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A pagina 11 la definisce – o meglio la azzardo, e tu interpretala nella direzione che preferisci: – …la cosa migliore realizzata dalla mia generazione.; e un po’ più avanti cita Deleuze insieme a Guattari, autori di riferimento per quella Nietzsche Renaissance che ha attraversato anche le due decadi a cavallo del terzo millennio.

Decadi che hmdcanno visto sorgere e tramontare il fenomeno di controcultura dei rave e della free tekno, restituito in quest’opera libraria da Vanni Santoni, autore classe 1978, cresciuto e maturato nel pieno di questa parabola storica e culturale, più o meno giovanile.

Parabola che dal mio punto di vista – di una mezza generazione successiva alla sua – pone, e in qualche modo ha posto fin dall’inizio, non poche questioni di eredità o di successione.

Lo stesso Santoni – giovane ventenne valdarnese nel pieno delle forze e delle energie psicofisiche, al tempo in cui si fa riferimento nel romanzo – ci offre un punto di vista interno di questa parabola, suo e di altri “compagni di avventure”, nel tentativo sia di metterne in luce le tensioni e le dinamiche – spesso offuscate e strumentalizzate da media e morali – sia di comprendere le ragioni che hanno portato ad una sua fase decadente e di progressivo esaurimento.

E prima ancora che della repressione – talvolta purtroppo ineluttabile, ma sempre in qualche modo eludibile, fronteggiabile e potenzialmente superabile, qualora una convinzione sia tanto radicata quanto radicale – l’autore stesso sembra temere la perdita di mordente, antagonismo, autenticità ed orizzonte politico, come fattori a loro modo determinanti di questo esaurimento.

Un’ interpretazione quanto meno interessante per chi – come me – cresciuto in un panorama socio-culturale affine quando non sovrapponibile, ha trovato nel così detto “attivismo sociale” una via di superamento dei limiti, ma al tempo stesso di possibile completamento, di tutto quello che di più o meno positivo, quella parabola ha espresso o cercato di esprimere.

Nella convinzione che proprio nella morte dell’esistenza e della soggettività, essa abbia trovato il proprio punto debole esiziale, là dove uccidendo Dio e l’Uomo, si sarebbe dovuto recuperare riqualificandolo, e non seppellire, un essere umano potenzialmente rinnovato, e liberato dalle millenarie catene dei sistemi di potere.

E ciò che forse più di ogni altra cosa mi è piaciuta in queste 130 pagine di “Solaris – Laterza” – collana dedicata a raccontare il mondo Oltre il Novecento, per dirla alla Revelli – è stato proprio l’averci percepito (o almeno, così mi è parso), un’attitudine od una volontà da parte dell’autore, di venire incontro a questa mia convinzione ed aspirazione.

Là dove nelle scorribande e nelle vicende dei personaggi che le animano, non c’è traccia di vero e proprio nichilismo, se non nella misura dialetticamente necessaria a riconoscere che E’ quello il problema. Ci credono troppo. L’assenza di quel minimo di nichilismo, di autoironia, ti fa fare qualche scivolone.

Ed anzi sembra quasi essere umanistica, la tensione vitalistica che scardina le catene identitarie, e afferma una possibile pienezza e libertà dei sensi, come restituito ottimamente anche dal pezzo inserito poi in quarta di copertina, e in promozione editoriale del libro.

A questo giro non ho particolari critiche da fare al lavoro nel suo complesso, se non che in alcune fasi lo scorrimento della narrazione un po’ si appesantisce, come nella vicenda – comunque positivamente e sinceramente autoironica – della “tenda per goani” o nella “mappa di navigazione satellitare Firenze-Porto Alegre”, dove forse qualche intermezzo psicologico in più, avrebbe fatto defluire meglio e reso ancora più coinvolgente il viaggio mentale, di rimorchio a quello reale.

L’attacco mi ha ricordato in qualche modo certi romanzi realisti popolari della prima metà del secolo scorso, molto presenti nella “tradizione” letteraria fiorentina, nell’abbozzo di uno stile classico discorsivo elaborato. E se da un lato iniziavo ad inquadrare Santoni come possibile erede post-moderno di un Palazzaschi o Pratolini, dall’altro qualcosa nel mio inconscio cominciava già oniricamente e simpaticamente a temere, per la tenuta psicologica della lettura sul lungo periodo. Poi per fortuna però, la destrutturazione narrativa comincia a defluire lungo le rapide della narrazione; e allora mi sono ricordato che questo tipo di approccio – quello di disintegrare un soggetto classico/dominante, messo a presupposto di ogni tipo possibile di discorso – è un divertente leitmotiv piuttosto ricorrente di una generazione che, almeno dal mio punto di vista, ha teso a confondere soggettività con soggettivismo ed assoggettamento.

In altre fasi invece – soprattutto della prima parte – la sospensione della punteggiatura, l’intrippamento narrativo, la forte intensità del dinamismo psichico e onirico nei ricordi o nel flusso coscienziale – sintomo di forti sedimentazioni esperienziali – sembrano voler dilatare il senso di perdizione, per ampliare l’esperienza psichedelica del testo.

Ma può anche darsi che queste siano solo suggestioni apocrife di un lettore profano che – come me – ha vissuto il mondo dei rave, free tekno e sostanze psicotrope, in maniera del tutto marginale (la 72 ore fiorentina, le sue vicissitudini e i suoi incasinamenti, me la ricordo, appena ventenne, e in piena fase post-punk spiritualista).

Nella sensazione prima, e convinzione poi, che – pur con tutto il valore, la bellezza ed il divertimento ovviamente – si trattasse di qualcosa destinato in qualche modo ad esaurirsi e che, la azzardo, Santoni, e tu interpretala nella direzione che preferisci: la cosa migliore realizzata dalle nostre generazioni, dovesse e potesse ancora arrivare.

In attesa dei postumi l’ardua sentenza, un grazie in ogni caso te lo mando, per aver traslitterato ancora una volta nel mondo dei libri, in chiave del tutto sincera e nient’ affatto retorica, il mondo giovanile attuale o del recente passato.

E con inguaribile eccesso di Ego, tipico di quell’anti-renzismo che – come ogni “anti” – risente inevitabilmente del proprio contrario, non posso che suggerirti ancora una volta il valore storico di questo libro; prima ancora che documentario.

Santoni

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Oggi primo novembre Reti Dedalus, la rivista on line del Sindacato Nazionale Scrittori, ha pubblicato questo mio pezzo.

Prende spunto da una recensione de “Il porcospino in pegaso” apparsa sulla stessa pagina on line, lo scorso 2 giugno.

Ho scelto di rispondere per affrontare un discorso più ampio, sui punti di riferimento che hanno influenzato negli ultimi anni (più o meno consapevolmente) certa nostra critica e letteratura.

 

 

La critica è un mostro strano; senz’altro qualcosa di almeno un po’ compromettente se pensate che porta l’ambiguità già nel nome. Alzi la mano chi – nell’ingenua purezza della sua adolescenza – non ha pensato neanche per un attimo di essere rimasto fregato da un qualche dio ballerino, quando ha scoperto che la critica non è soltanto quella che si fa al compagno di banco per fargli venire i complessi sul taglio di capelli, proprio il giorno in cui deve chiedere di uscire al nostro sogno erotico preferito.
Perché da fanciulli – si sa – si è poco inclini ai compromessi, e spesso ci si domanda quanto di quello a cui viene formata, quella che poi impareremo a chiamare “la nostra soggettività”, ci servirà davvero; e quanto invece sarà più un compromesso inevitabile alla sopravvivenza nel mondo degli adulti.

“Ci si lasci almeno liberi quando si tratta di scrivere” diceva Michel Foucault, lui che riteneva nessun soggetto essere formato come libero. E allora sì, in un paese la cui tradizione poetica è segnata da avanguardismi ed élitismi – tanto nella sua versione più classica, quanto a volte in quella critica – parte di un “occidente” dominato da tecnicismi, antropocentrismi e immaginari colonizzati (che in una sua vera omogeneità, forse esiste solo proprio in quel dominio), verrebbe voglia che anche la critica letteraria non scendesse mai a patti con quel dio ballerino.
Perché ciò che caratterizza quella formazione di soggettività, è il suo scollegamento da quello che c’è di più originario nel fare poesia; e cioè il ritmo ontologico del vivere, e le sue potenzialmente libere e indipendenti produzioni di senso/nonsenso.
E conseguentemente, la capacità di appropriarsi delle parole e ribaltare i termini dei discorsi, in quelli che Foucault definiva “giochi di verità”.

Il sapere del resto, sostiene ancora Foucault, è in ogni epoca in intimo rapporto col potere.

E tuttavia quell’anti-umanesimo che oggi va per la maggiore, pone sempre più dei problemi riguardo lo stesso soggetto umano, e conseguentemente circa le produzioni di verità di un possibile approccio critico.
Li pone forse perché non dà risposte adeguate sull’origine del soggetto stesso.
Penso infatti che quello stesso anti-umanesimo – per l’interpretazione che ne viene data in certi ambienti o per suoi stessi limiti di fondo – mantenga più o meno involontariamente la propria prospettiva internamente e non esternamente, a quella “religione cartesiana” tanto osteggiata; passaggio costitutivo della soggettivazione e dell’assoggettamento da parte del potere (o meglio si dovrebbe dire, dei poteri diffusi).
E d’altra parte sarebbe già l’interpretazione foucaultiana, a non permettere di fatto un punto di vista potenzialmente esterno rispetto a quella religione cartesiana.
Dove anche la libera autocostruzione del soggetto, sembra sempre avvenire a posteriori rispetto all’accettazione di norme e paradigmi propri dell’assoggettamento, conservando un punto di vista interno anche quando egli ricerca un’analisi dal basso di quella che chiama la microfisica del potere; limitando perciò la comprensione strutturata di quei meccanismi di dominio.
Similmente alla contraddizione nella quale sembra cadere la soggettualità di Deleuze, nel contrapporsi alla soggettività cartesiana piuttosto che ricercarne una diversa più originaria; e finendo magari col riprodurla a parti invertite, quando non ad averne bisogno per sussistere.
Essi partono da una giusta critica a un soggettivismo – come riconosceva ad esempio lo stesso Foucault – di origine teologica, senza riuscire ad andare potenzialmente pienamente oltre.

Non è infatti la storicità in sé del soggetto ad essere messa in discussione, quanto appunto la sua genealogia; che pone a mio parere le proprie basi nella liberazione dell’istintualità, del subconscio e dell’irrazionale, e ad essi fa continuamente ritorno nel rinnovarsi ed evolversi, in quel ritmo ontologico del vivere.
Se accettiamo questo punto di vista, ne consegue che la soggettività è prima di tutto percettiva, e che l’approccio anti-umanista non è esso stesso in grado di coglierne a pieno la storicità; se non da un punto di vista e in una prospettiva essi stessi dominanti/dominati, per quanto “criticamente dominanti/dominati”.
L’esclusione di inconscio e irrazionale dal campo della soggettività, può finire col deresponsabilizzarli e limitarli, accettando essa stessa l’idea di una frattura fra questi e la coscienza.
Non permettendone fino in fondo una presa potenzialmente libera, e relegando di fatto la percezione (individuale e sociale), quindi le possibilità di manifestazione della vita.

Queste contraddizioni si manifestano a mio avviso, sia in certi settori della “controcultura” e dell’underground sia, come rovescio della stessa medaglia, in certa critica di matrice accademica, che ha acquisito i vari Foucault, Deleuze, Bene, Heiddegger, come linee guida fondamentali.
E così accade che – volenti o nolenti – aspetti come il livello tecnico o l’elaborazione formale, possano essere ancora oggi discriminanti fondamentali per l’apprezzamento, o anche solo la reale attenzione non mistificata, di certa nostra critica nei confronti di un’opera poetica; fosse essa anche un’opera caratterizzata da un approccio – appunto – “critico”.
E può accadere che consapevoli volontà di evitare qualsivoglia tecnicismo, anche partendo da libere scelte tecniche essenziali, che evolvano progressivamente verso forme più complesse (come vorrebbe ogni metodo induttivo), vengano considerate ingenue o banali.
Come se nel bel mezzo del tecnicismo occidentale, fare “tabula rasa” dei saperi tecnici non sia un primo passo fondamentale verso la ricerca di una possibile originalità stilistica.
Come se quel metodo induttivo, non fosse l’unico coerentemente compatibile con una poetica sociale dal basso, che punti a interpretare e dare voce ai soggetti più emarginati ed oppressi.
E come se qualsivoglia centralità dell’aspetto tecnico – per quanto autocostruita e critica – non sarebbe costretta a venire a compromessi con i paradigmi dominanti, e non corresse il rischio continuo di “auto-istituzionalizzarsi”.
Senza per questo fare alcun facile nichilismo spicciolo, sottovalutando l’importanza che la tecnica o il lavoro di elaborazione formale hanno, nella riuscita complessiva di un’opera di poesia.

Ma anche paradigmi come l’immaginario e l’uomo, il mito, nonché un certo bisogno di nuova spiritualità/religiosità, stanno riemergendo in direzione per certi versi anche positiva, ma per altri problematica; rischiando di riprodurre – come detto – capovolgendoli, se non addirittura di riacquisire, molti dei paradigmi originariamente osteggiati.
E questo credo, proprio per l’eccessiva ondivaghità e ineffabilità con le quali l’anti-umanesimo degli ultimi decenni, ha affrontato il tema dell’irrazionale e dell’inconscio, al di fuori del campo di soggettività.
Importante perciò in tal senso potrebbe essere dare una rispolverata critica a lavori come quelli di Jung sul subconscio, di Feuerbach sull’essere e di Chomsky sulla linguistica.

Penso dunque che abbiamo bisogno di nuove e diverse soggettività possibili.
La poesia in questo può giocare un ruolo importante, a partire da una liberazione istintuale/percettiva che evolva verso una nuova e più consapevole presa di (auto)coscienza, individuale e sociale. Che in quel ritmo ontologico del vivere, continuamente torni e si rinnovi.
E può giocare un ruolo importante, perché da sempre ciò che è una valida “unità di misura” di un’opera poetica, è la sua capacità di rompere con i linguaggi dominanti del proprio presente.

Abbiamo bisogno di nuove voci, perché in quest’ottica, solo voci autentiche possono smascherare sensi e significati dominanti, dando prova di punti di vista e giochi di verità (quindi di vissuti) concretamente al di fuori dell’assoggettamento, fosse anche necessario svilupparli a posteriori rispetto alle sedimentazioni.
E posto che se c’è una cosa su cui Foucault aveva pienamente ragione, è che il potere è coestensivo al corpo sociale. E che quindi questa fuoriuscita è attualmente su un piano potenziale (il che può rendere quello stesso momento cartesiano, come un passaggio a suo modo necessario). Perciò inevitabilmente ogni opera letteraria risente, “nel bene e nel male”, del proprio tempo.
E in tempi di crisi del modernismo e del post-modernismo, forse abbiamo bisogno anche di evitare facili avanguardismi, e non dimenticare che non necessariamente tutto ciò che è “vecchio” per forza di cose è da buttare, ma può essere per così dire recuperato pur nell’ambito di ricerca di un’originalità.

In conclusione vengono alla mente le parole di Jack Hirschman, poeta vicino e al tempo stesso critico della beat generation; amico e collaboratore di Ferlinghetti, oltre che fondatore del progetto delle Revolutionary Poets Brigade:

 

Go singing whirling into the glory
of being ecstatically simple.
Write the poem.

Leonardo Bonetti e il libro chiuso. Già sull’attacco la stonatura sembrerebbe evidente, a meno che non si tratti della prima stesura di un corvesco coccodrillo. E invece il rock di cui Leonardo stesso è da anni voce e interprete, sa bene che proprio da una nota stonata possono nascere pezzi dei più vibranti.

Uno scrittore e l’assenza del suo stesso pane quotidiano. Invece no. Perché in Bonetti l’orizzonte del libro chiuso non si manifesta come morte del libro – quanto mai convalescente in tempi come questi – bensì, si potrebbe dire, come suo “contrario”. E in questo approccio l’autore ricorda d’entrata tutto un certo anti-umanesimo degli anni ’70-’80, quello dei vari Deleuze e Foucault, che affonda le sue radici nell’ontologismo heiddeggeriano e ovviamente nella filosofia di Friedrich Nietzsche.Image

E in alcuni punti il libro chiuso di Bonetti, sembra esplicarsi proprio come paradigma che rende de facto impossibile qualsiasi pretesa antropocentrica di dominio del linguaggio e della conoscenza, divenendo così fortezza inespugnabile dove rifugiarsi da quella volontà di sapere che fa rima con volontà di potere. Libro chiuso come tautologicamente anarchico. Ago della bilancia sulla quale si alternano, rincorrendosi, i pesi delle rivoluzioni.

Ma in Leonardo, che in quella scuola di pensiero di cui sopra affonda le radici della propria parabola artistica, si manifesta anche una volontà di portare l’insegnamento dei maestri oltre il punto in cui loro stessi hanno saputo condurre l’allievo. E infatti in “A libro chiuso”, sono pressoché assenti tutte quelle stereotipizzazioni e banalizzazioni che del pensiero di quegli anni sono state fatte. Permettendo così di addomesticarlo e renderlo un abito troppo stretto, a chi vuol mettersi nei panni della vita e della libertà.

C’è in Bonetti qualcosa di profondamente esistenziale, il tormento squisitamente poetico – e per questo inesauribile – del mistero dell’essere che crea sé stesso e della sua condivisione. Un mistero che, come lo stesso autore restituirà nel paragrafo dedicato al tema del significato, fonda la propria legittimità solo sulla continua e autentica ricerca del suo disvelamento. C’è qualcosa di Sartriano quasi, quando il niente del libro chiuso diventa momento di incontro e presupposto fondamentale di quell’essere e del suo mistero, e di qualsiasi discorso si possa tentare su di esso.

Non c’è traccia tuttavia di nichilismo. Ed anzi il fallimento endemico della rivelazione ermeneutica, apre alla possibilità di una nuova spiritualità e religiosità, le quali attraverso la “liturgia” del libro chiuso si preservano però da tentazioni di verticismo teologico. Tessendosi su un campo pienamente orizzontale, tutto teso all’incontro con l’altro e con le possibilità di interpretazione (e quindi di vissuto) potenzialmente infinite, che proprio quel fallimento paradossalmente apre. Possibilità che vanificano nuovamente qualsiasi tentativo di dominio da parte dell’autore sulla propria opera, e con esso qualsiasi principio di gerarchia possa eventualmente scaturire dall’opera letteraria comunemente intesa.

Divenendo forse in questo senso, anche una necessità non dichiarata – e magari più autentica – di un nuovo e diverso essere umano.

Un libro che riflette sul senso e sui limiti dell’opera letteraria, e che proprio a partire dal discernimento di questi limiti sa affidarle un potenziale e una freschezza del tutto inusitati, aprendosi anche a temi di forte attualità sociale ed esistenziale. Un libro importante che prova a consegnarci qualche chiave, per aprire le porte che ci sono rimase chiuse dentro e fuori, sotto la luna calante del post-moderno.

E che magari, come ogni libro che vuole esplorare strade non ancora battute, deve solo fare attenzione a non dimenticare – per dirla in termini congeniali all’autore stesso – che per ogni nuovo cammino che intraprendiamo ce ne sono mille rimasti chiusi, in un rapporto esageratamente sproporzionato. Dove sul terreno dell’incontro con le orme di altri viandanti lungo il dirupo della saggezza, questo libro – o meglio questo “nonlibro” – può dimostrare di essere un’opera che resterà.


Come per i libri, vorrei iniziare questa intervista dal titolo della tua raccolta di poesie: Il porcospino in pegaso. Senza dubbio molto suggestivo. Alla luce dei tuoi versi ho interpretato in questo modo la tua scelta: gli aculei del porcospino permettono di difendersi, di prendere le distanze dalla violenza, dal lusso e dai modi della borghesia e da altre ignominie della società; pegaso, invece, grazie alle sue ali permette di “volare” tra le tue poesie, che toccano tematiche differenti. È questo il suo vero significato?

 

Penso che il “vero significato” di una raccolta di poesie non esista, ma che ne esistano o ne possano esistere tanti quanti i corpi e le menti che la leggonoOppure che possa anche non averne nessuno. Anche chi l’ha scritta ha sì un proprio senso dell’opera ed del suo titolo, ma se è davvero un senso autentico è perché va oltre il mero significato, tanto più trattandosi, appunto, di poesia.

Comunque sì, la lettura che hai dato si avvicina al senso che ho de Il porcospino in pegaso e ne è un’interpretazione originale. E’ una trasformazione, anzi direi una vera e propria evoluzione, e come ogni altra evoluzione ha lasciato le proprie tracce, che sono divenute poi un libro. Sono le orme di due animali, due simboli privi di ogni caratura mitologica per acquisirne una potenzialmente vitalistica (non a caso pegaso va con l’iniziale minuscola). E’ il grido di un roditore che lotta nella foresta della vita per sfuggire le trappole del potere e dei suoi cacciatori, senza però riconoscersi mai pienamente in nessun branco. Ed anzi ricercando una proprio sviluppo originale che sappia andare oltre quelli che sono stati fin qui i paradigmi ormai classici del mondo così detto “alternativo”, senza per questo tornare indietro. Dopo aver alzato le difese, imparando – come hai colto molto bene tu – a passare all’attacco.

 

Nella tua raccolta ci sono poesie che abbracciano tematiche diverse. Non mancano versi di carattere amoroso, tuttavia la donna o le donne alle quali sono dedicate non sono da te delineate. Emerge, in compenso, un’intensa passione. Come spieghi questa scelta? Ti sei ispirato a qualche modello della letteratura?

 

Ispirato a qualche modello della letteratura non direi, se pensi che il mio primissimo “modello letterario” è stato un certo Charles Bukowski. Ad ogni modo sì, è una scelta voluta. Credo dipenda dalla consapevolezza più generale che una poesia non è una carta d’identità, un’ etichetta che si appiccica addosso a qualcuno/a. Ciò che un certo rapporto ci suscita in un dato momento non è più quello che ci suscita in un altro, e nessuno scritto può delineare totalmente una persona. Oppure quello è già uno degli infiniti modi possibili, parziali e comunque relativi o soggettivi in cui la si può delineare. Forse più che non delineare direi che non identifico, se vuoi è anche una forma di rispetto. Ma non è il paragrafo di un manifesto letterario, perciò non è detto che debba per forza essere sempre così e che in futuro non possano esserci delle eccezioni.

Quanto alla passione, spero che trasudi da ogni singolo verso di tutto il libro, perché in ogni singolo verso da me è trasudata. Come diceva Rimbaud, il poeta non è l’artefice di giochetti letterari bensì un veggente dei sensi. E come ha detto Friedrich Nietzsche a riguardo dei suoi scritti “Non conosco problemi puramente intellettuali“.

E poi vale quello che ti ho espresso prima: una poesia non ha un “vero significato”. O se ce l’ha, il suo fascino risiede proprio nel saperlo nascondere. Nel momento stesso in cui viene “spiegata”, un’opera d’arte muore.

 

Molto forti sono quelle poesie che con tono sprezzante si rivolgono alla borghesia e molto spesso compare la parola “anarchia”, in diverse forme grammaticali, o anche se sottintesa è evidente la tua posizione. Qual è il tuo messaggio? Con questa raccolta di poesie vuoi denunciare qualcosa?

 

Guarda, l’ultimo esponente della Beat generation, nonché tra i massimi poeti viventi, tale Lawrence Ferlinghetti, ha detto che il poeta è l’ultima resistenza nonviolenta contro lo Stato, e che anche in tempi difficili come questi egli riesce comunque a farsi sentire ed ascoltare. Se oggi col mio libro riuscissi ad essere questo, sarebbe già davvero molto. Quindi in effetti Il porcospino in pegaso vorrebbe essere anche, ma non solo, un piccolo pezzo di carbone in una fucina per tornare a (ri)forgiare con fuochi rinnovati quello che comunemente viene definito “impegno sociale”.

Mai in maniera ideologica però. Non necessariamente per rifiuto dell’ideologia in sé, ma perché la poesia è un altra cosa. Tanto più che come ti sarai resa conto, le mie posizioni non si esprimono mai ideologicamente. E anche quando a taluni orecchi possono sembrare di farlo, per me si tratta invece di sperimentazioni di linguaggio poetico, se così possiamo definirlo. Perciò anche la loro evidenza non è qualcosa di oggettivo, ma che lascio comunque interpretare liberamente a chi legge.

Penso che per arrivare ad una società e ad una vita tendenzialmente giuste, libere e felici sia necessaria anche una presa di autocoscienza, una rivoluzione mentale. La poesia, e l’espressione artistica più in generale, possono giocare un ruolo importante in questo processo.

Viviamo un presente difficile per le nuove generazioni. Il sistema è in crisi, c’è molta difficoltà a trovare i propri spazi (non ultimi quelli editoriali per chi scrive), farsi una vita autonoma. La morte delle ideologie e sotto molti aspetti anche dei valori, se da una parte ha superato molti modelli decadenti, dall’altra ha lasciato un vuoto che può arrivare a toccare tutti gli aspetti della vita e dell’esistenza, e che ancora si fa molta fatica anche solo ad iniziare a colmare. Forse oggi ancora più di ieri sperimentiamo sulla nostra pelle i brividi dell’abisso del no future. Qualcuno ci ha definiti una “generazione X”. Io penso però che forse se lo siamo, lo siamo proprio come la forma di questo segno alfabetico: da un lato chiudiamo lo spazio-tempo verso un punto di implosione, di niente, di non ritorno. Ma lo facciamo per aprirne dall’altro uno nuovo e come l’Universo, in espansione. Proprio noi che nel nostro apparire spesso troppo passivi di fronte a tutto ciò, ci sentiamo a volte inermi ed impotenti nel trovare una via d’uscita. Credo che questi siano tutti aspetti che emergono, pur contraddittoriamente, nel libro.

 

Quale criterio hai adoperato per ordinare le tue liriche all’interno della raccolta?

 

Come ti dicevo, Il porcospino in pegaso sono le orme di un processo evolutivo. L’ordine dei testi all’interno della raccolta cerca di restituire il senso di questo processo. Tuttavia esso non è cronologico, ovvero non va dalla poesia più vecchia a quella più recente (ed anzi paradossalmente la più vecchia della raccolta è proprio l’ultima), anche se in questa logica avrebbe potuto starci ed in effetti ci avevo anche pensato. Ma il fatto è che questo processo non è stato un processo lineare, bensì un percorso in cui linearità e ciclicità del tempo si sono intrecciate continuamente senza mai sovrapporsi o annullarsi a vicenda. Che ha giocato col tempo stesso e con lo spazio, uscendo e rientrando in più punti. Come del resto continua ad essere diversamente tuttora, il che vuol dire probabilmente che questo processo non si è ancora arrestato né penso e spero si arresterà mai nel suo differenziarsi.

Se dovessi provare a paragonare questa raccolta di poesie ad un album musicale, la avvicinerei senza dubbio ad un concept-album.

 

Cos’è per te la poesia? Cosa ti spinge a scrivere poesie?

 

In generale penso che la poesia non sia riducibile a ciò che manualisticamente od enciclopedicamente può essere definita tale. Ovvero un componimento letterario in versi. Penso dunque che in una poesia autentica contino ben poco gli aspetti tecnici classici quali la metrica, la rima, ecc. E che in definitiva vi sia poco o niente di strettamente intellettuale. Facci caso, tutto ciò che è o diviene classico, tende sempre ad istituzionalizzarsi e ad essere conservatore. La vera arte ha bisogno di tutto il contrario, di una sperimentazione permanente, di superarsi continuamente, proprio come la vita.

Io la poesia l’ho scoperta, o forse sarebbe meglio dire che è stata lei a scoprire me, sul finire dell’adolescenza come una tensione esistenziale, mi verrebbe da dirti a volte quasi trascendentale, se non fosse che prima ancora di poterla afferrare come tale si è trasformata in un nuova tensione vitale e potenzialmente vitalistica.

Guarda, penso che alla fine sia prima di tutto una questione di ritmo, di musicalità, di orecchio, di olfatto, ma anche di subconscio. Di percezione mista a psiche. Per provare a dirla con alcune delle parole del mio libro Direi la definirei/una necessità impellente:/il vaso che trabocca/dopo la cabala/dell’ultima goccia.

 

Al momento stai scrivendo altro?

 

Continuo a scrivere poesia ovviamente, ho in cantiere una nuova raccolta che spero essere pronta entro qualche anno. Ho iniziato anche un romanzo, e in generale scrivo anche di attualità e di filosofia.