In cerca di quiete.

Fabbrico ad arte

Denti avvelenati

Che semino

Nei campi ben arati

Dell’ingiustizia.

Guardami come l’ombra

Che spalanca le fauci

Per inghiottire, intero,

L’incubo del mondo.

 

Incardona sa bene che il nostro linguaggio, quindi “i limiti del nostro mondo” parafrasando Wittgenstein, è inevitabilmente definito da meccanismi di potere che mirano a tracciarne i confini e governarne le dinamiche. E ciò che detta legge oggi nel reame del pensiero non è di certo qualcosa di affine ad una piena ed incondizionata emancipazione dell’essere umano.

E tuttavia quella di Marco sembra essere un’instancabile poetica da Ulisse di Omero e di Dante. Eterna fuga dai canti delle sirene del consumismo mediatico, indomita ricerca di quel “legno” e di quella “compagna picciola” dai quali non sentirsi abbandonati nel “folle volo” oltre le Colonne d’Ercole. Che solo lo spirito poetico può trasformare in “ardore ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto, e de li vizi umani e del valore;”

 

Oggi sono di moda

Potentissime sirene

Devote adescatrici 

Dell’oceano dei consumi.

[…]

Pare difficile

Non rispondere al richiamo

Che promette tutto

Senza lasciare traccia,

Quando invece si è devoti

Ad un amore

Che non si lascia usare,

Che non si fa consumare,

 

[…] […]

 

A picco,

Come un veliero

Sconfitto dalla bufera

E destinato a futuri

Raid subacquei.

Enumero,

Negli eterni istanti

Della caduta,

I giorni sussiegosi

Del tempo mal speso.

 

Una dialettica solo apparentemente nichilista, quella di un “nulla” che azzera le retoriche posticce e metafisiche. Colpite al cuore dei loro meccanismi di dominio grazie al sabotaggio poetico costante dei presupposti ontologici su cui si basano. Di cui questa “nullificazione originaria” – in una sorta di poetica della “dialettica negativa” di Adorno – è passaggio (de)costitutivo fondamentale a squarciare il “Velo di Maya” del mondo. E a svelare le quinte di un “teatro dell’assurdo” esistenziale, di cui solo lo spazio scenico della poesia sembra poter provare a ricucire la trama

 

Nella miseria più nera della mente,

Scaglio asce di guerra in rima sparsa,

In attesa di un vento macabro

Di zolfo

Che forzi il piano mellifluo

Dello sguardo.

[…]

Non ci sono porte di seta

Né troni nell’alto dei cieli.

Solo questa terra,

Terribile compagna

Che spezza le mie vertebre.

 

Ma il nulla caduco necessario ad aprire questo spazio di indagine critica – e potenzialmente catartica – della realtà, diviene allo stesso tempo consapevolezza che nulla è caduco. Nulla è destinato a perire o perdersi inesorabilmente, quando il nulla non è più orizzonte del divenire della vita e dell’essere. Bensì termine di confronto costante sul quale si costruisce la capacità poetica, di dare un nome ed un senso a quegli aspetti della vita che sembrano rimanere eterni (un omaggio questo, alla filosofia di Emanuele Severino).

Pur nell’eterno ritorno del diverso di cui questo libro sembra regalare traccia, nel suo non avere una struttura lineare o concettuale vera e propria.

Tornando su stagioni spazio-temporali che aprono e chiudono continuamente le “matrioske” esistenziali dell’autore.

Ed infatti la poesia di Marco sa raggiungere degli spessori e delle levature squisite, di cui il lettore potrà godere in vari punti e passaggi del libro. Che sembrano trovare anche una via di riqualificazione post-moderna di quella cultura classica della quale Marco Incardona è probabilmente debitore, oltre che estimatore

 

Come lacrime di angeli iranici,

Che zampillano da antichi scrigni

In alabastro,

Le scintille scaturite dal tuo sguardo,

Si riverberano sul mio passo,

Sino a farlo arenare.

Basterebbero sirene zelanti

A far svanire l’incantesimo

Con il potere del loro canto.

Basterebbe soltanto il sibilo

Della tua voce in lontananza.

 

Il poeta originario di Vittoria in Sicilia – già curatore per Ensemble dell’antologia di “affluenti – nuova poesia fiorentina” – ha traversato lungo varie rotte la vicenda sociale, politica e culturale dell’Italia e dell’Europa (non solo, vista la sua laurea in Storia contemporanea con una tesi sulla politica messicana post-rivoluzionaria). Forse la sua aspirazione affinché “nulla sia caduco” di quell’orizzonte di senso che rimane dopo la disintegrazione linguistica fatta dalla poesia, è anche consapevolezza dei limiti e delle responsabilità avute dalle controculture e dalle sinistre, circa la possibilità di offrire una via d’uscita dai meccanismi di dominio e decadenza dove come specie umana siamo rimasti intrappolati

 

Che la scienza e la tecnica

Con cui l’uomo si è impossessato

Impunemente del mondo,

[…]

M’illudano, anche solo per un istante,

Che un semiconscio e radicale rifiuto

Etico e sociale stia alla base

Del mio fallimento.

 

Ed anzi l’importanza attribuita al linguaggio poetico nell’essere heideggeriano, sembra diventare in Incardona una possibile leva di Archimede per ribaltare il campo concettuale. Invertendo il rapporto fra soggetto e predicato che la sovversione cartesiana ha stravolto nell’Occidente.

Un nuovo “essere soggetto” che oltre a soffiare come scirocco nelle vele di quel “folle volo” oltre le Colonne d’Ercole del mondo istituito, non disegna ed anzi trova la bussola anche di un rinnovato piacere e gusto estetico, per niente retorico né speculativo. Bensì emancipatorio dal culto del selfie e dai nichilismi più o meno latenti alle dialettiche antagoniste

 

Il poeta avanza ogni volta,

Anche in un’epoca colma

Di desideri strozzati sul nascere

Come questa.

[…]

Tra le mani, come sempre,

Ha un cesto gonfio di betulle,

[…]

Quando il sogno antico

Che di nuovo si rinnova,

Sarà ucciso ancora una volta,

[…]

Non può fare del male il poeta,

La sua lingua lo conduce

Ove tutto e niente si danno la mano.

Scia di luce improvvisa,

Fragore che spesso uccide.

 

Tutti elementi che contribuiscono a fare di Nulla caduco un libro importante. E a dare a Marco Incardona uno spazio di rilievo nello scenario della letteratura italiana attuale, come nel dibattito poetico che si apre in questo inizio di terzo millennio.

Fra i fiumi carsici di Marco, sotto l’apparente nonsense dell’erosione del paesaggio linguistico e concettuale di superficie, scorre in realtà una sorgente ben più profonda e autentica, destinata a emergere dalle risorgive di un essere umano liberato. Capace di scavare, solcandoli, i mondi da abitare in comune

 

La parola deve essere affilata

In questi tempi di crisi amara,

[…]

Prepararsi alla guerra anche quando

Non viene dichiarata da nessuno,

E’ più importante di una vittoria di Pirro.

Perché la poesia muore

Se non uccide

L’ipocrisia.

 

 

 

 

 

http://www.edizioniensemble.it/prodotto/nulla-caduco/

 

 

 

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Domenica prossima 18 dicembre presso La Cité di Borgo San Frediano 20 a Firenze, ultima grande presentazione del 2016 per “affluenti”, l’antologia di poesia fiorentina di nuova generazione, da poco uscita con Edizioni Ensemble http://www.edizioniensemble.it/prodotto/affluenti/.

La serata inizierà alle 18:00 con l’introduzione da parte dei curatori Edoardo Olmi e Marco Incardona, che ci racconteranno come è nato il progetto di “affluenti”, e cosa esso si proponga di esprimere e di realizzare all’interno del mondo culturale e letterario della Firenze di oggi e di domani.

Le letture dei testi saranno poi interpretate dalle attrici e dagli attori teatrali Margherita Loconsolo, Davide Gemmani, Angiolina Pisana e Vittoria Rinaldi.

Nel corso della serata, dipinti ed arte visiva ispirati ai testi dell’antologia, saranno realizzati, esposti e resi disponibili da parte di Martina Masotti e Pierluigi Doro.

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Prima presentazione per “affluenti”, antologia di poesia fiorentina di nuova generazione.

Alla Biblioteca Torregiani di Via Palazzuolo 95, ore 18:00. Assieme a Palazzuolo Strada Aperta, associazione interculturale che opera in una delle zone più multietniche di Firenze.

A seguire apericena (porta quello che vorresti trovare, noi faremo altrettanto).

 
Questo lavoro antologico nasce dalla necessità di dare voce alla Firenze poetica di oggi, specchio di una realtà sociale e culturale sempre più cosmopolita.

Caratteristica peculiare di questa raccolta è infatti la forte presenza (non esclusiva), di poeti e poetesse legati/e alla città di Firenze (e dintorni) per motivi di studio/lavoro, migrazione ed esistenza, ma nati/e in contesti diversi da quello del capoluogo toscano.
Le cui vicende e le cui poetiche si incontrano – e spesso si mischiano – da un lato con la storia di Firenze stessa. Dall’altro con le più interessanti voci del vivaio locale attuale, anch’esse presenti in questa selezione.

Nella convinzione che un contesto come quello fiorentino, abbia oggi bisogno di aprirsi tanto a poetiche locali non riconducibili al mainstream, più o meno controculturale. Quanto ai fondamentali apporti che gli possono arrivare, dal potenziale umano “di acquisizione”.

 
GLI AUTORI E LE AUTRICI PRESENTI:

– Hasan Atiya Al Nassar
– Baret Magarian
– Giovanni Abbate
– Manuela Maria Pană
– Graziella Linardi
– Marco Incardona
– Jonathan Rizzo
– Lorenzo Arcaleni
– Blake Nikolson
– Silvia Frison
– Chiara Ciri
– Luca Buonaguidi
– Massimo De Micco
– Edoardo Olmi